Ancora emigrazione

1 Agosto 2010

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Antonello Zanda

Ci sono stati tempi in cui per i sardi non c’era altra scelta che emigrare. Da qualche anno si respira nuovamente quell’aria asfittica, quel senso di soffocamento nel vuoto, che spinge molti sardi a lasciare l’isola per cercare altrove spazi in cui vivere e crescere. Il cinema dei sardi (quello che guarda alle problematiche dell’isola e cerca di restituirne l’articolazione con le immagini in movimento) è stato molto assente sul tema dell’emigrazione. Sono pochi i film che guardano a un fenomeno che ha interessato la nostra isola per tutto il secolo scorso e in particolare gli anni ’50 (con una forte emigrazione dai centri industrializzati in crisi del Sulcis-Iglesiente) e gli anni ’60 (che ha interessato maggiormente le aree rurali e in particolare il Logudoro, la Planargia, il Campidano e il Nuorese).Negli ultimi anni sono soprattutto i giovani con titolo di studio (diplomati e laureati) e gli abitanti del Cagliaritano i protagonisti dei nuovi flussi migratori. Le valutazioni più attendibili portano a stimare «che complessivamente l’emigrazione sarda (quella verso l’estero e quella verso le altre regioni italiane), dal 1958 ad 2002 ha interessato circa 700 mila individui, che rappresentano oltre il 40% del numero di abitanti dell’Isola censiti nel 2001» (Marco Zurru e Paolo Puggioni, “L’emigrazione sarda”, intervento salla Conferenza internazionale sull’emigrazione, Cagliari 2008). Il cinema ha raccontato questo fenomeno in pochi ma significativi film. Eppure le storie di questi milioni di sardi sono spesso storie importanti, avventurose, dolorose e comunque perturbanti. Dagli anni Novanta in poi troviamo anche forme di emigrazione nuove e straordinarie. Una di queste è raccontata in modo mirabile, cinematograficamente parlando, dal film cortometraggio di Mario Piredda, “Io sono qui”, realizzato all’interno del concorso “Storie di emigrati sardi” (promosso dalla FASI e dalla Società Umanitaria di Cagliari). È la storia del gallurese Giovanni, che cerca di rompere la routine quotidiana, fatta di un trascinarsi stanco nel grembo di un tempo che non passa mai e che non offre possibilità di riscatto. Nella storia dell’emigrazione isolana sono tanti i motivi che hanno spinto, negli anni, i sardi ad andar via, a lasciare la propria terra per cercare uno spazio espressivo. Il film di Piredda racconta la storia di un giovane che emigra per combattere una guerra che non lo riguarda, ma che per lui rappresenta un’occasione per fare un po’ di soldi (tre milioni al mese) e magari ritornare con qualche carta in più da giocare nella partita della vita. Sul vespino con l’amico Giovanni si spiega così:“Cosa ci faccio qua? Siamo sardi, siamo nati per emigrare! La Sardegna non ci offre un cazzo”. Giovanni lascia i suoi due più cari amici, con cui ha condiviso quel paesaggio arso dal sole e inaridito dalla mancanza di opportunità e parte in Kossovo, ma qui si ritrova ad affrontare un nemico più insidioso degli altri soldati armati, un nemico interno e subdolo. In questa guerra iniziata il 24 marzo 1999 le forze Nato sono intervenute con armi che hanno utilizzato proiettili rinforzati con uranio impoverito. Giovanni, come moltissimi giovani partiti volontari per combattere una guerra di per sé assurda quanto illegittima, non sapeva niente e non immaginava nulla. Pensava che il nemico, per quanto insidioso e sfuggente fosse nascosto, ma oltre la canna del mitra imbracciato. Mario Piredda racconta con un montaggio accorto e una scenografia scabra, sintetica e necessaria, questa sensazione di essere gettati nella graticola, di essere protagonisti di una macelleria che non risparmia nessuno. I primi segni negativi per la sua salute si manifestano subito, ma non è necessario descrivere tutto e anzi non bisogna: lo spettatore immagina la dinamica, capisce il percorso, perché la vicenda è troppo singolare, troppo personale, e il dolore non si può comunicare, il tradimento deve essere consumato nel silenzio. E quel silenzio deve essere avvertito anche dallo spettatore. Nel dicembre del 2000 il parlamento italiano ha insediato la commissione Mandelli, con lo scopo di accertare gli aspetti medico-scintifici dei casi patologici riguardanti il personale militare utilizzato in Bosnia e in Kossovo. Il suo lavoro è stato solo preliminare. Oggi è l’associazione Anavafaf, che raccoglie le vittime e i familiari, presieduta da Falco Accame, a spingere perché si accertino tutte le responsabilità e si costruisca un quadro oggettivo. Ma le difficoltà sono enormi. A fine giugno l’Associazione ha chiesto al presidente della Camera, Schifani, di sollecitare la ricostituzione della commisione di inchiesta sull’uranio impoverito sebbene da oltre quattro mesi ci sia stato il via libera del Senato. Ma le difficoltà sono legate soprattutto ad un ambiente, quello militare, poco incline – per semplificare – a collaborare e volto semmai a nascondere nel silenzio. Perché l’uranio impoverito essendo usato come principale detonante nelle armi ad alta tecnologia, sono usate non solo sulla scena di guerra, ma anche da coloro che si esercitano nei poligoni militari. Ecco perché le regioni più colpite in Italia sono la Campania, la Puglia e la Sardegna. Al dicembre del 2009 i casi letali accertati erano 79. Quando era ministro Parisi, questi in due audizioni diverse indicò prima 37 e poi 77 i morti, prima 255 e poi 312 i casi di malattia accertati. Eppure il gruppo interforze della Sanità militare audito al Senato nel 2007 parlava di 158 casi di morte accertata e di 1833 casi di malattia. E in questo quadro mancano le vittime civili: quelli già deceduti e quelli che ancora vivono nei luoghi contaminati della guerra. Di questo non solo non ci sono stime e valutazioni: non c’è nemmeno l’intenzione di considerarli. Cifre discordanti e assenza dispiegazioni, incapacità di monitorare oggettivamente, omissioni volontarie e colpevoli: questo è lo scenario in cui si muove l’associazione che raccoglie i familiari delle vittime. “Io sono qui” testimonia una forte volontà di affermazione, non solo rispetto ad un fenomeno migratorio in costante e preoccupante ripresa, ma anche rispetto alla dimensione del silenzio, dell’omertà, dell’omissione e della cancellazione che le istituzioni militari e governative mantengono sul tema dell’uranio impoverito e delel esercitazioni militari. Io sono ancora qui, anche da morto, a chiedere spiegazione di tutto: questo è il segno lasciato da bel film di Mario Piredda, testimonianza di una ricchezza forte del cinema giovane in Sardegna.

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