Archeologi e precariato

1 Ottobre 2007

Giuseppina Manca di Mores

FALCE E CAZZUOLAChe paradosso: può essere considerata una delle nuove professioni, ma si occupa di cose che certamente nuove non sono. Ufficiale eppure clandestina, istituzionale eppure non regolamentata, dipendente eppure di ampia autonomia. Nella sua generalità, oggi sostanzialmente precaria. Che già parlare di professione non appare così scontato, in bilico fra la passione e, nell’immaginario di molti, “quello che mi sarebbe tanto piaciuto fare” e poi, chissà perché, non si è fatto: per trovare la definizione del mestiere di archeologo dobbiamo faticare non poco, e con scarso esito, nella normativa; appoggiarci più ad un senso comune che rischia di essere fuorviante. La figura dell’archeologo non è, in effetti, nuova. Da erudito e aristocratico ottocentesco, talvolta avventuriero e non sempre raccomandabile, l’archeologo si precisa progressivamente, in Italia, certamente nella ricerca universitaria (insegnamenti specialistici che man mano si configurano e si articolano in modo sempre più distinto), ma soprattutto nella tutela e quindi nell’ingresso, tramite concorso pubblico, nelle Soprintendenze. Un sistema, quello italiano della tutela, fondamentale e con meriti straordinari nei confronti dell’immenso – ancora da quantificare – patrimonio culturale; sistema, peraltro, perennemente in crisi e in costante emergenza nello sforzo di limitare i danni e a salvare il salvabile.
Nel crinale del Sessantotto e nella scolarizzazione di massa si avvia una modifica radicale della figura e dell’ambito di attività dell’archeologo, di pari passo con lo sviluppo culturale del paese, con l’affermarsi del concetto di bene culturale inteso come bene pubblico e dunque della sua appartenenza alla collettività, che come tale almeno in parte lo recepisce, come mostra la crescente richiesta di accesso e consumo ai beni culturali.
Parallelamente, assistiamo all’aumento degli iscritti e dei laureati nei percorsi formativi. Il lavoro cognitivo si allarga, qua con un fascino particolare perché la rigorosa applicazione scientifica si coniuga col fattore emozionale della scoperta e del rivelamento, grande o piccolo non importa, del quale in quel momento l’archeologo è l’unico tramite. Alla laurea in Lettere e Filosofia con indirizzo storico, archeologico o quant’altro seguito da una scuola di perfezionamento/specializzazione biennale o triennale, si affiancano e poi ricombinano negli adeguamenti alle normative europee i corsi di diploma, le lauree brevi, il “3+2” per tecnici, operatori e altre qualifiche nei beni culturali. Quale che sia il percorso scelto, molteplici fattori concorrono al passaggio definitivo e irreversibile dell’archeologo come risorsa professionale allargata, e non più assorbita, né come ‘posti di lavoro,’ né, soprattutto, concettualmente, da Soprintendenze, Università e Ricerca.
A fronte di una contrazione del numero dei posti nei settori tradizionali, con il blocco dei concorsi pubblici cui fa riscontro la crisi del sistema di reclutamento delle Università, si assiste dunque negli ultimi trent’anni ad un sensibile aumento del numero di archeologi e di figure comunque titolate ad operare nel settore dei beni culturali. Accade così che, per quanto riguarda il sistema della tutela, si precisa sempre più la figura del “collaboratore” delle Soprintendenze. Figura che risulta ben presto essere non opzionale ma, anche a fronte del numero ridotto di funzionari di ruolo, imprescindibile per l’attività ordinaria. Si forma così ben presto un piccolo esercito di “collaboratori esterni” – il termine assume quasi la connotazione di una qualifica professionale – costituito da giovani laureati sempre meno giovani, spesso dotati di alta specializzazione e di capacità acquisite con aggiornamenti, corsi, master e soprattutto continuativa attività sul campo, oscillanti fra esigue speranze di carriera istituzionale, una libera professione mai normativamente definita e la prospettiva di un precariato senza fine. Gli “esterni” spesso ”collaborano” a vita con il Ministero, senza tutela, senza contratti nazionali di riferimento, senza tariffe professionali stabilite, senza criteri di trasparenza nell’assegnazione degli incarichi, senza alcuna garanzia per il presente e per il futuro. Una situazione che espone, per il suo stesso essere, a posizioni di incertezza e di instabilità quando non di vero ricatto e vessazione. Un precariato particolare, di alta specializzazione e qualificato, da collocare in modo opportuno in un settore che è unanimemente riconosciuto dagli esperti – l’economia dei beni culturali è ormai una branca di questa disciplina – in crescita. Un ruolo non di poco conto gioca lo sviluppo del turismo culturale che impone nuove e organizzate forme di gestione dei beni culturali e segnatamente dei beni archeologici. La stessa evoluzione di concetti e modalità di gestione del territorio, la costruzione delle città, la redazione dei piani urbanistici, la salvaguardia del paesaggio – si pensi solo alla Valutazione di Impatto Ambientale – vedono la necessità della presenza degli archeologi non solo nella fase di controllo ma anche in quella di costruzione del territorio. E, nei fatti, gli ultimi decenni hanno visto una significativa crescita degli Enti Locali e anche di soggetti privati come committenza diretta.
E’ dunque importante che questa nuova figura cognitiva tenda a liberarsi da un circuito di clandestinità e spesso di abusi che penalizzano non solo le singole persone, ma tutto il territorio che subisce la perdita di quei valori professionali connessi alla natura del lavoro stesso. Vari possono essere i contratti di riferimento per il lavoro dipendente. Da un lato quello statale e degli Enti Locali, dall’altro quelli delle diverse categorie nelle quali, volta per volta, capita di assumere l’archeologo. Una ventina di anni fa, ai tempi dei “Giacimenti Culturali”, si assumeva con il contratto dei metalmeccanici; più credibilmente, di recente, con quello degli Enti Locali, dell’Edilizia o di Federculture. Ma la tendenza emergente è quella dei Co.Co.Pro (contratti a progetto), con episodi di sfruttamento e condizioni economiche inadeguate. Affrontare tutto questo dal punto di vista sindacale non è facile. Negli ultimi anni all’interno del NidiL-CGIL si è cominciato ad individuare, conoscere ed evidenziare le problematiche legate agli archeologi, peraltro comuni ad altri lavoratori della conoscenza, quali ad esempio gli storici dell’arte e i demoetnoantropologi operanti in ambiti affini e che spesso interagiscono. Solo di recente si è avuta un’evoluzione rispetto ai restauratori, il cui ambito di competenza è stato definito a livello normativo (DLgsl n. 163 del 12 aprile 2006, nel quale resta invece ancora vago, l’ambito di competenza degli archeologi, peraltro non esplicitamente nominati). Importante, in questa fase, la costituzione di associazioni nazionali degli archeologi.
L’azione che il NidiL sta portando avanti si muove su diversi piani: da un lato, la costruzione, di stampo sindacale “classico”, di un sistema di garanzie sociali (contributi, assistenza, assicurazioni etc.) e di normalizzazione degli accessi alle attività lavorative. Dall’altro il riconoscimento di adeguate collocazioni alla luce dei vari CCNL relativi ai committenti che operano l’assunzione. Infine, l’individuazione di tariffe professionali congrue alle prestazioni fornite in analogia con altre professioni già regolamentate, con specifico riferimento a quelle di architetti e ingegneri. In questo senso è stata già elaborata una piattaforma regionale in merito alla definizione della professione e al tariffario, nella prospettiva di una lista o albo degli archeologi sardi. Gli interlocutori non possono essere solo il MBAC o la Pubblica Istruzione, ma anche e soprattutto il Lavoro.
Dal contatto con i lavoratori e dallo studio delle problematiche poste emerge tra gli altri un aspetto non sottovalutabile. Nella società isolana i valori attrattivi di questa professione si ricollegano assai spesso alla ricerca delle radici, alla definizione della memoria, al perseguimento tenace del radicamento al territorio, al rafforzamento dell’identità. Ciò costituisce un valore aggiunto ad un capitale, già di per sé cospicuo, che la Sardegna non può permettersi di disperdere: gli archeologi, così come altri lavoratori della conoscenza, sono una risorsa meritevole di attenzione. che tanto può fare e dare allo sviluppo dell’isola. Ci sono le competenze, ci sono le opportunità, c’è un grande patrimonio con caratteristiche di unicità, ci sono – ci devono essere – le risorse economiche; ma c’è anche la necessità ormai improrogabile di regole, tutele, emersione e definizione di una categoria che può portare – e già, in silenzio, con molte difficoltà e pochi riconoscimenti, da tanti anni, lo fa – un suo significativo contributo nello sviluppo culturale ed economico della Sardegna.

Giuseppina Manca di Mores Direttivo provinciale NidiL-CGIL Sassari

1 Commento a “Archeologi e precariato”

  1. Giuseppe Pisanu scrive:

    Gent.ma Dott.ssa,
    La conosco da sempre nonostante non ci siamo mai incontrati.
    Ho seguito, come Lei, la strada che da Bologna mi ha portato a Tharros (con Henry) e, per fortuna, ad Olbia (relitti, museo ecc ecc).
    Sono co.co pro da circa 10 anni (ex co co co) e rispecchio fedelmente il triste e preciso quadro che Lei ha dipinto con lucida maestria.
    Ora vivo “in strada” -seguo i cantieri nell’area urbana- con problemi molto lontani da quello che mi aspettavo da questo lavoro, il tutto pervaso da un misto di disillusione e la voglia di studiare e pubblicare che non trovo più.
    Mi farebbe piacere avvicinarmi alle Vostre iniziative e condividere eventuali battaglie di questo numeroso popolo senza futuro.
    Un grazie da tutti per la Vostra nobile iniziativa.
    Con profonda stima, Giuseppe Pisanu

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