Babà

1 Aprile 2019

Antonio Possenti, spiaggia delle valigie

[Graziano Pintori]

Il 22 marzo è morto Babà, all’improvviso, mentre disponeva le ultime cose nella valigia dei sogni: suoi inestricabili compagni di viaggio. Si preparava per partire verso la sua terra, il Senegal, tra la sua gente e i suoi affetti più stretti: le due mogli e i sette figli, l’ultimo nato a dicembre, quello di cui non conosceva ancora l’alito. Chissà quanti oggetti e chimere del consumismo occidentale riempivano quella valigia, sicuramente tanti e ognuno con il suo significato destinato a ciascun componente la famiglia. Con gli oggetti luccicava la gioia trasfusa dal ritorno alle radici, che vola da un continente all’altro, in alto dove il mondo appare libero da muri, confini, dogane. Proprio come nei sogni e nelle speranze. Nel chiudere quella valigia Babà sapeva di portare anche l’aria del nostro cielo, il profumo della nostra terra e l’affetto della gente, di tanta gente che gli ha voluto bene. Gente di Barbagia: Nuoro, Sarule, Orgosolo, Lodine, Orotelli, che l’ha conosciuto come uomo giusto, umile, dignitoso e in grado di fare doni quando poteva a quelli più poveri di lui. Nuotava nel grande mare dell’onestà e dell’umiltà e con sapienza viveva da “Senegalsardo”, come lo identificava Graziella Deiana, la dipendente dello storico negozio dei F.lli Spena di via Catte a Nuoro, promotrice della raccolta fondi per il rientro del feretro in Senegal. La spontanea generosità della gente di questo pezzo di Sardegna è stata assai massiccia, ben oltre le previsioni. L’oltre sarà inviato alla famiglia di Babaka, noto Babà, 54 anni da 30 in terra sarda e dall’originale parlata sardo- senegalese, un modo per dimostrare l’integrazione avvenuta e il rispetto e riconoscimento verso chi lo aveva accolto: gli stessi che oggi lo salutano nel suo ultimo viaggio con un abbraccio corale, commosso, caloroso. Tutta qui, se vogliamo, la storia di Babà in terra sarda e della gente che con semplicità gli ha voluto bene, scevra da condizionamenti, paure e titubanze verso gli stranieri, i colori della pelle, verso chi usa idiomi sconosciuti. Babà è stato quello che la comunità aveva percepito: uomo buono e trasparente in cui non risaltava il colore della pelle, ma la capacità e la modestia con cui è entrato a far parte del nostro mondo, si è mosso con noi rispettandone le regole. Quelle uguali per tutti. Se vogliamo dare un significato a tutto questo, chiediamoci qual è il limite umano che separa l’africano dall’italiano, l’autoctono dallo straniero, il bianco dal nero? Chiediamoci perché decine e decine di persone hanno risposto all’appello solidale, lasciando che la cultura del razzismo, della xenofobia, dell’inspiegabile paura verso il diverso e lo sconosciuto si disperdesse nei rivoli dell’incomprensione e dell’indifferenza? Con questi interrogativi mi chiedo chissà quanti Babà, Alì, Dibà ecc. ci sono lungo le nostre strade, dentro i centri di accoglienza umanamente immondi, con la schiena rotta dalla raccolta dei pomodori per i pelati dei nostri sughi e pizze a volontà. Babà, Alì, Dibà ammassati nei campi come schiavi e morire bruciati o spiaccicati come pomodori chiusi nei furgoni che si schiantano lungo le piantagioni di oro rosso. Scompare la memoria dei tanti Babà, Alì, Dibà affogati e dispersi nel Mare Nostrum; non si ascoltano più le onde del mare che si confondono con le grida di dolore provenire dai luoghi di tortura libici. Non si ha più luce negli occhi per vedere ciò che accade oltre il nostro perbenismo, oltre i muri, oltre i nostri porti dai fari spenti, resi ciechi dall’egoismo . Chissà quanti altri Babà, Alì, Dibà senza fissa dimora, privi d’identità e di accoglienza sono finiti nelle maglie oscure della malavita e poi in quelle della giustizia. Di questi sono in tanti chiusi nelle galere, l’ultima dimora, luogo di spedizione e rimpatrio senza biglietto di ritorno: merce scaduta, ammuffita, inutile. Poche speranze per i tanti Babà, Alì e Dibà che nel loro percorso di vita sono incappati in un ministro che si pone di traverso nei confronti di chi vuole difendere e allargare i diritti, costruire nuove forme di solidarietà e socialità per trasformare speranze e sogni in realtà. Ogni ministro ha i suoi metodi, quello leghista utilizza e diffonde la paura come arma di dissuasione e di consenso. Come un bullo violento utilizza il linguaggio spinto dalla bile, che di solito, guarda caso, ha il colore giallo e verde, gli stessi che casualmente distinguono i colori del governo in carica che lo esprime, sostiene e incoraggia come ministro/poliziotto.
Babà, che la terra ti sia lieve.

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