Buttate giù quella chiesa

1 dicembre 2018
[Giancarlo Ghirra]

Demolire, sventrare, distruggere andava di moda a metà dell’Ottocento, quando il barone Haussmann distruggeva nel nome della modernità l’antica Parigi.

Andava di moda anche a Sassari, città costretta dalle spinte moderniste (e da intenti speculativi dei nuovi ceti sociali legati all’edilizia che oggi conosciamo anche troppo bene) a uscire dalle mura fortificate e perdere in pochi anni castelli, porte, edifici antichi, persino chiese. Già, le chiese. Proprio mentre la città è spazzata dal colera, che uccide cinquemila dei suoi 23mila abitanti, viene rasa al suolo Santa Caterina, il secondo per importanza dei centri di culto cittadini.

Santa Caterina scompare quasi nel silenzio generale. E oggi, centosessant’anni e passa da quei giorni, due investigatori reporter vanno alla ricerca delle cause di quella scelta figlia di una serie di motivazioni intrecciate: moventi speculativi, crescita urbanistica, conflitto fra un’emergente borghesia laica e una Chiesa impaurita dalle spinte laico – risorgimentali ma anche divisa al suo interno (ad esempio fra Curia e Gesuiti).

A indagare su quel cold case, come oggi si definiscono i gialli irrisolti, sono due intellettuali curiosi del presente e del futuro ma anche del passato. Sono un architetto, Sandro Roggio, impegnato si potrebbe dire esistenzialmente sul fronte della battaglia contro la cementificazione selvaggia delle coste e delle città, e un giornalista, Cosimo Filigheddu, autore di testi teatrali e sino a qualche anno fa capocronista della Nuova Sardegna e prima ancora capo delle pagine culturali.

In pochi mesi i due investigatori hanno scartabellato atti d’archivio e condotto indagini sul campo alla ricerca di prove e spiegazioni di un fatto quasi inspiegabile, dando vita a un libro molto interessante e godibile (“Buttate giù quella chiesa. Santa Caterina, le vere cause della demolizione”, Edes editrice, 116 pagine, 12 euro) sui motivi di una scelta che vide scendere in campo persino Papa Pio IX. Un Papa in difficoltà, se è vero che il Regno di Sardegna aveva nel 1848 aperto le ostilità da Torino contro la Chiesa italiana anche con il sacrosanto obiettivo di incamerarne i beni.

E’ del 1850 la legge Sicardi, e in quegli anni anche a Sassari la borghesia emergente che mette le sue mani sull’amministrazione comunale dà l’assalto ai beni ecclesiastici, e anche agli ecclesiastici stessi, cacciando i Gesuiti, fra i protagonisti di questa vicenda narrata da Filigheddu e Roggio se non altro perché la loro Chiesa ospiterà – oltre al nome dell’edificio demolito e al suo titolo parrocchiale – ciò che era trasportabile della vecchia Santa Caterina. Fu un’operazione urbanisticamente assai violenta, giustificata sicuramente anche dall’esigenza di dare nuovi spazi a una città sovraffollata e assalita da tante malattie, stremata poi dal colera del 1855.

Non solo Santa Caterina, ma persino l’adiacente Palazzo del Governo venne demolito una quindicina di anni dopo, creando l’attuale Piazza Azuni. Successivamente, nella piazza poco più a sud, toccherà al trecentesco Castello, che fu sede dell’Inquisizione per l’intera Sardegna. Tutto ciò avvenne in pochi anni, nel silenzio (purtroppo ricorrente nella storia non soltanto di Sassari) di intellettuali e dirigenti, persino di Pasquale Tola, incurante di una demolizione vista da tanti, nel clima risorgimentale, come una risposta al degrado portato dal passato. Ma in realtà i due investigatori si sono convinti che la Chiesa non fosse pericolante.

E che una serie di circostanze storiche e politiche l’avesse condannata a morte senza appello per ragioni ideologiche e di convenienza. Persino la Curia ebbe le sue, visto che la nuova Santa Caterina trovò alloggio a poche centinaia di metri, accanto all’attuale Palazzo Ducale, in quello che era stato il collegio dei Gesuiti. La loro cacciata era recentissima, e il contestato (dai sassaresi) arcivescovo Varesini trovò nella nuova chiesa lo strumento per occupare stabilmente lo spazio proprietà degli allievi di Ignazio da Loyola.

Non fu una partita semplice, insomma, e assunse un respiro almeno nazionale, se è vero che persino il Papa se ne occupò. L’emozionante scoperta (così gli autori) consiste in poche righe emerse dalla lettura di un opuscolo pubblicato negli Anni Cinquanta dell’Ottocento contenente una allocuzione di Pio IX al collegio dei cardinali in un concistoro segreto del 22 gennaio del 1855. Ebbene, nell’elenco dei “gravi mali da cui è afflitta la Chiesa cattolica nel Regno di Sardegna”, il Papa del Risorgimento comprende anche la demolizione della chiesa sassarese di Santa Caterina e l’imposizione blasfema fatta dall’arcivescovo di trasferirne la parrocchia al tempio gesuita di Gesù Maria.

Sassari, in competizione con Cagliari per il primato regionale, è città pienamente inserita nelle vicende nazionali. E gli autori collocano dentro la storia italiana ed europea anche la vicenda di una demolizione che riserva una sorpresa ulteriore: non tutto è andato perduto, ma Filigheddu e Roggio, all’interno della parte sul campo della loro indagine, hanno rinvenuto addirittura dei resti dell’antica chiesa all’interno di un edificio tuttora esistente, che sino al 2017 ospitava una gioielleria in piazza Azuni. Utilizzando la torcia del cellulare hanno scoperto una finestra gotica in stile pisano, ultima traccia di quella Santa Caterina che con questo libro vive oggi una nuova vita. E stimola ulteriori ricerche utili alla soluzione di un giallo storico – politico – urbanistico ancora in parte irrisolto.

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