Per qualche dollaro in più

15 Giugno 2007

BUSH

Valentino Parlato

Non credo sia errato, e neppure azzardato, affermare che George Bush sia ormai sul viale del tramonto (nonostante il bagno di folla in Albania) e che anche gli Stati Uniti non stiano tanto bene o, addirittura, in una crisi di egemonia; ripeto di egemonia e non di potenza militare. Tutto questo dovrebbe confortare, ma anche preoccupare perché la crisi di egemonia dell’impero più potente del mondo (anche militarmente) può dare brutte sorprese.
Bush è andato in minoranza al Senato e al Congresso e ancora è in corso di disfacimento il suo gruppo di potere, i suoi uomini di governo, e anche il vecchio Powell gli dà contro.
Il fatto è che la politica di «esportazione della democrazia» con la forza delle armi non ha funzionato. Il dato di fatto, abbastanza nuovo, è che gli Usa hanno vinto le guerre d’Afghanistan e Iraq ma non riescono a concluderle. Per un certo verso è peggio della sconfitta in Vietnam: in Iraq e Afghanistan gli Usa continuano a dover essere presenti e a perdere uomini. A proposito di queste due guerre Stefano Silvestri sul Sole 24 Ore del 12 giugno scrive: «Una cosa è certa: le operazioni in Medio Oriente e in Afghanistan hanno dimostrato l’efficacia altissima delle nuove tecnologie e delle nuove impostazioni operative, ma poi hanno anche rivalutato il ruolo centrale dell’uomo, del singolo soldato e della stessa quantità di soldati necessari per esercitare un effettivo controllo del territorio, nonché della migliore strategia per prevalere nei nuovi conflitti. Siamo ancora lontani da una soluzione a questi problemi». Negli Usa il bilancio della Difesa è salito a 481 miliardi di dollari, ma pochi uomini legati al loro popolo riescono a tenere in scacco la superpotenza, che è obbligata a inviare altri soldati.
Ma non si tratta solo delle guerre che non finiscono, c’è anche la crisi di due istituzioni fondamentali dell’impero americano: la crisi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale come ben documenta Antonio Lettieri sul sito di «Eguaglianza e Libertà» (www.eguaglianzaeliberta.it). La Banca mondiale non riesce più a fare prestiti in grado di dare un rendimento di almeno un miliardo di dollari per pagare i suoi 13 mila funzionari. Analoga crisi patisce il Fondo monetario internazionale, quello nato per iniziativa di Keynes. Dopo che Brasile e Argentina hanno scelto, con sacrifici certamente, di liberarsi del debito nei confronti del Fondo. Questi due strumenti del potere Usa sull’intero mondo ormai appartengono al passato, ai tempi della globalizzazione unipolare, cioè Usa. Ora – cito sempre Lettieri – «L’unipolarismo cede il passo alle nuove potenze regionali. Per rappresentare questa nuova realtà è stato coniato un acronimo: i BRICS vale a dire Brasile, Russia, India e Cina. La globalizzazione va avanti ma non c’è più una “guida suprema”, in grado di imporre le sue regole e il suo credo».
E c’è da aggiungere ancora qualcosa su come vanno le cose all’interno degli Usa. Due, mi pare, sono i fenomeni più rilevanti.
Innanzitutto la crisi del ceto medio che è stato il fondamento del modo americano di vita e della relativa pace sociale. Il ceto medio è sempre più indebitato. La bolla edilizia è scoppiata e sono in molti quelli che non riescono più a pagare il mutuo e che vanno in malora.
In secondo luogo c’è la crescita del debito americano con l’estero e l’acquisizione di titoli di stato Usa da parte di altri paesi (credo che in testa ci siano Cina e Giappone). Il punto è che la grande America sta diventando il più grande debitore del mondo. Ma anche questa grande debolezza è grandemente pericolosa. Faccio un esempio assai semplice: supponete di avere un grande debitore, che vi deve un sacco di soldi e non paga. Dovrebbe essere ai vostri piedi, ma si dà il caso che quel debitore è armato, molto ben armato. E allora a voi che cosa resta da fare?
Per Bush non va bene, ma anche noi siamo un po’ preoccupati.

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