Economie resistenti

1 Agosto 2012
Giuseppe Masala

In questa epoca è giusto interrogarsi su cosa sia lo sviluppo economico e quale sia la base reale che lo innesca. E’ infinita la lista dei filosofi, dei sociologi, dei politologi e degli economisti che hanno provato a dare una spiegazione a queste problematiche.
In via generalissima possiamo dire che per sviluppo economico si intende quella particolare fase storica, relativa ad una comunità (più o meno vasta numericamente), che segna il passaggio da un economia sostanzialmente agricola e di sussistenza ad una economia dove si sviluppa l’apporto dell’industria e dei servizi alla creazione della ricchezza.
Ma qual’è il fenomeno sociale ed economico che innesca questo passaggio? La questione fu indagata già da Adam Smith che individuava nell’accumulazione primaria del capitale, frutto del lavoro e del risparmio degli imprenditori quale motivo di questo passaggio. Marx criticò aspramente questa visione (libro I del Capitale) individuando nella trasformazione di alcune fasce sociali, da “produttori diretti” in “operai salariati” ed altri invece in “imprenditori” e dunque possessori dei “mezzi di produzione” che in sostanza diventano il “capitale accumulato”. Senza voler entrare nella diatriba – sarebbe troppo lungo – possiamo affermare – credo indubitabilmente – che il processo di sviluppo economico è frutto dell’accumulazione primaria del capitale al di là di come esso abbia avuto origine (sull’origine del fenomeno, come abbiamo sommariamente visto, Marx e Smith danno una diversa interpretazione).
Venendo al giorno d’oggi, sappiamo che in una economia capitalista (questo è il tempo che ci è dato vivere) il capitale è destinato a distruggersi qualora la sua resa (intesa come capacità di generare profitti) non sia sufficiente o sia addirittura assente. Senza dubbio, come individuato da Schumpeter, questo fenomeno naturale di distruzione del capitale deve essere accompagnato dalla creazione di nuovo capitale, dunque di nuove aziende, nuovi prodotti, nuovi processi e nuovi mercati. In una parola è necessario un costante processo di innovazione.
Innovazione che può essere frutto solo della ricerca, della cultura ed in generale della crescita di quello che viene definito come il “capitale sociale” di una comunità.
In Sardegna, in particolar modo nelle zone interne, questa necessità di continua innovazione va a scontrarsi con quel particolare fenomeno che Giovanni Lilliu definì come la “costante resistenziale”, ovvero quella particolare tendenza dei sardi a non integrarsi mai del tutto con le realtà altre. La cosa può essere vista anche come positiva, sia chiaro, ma deve essere altrettanto chiaro che questo fenomeno va a cozzare con le necessità intrinseche di una moderna economia capitalistica.
Ecco dunque che si spiega – forse non del tutto, ma almeno in parte – l’endemico sottosviluppo delle zone interne e la continua necessità di apporto di capitale pubblico per garantire un livello minimo di benessere paragonabile a quello delle altre zone dell’Isola e del Continente. Sul come superare la dicotomia di una economia capitalistica in salsa sarda, divisa tra la necessità di innovazione e la costante resistenziale, si è avuto una risposta proprio da una delle zone interne della Sardegna: il Goceano.
Qualche anno fa, grazie all’impulso del Ministero dell’Interno, è stato istituito un Consorzio di Comuni comprendente i nove paesi del Goceano con l”aggiunta di Buddusò ed Alà dei Sardi proprio al fine di far lievitare il capitale sociale delle comunità coinvolte e di aprire, dunque, alla modernità le nuove generazioni. Sono state costruite nuove strutture sportive ma anche ricreative al fine di favorire lo sviluppo di quella società civile necessaria ad uno sviluppo economico endogeno.
Alla base di tutto vi era l’urgenza di far crescere la cultura della legalità che è – naturalmente – aspetto fondamentale per uno sviluppo economico sostenibile e reale. Molti sono stati i progetti cosiddetti “immateriali”: segnalo in particolare il progetto di educazione ambientale “world of children” con la collaborazione dell’Unesco ed il progetto “cantieri di legalità” con la partecipazione della Regione Sardegna. Da sottolineare anche la positiva collaborazione con la Fondazione Pietro Mennea.
Il miracolo di questa iniziativa – a parere di chi scrive – stava proprio nella capacità di far lievitare il capitale sociale delle comunità senza forzature e dunque non con una imposizione “dall’alto” ma con una spinta dal basso: i progetti erano calibrati sulle reali esigenze delle comunità grazie al fatto che essi venivano pensati e realizzati da un agguerrito e preparato staff completamente composto da professionisti del territorio.
Probabilmente questa è la strada da perseguire al fine di raggiungere il traguardo di uno sviluppo “autocentrato” per le zone interne: tentare di far crescere il capitale sociale delle comunità favorendo le iniziative culturali, sportive e sensibilizzando anche attraverso l’apporto di esperienze positive provenienti dall’esterno.
Tutto però calibrato sulle reali esigenze delle comunità, dunque senza salti in avanti calati dall’alto.

PS
Sfortunatamente l’esperienza del “Consorzio Sviluppo Civile” terminerà presto a causa di non meglio chiariti motivi politici e amministrativi. Spiace constatare che questa chiusura delle attività si sia resa possibile con una maggioranza, nei comuni del Goceano, di sinistra (non comunista però). Non rimane che augurarsi che si trovi il modo di non disperdere il patrimonio di competenze accumulato (anche questo è capitale!) e che, anzi, l’iniziativa possa essere esportata ad altre realtà depresse della Sardegna. Solo la crescita del capitale sociale e dunque del capitale culturale e umano può creare le condizioni per uno sviluppo economico autocentrato e reale e dunque basato sull’innovazione.
Per correttezza segnalo che chi scrive è stato rappresentante per il proprio comune (Nule) nel “Consiglio dei Sindaci” del Consorzio, su delega del Sindaco Guido Leori.

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