Enrico Berlinguer e la Sardegna

1 Agosto 2019
[Massimo Dadea]

Sono trascorsi trentacinque anni da quella terribile notte in cui Enrico Berlinguer – mentre era impegnato nell’ennesimo comizio per il rinnovo del Parlamento Europeo, in Piazza della Frutta a Padova – fu colpito da una devastante emorragia cerebrale.

Dopo un’agonia durata quattro giorni, morì. Al suo funerale, a Roma, parteciparono oltre un milione di persone, a testimonianza di una emozione, di un dolore, di uno smarrimento, che andavano bel oltre il popolo comunista. Il suo stile sobrio, il suo eloquio asciutto e privo di fronzoli, il suo rigore morale, il suo sorriso dolce e disarmante, ne avevano fatto l’uomo politico più apprezzato, rispettato e ascoltato.

A quel funerale era presente una folta delegazione di comunisti sardi. In mille arrivarono con una nave che era stata destinata solo per loro. Io ero parte di quella folla. Orgogliosi di quel sardo che riassumeva in sé il meglio del carattere dei sardi: mite e testardo, silenzioso e acuto, riservato e orgoglioso, serio e leale. Un popolo ferito, ma consapevole e fiducioso che il suo lascito politico, morale e culturale, non sarebbe andato perduto. In molti vi era però la sensazione che niente sarebbe stato più come prima.

A rileggere oggi quelle emozioni, quelle speranze, bisogna amaramente ammettere che una parte importante di quel patrimonio ideale e politico è andato perso, frantumato, nei tanti rivoli in cui si è divisa, in questi anni, la sinistra. Avevo incontrato Enrico Berlinguer nel corso della sua ultima visita in Sardegna, quattro mesi prima della sua morte. I compagni avevano organizzato per lui un programma intenso, faticoso. In soli quattro giorni percorse oltre mille chilometri, incontrando i minatori del Sulcis Iglesiente, gli operai di Ottana e Porto Torres, i contadini e i pastori della Cooperativa di Isalle, di Dorgali.

Di lui mi colpirono due cose. La prima. Il modo meticoloso, quasi pignolo, con cui preparava ogni incontro, ogni comizio. Rimaneva sino a tardi ad informarsi dai compagni, a prendere appunti, mentre avvolto in una nuvola di fumo, consumava l’ennesima sigaretta. La seconda, il suo viso. Un viso sofferente, solcato da un sorriso tirato che accentuava la profondità delle pieghe ai lati della bocca. Segni inequivocabili di una stanchezza che avrebbe consigliato un meritato riposo.

Eppure continuava a stringere mani, a fare comizi, ad incoraggiare il popolo comunista in vista delle elezioni europee e, in Sardegna, del rinnovo del Consiglio regionale. Senza risparmiarsi, con una dedizione e uno spirito di sacrificio che solo un grande ideale, quello per cui si è spesa la propria vita, potevano giustificare. A distanza di trentacinque anni è legittimo chiedersi: cosa rimane della figura di Enrico Berlinguer? Da un lato la straordinaria attualità del suo pensiero, del suo insegnamento.

Dall’altro il silenzio, la disattenzione, perfino il fastidio, con cui la politica, le istituzioni, i partiti, la cultura, la sinistra, hanno “celebrato” l’anniversario. La modernità della sua elaborazione oggi risalta ancora di più, in un tempo, il nostro, che sembra aver smarrito molte delle certezze a cui generazioni di donne e di uomini avevano ancorato una parte delle loro esistenze. In un tempo in cui molte delle conquiste democratiche – troppo presto considerate intangibili – si sono squagliate al fuoco di un pericoloso populismo, di uno strisciante razzismo, di una nuova destra che alimenta i peggiori rigurgiti xenofobi e fascisti. Basta rileggere la sua denuncia sulla degenerazione dei partiti: “ I partiti di oggi sono sopratutto macchine di potere e di clientela hanno occupato lo Stato e le istituzioni, a partire dal governo.

Hanno occupato gli Enti locali, gli Enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la RAI, alcuni grandi giornali…Sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss.” La verità è che la sua è una memoria scomoda, prima di tutto per una parte della sinistra. In tutti questi anni hanno provato a rimuovere, a disinnescare, a ridimensionare il suo testamento politico. Come non ricordare il libro scritto da Miriam Mafai,Dimenticare Berlinguer”, all’indomani della vittoria dell’Ulivo, nel 1996: una vera e propria requisitoria, infarcita di giudizi insultanti. Molti compagni, specie nel PD, ma non solo, hanno vissuto e continuano a vivere con angoscia il peso della sua eredità politica.

Una smemoratezza di cui non appare immune la Sardegna, la sua terra. Non sono molte le piazze, le vie, le istituzioni politiche e culturali, che gli sono state dedicate. L’imperversare dell’antipolitica e del leaderismo populista rendono ancora più urgente il recupero della sua elaborazione teorica, ad iniziare da quella che, all’indomani del terremoto in Irpinia, venne definita “l’alternativa democratica”. La costruzione di una sinistra larga e plurale, unico strumento per sbarrare la strada al nuovo fascismo al governo, non può non passare attraverso una rilettura, anche critica, del pensiero e dell’insegnamento di Enrico Berlinguer.

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