Fenomenologia dell’isola che non c’è [5]

19 Aprile 2022

[Alfonso Stiglitz]

Quand’ero giovane, mezzo secolo fa (in realtà un po’ di più), in un altro millennio, a tanti sardi capitava di incontrare, sulla nave di ritorno dal Continente (carrette Tirrenia, do you remember?), turistǝ incantatǝ che venivano in Sardegna: l’esotico a portata di mano. Il discorso finiva, inevitabilmente, sulla nostra conoscenza della Tv, della radio e su come si viveva nei nuraghi… Taccio sulle mie risposte. È un’esperienza condivisa da molti di voi, quindi non mi dilungo.

Tra quei passeggeri c’erano, l’abbiamo scoperto da poco, i testimonial italiani della nostra isola, acclamati e desiderati salvatori delle sorti dell’immagine della Sardegna nel mondo. Vittorio Sgarbi, nella prima edizione di Archeologika (indimenticabile kermesse), ha confessato le sue prime pulsioni erotiche giovanili alla vista di alcune donne che scendevano alla fonte in costume olianese. L’altro giorno, ahimè, anche l’Angelo nazionale lo ha confessato sulla sua pagina: “mi sentivo [era il 1968] coccolato dal calore del mare e del clima e dalla bellezza di quei luoghi che non avevo mai visto”.

Cominciava il novello Grand Tour dei giovani rampolli italiani e non, annunciato dall’annoiato D. H. Lawrence nel lontano 1921, alla ricerca dell’esotico, del primitivo, dell’isola remota ma dietro l’angolo, civilizzata giusto un briciolo, q. b. (come nelle ricette), ma pur sempre arcaica, legata ai valori ancestrali mantenuti mummificati, pardon, vivi per il turista che ancora oggi arriva da noi, magari non sulle carrette. Un Tour che immancabilmente prevede le santone del Bisso, gli antichissimi menhir, gli imponenti nuraghi, financo le carceri dell’Asinara e, ça va sans dire, la Brigata Sassari nel nuraghe, l’esotico dell’esotico.

Testimonial oggi portati in processione ad ogni loro discesa nella terra isolana, porte aperte, anzi spalancate. Ricordate i musei aperti in lockdown per le visite del critico-d’arte-nazionale? L’abbiamo portato anche in parlamento. E Alberto Angela in giro nell’isola come un santino che tuttǝ vogliono toccare? Il Grand Tour dei testimonial mi ha riportato alla mente alcune letture giovanili ma sempre attuali. Marc Bloch, si proprio lui, raccontava che “Per lunghi secoli i re di Francia e i re d’Inghilterra hanno […] “toccato le scrofole”; pretendevano cioè di guarire, con il solo contatto delle mani, i malati colpiti da questa affezione”. Poi, però, il grande storico ci ha svelato l’arcano, ci ha dato gli strumenti per leggere il fenomeno: “La fede nel miracolo fu creata dall’idea che doveva esservi un miracolo”. In altre parole, non sono Sgarbi e Angela che fanno il miracolo, è il nostro spropositato ego negativo, il tipico complesso di inferiorità del colonizzato che vuole il miracolo, lo reclama anche quando questo si configura con lo stereotipo che ci rende inferiori: arcaici, immobili, misteriosi. E il miracolo, immancabilmente, avviene.

Nei commenti sui social, il lungo e bel ‘documentario’ di Alberto Angela viene visto come l’esempio al quale dovrebbe ispirarsi l’Assessore regionale al turismo, Gianni Chessa. Sorprendente, perché il discorso di Chessa, ad esempio alla Borsa del Turismo di Milano, è esattamente quello di Angela, né più né meno, identico il messaggio. Non mi riferisco, ovviamente, all’aspetto estetico dei personaggi, non c’è partita e lo dico solidarizzando con l’Assessore del quale condivido il formato (non è colpa nostra se ci hanno fatto così), né alla padronanza linguistica o lo splendore delle immagini. È al messaggio che guardo, di tipo folcloristico nel primo, da buon indigeno, buonselvaggista nel secondo, da illuminato allogeno. Un sistema di specchi.

A completare il quadro, proprio in questi giorni è comparso il secondo spot della birra Ichnusa, come il primo basato sugli stereotipi dello sguardo da lontano, che rapidamente stiamo facendo nostro: “solitari, istintivi, testardi, orgogliosi, di poche parole… e non cambieremo la nostra anima perché ci rende unici. Dal 1912 anima sarda” e proprietà olandese. L’elevata qualità cinematografica dello spot, un passo sopra quello di Angela, svela l’arcano di queste operazioni: colonizzati quanto basta per essere iconici. Non a caso la birra Ichnusa è olandese: sono stati loro i maestri del moderno colonialismo, tra i primi trafficanti di schiavi e precursori nella creazione di una compagnia delle Indie orientali.

La narrazione contenuta nei tre avvenimenti, BIT, documentario, spot, differisce nelle forme e nella qualità estetica, ma è figlia della stessa logica e della ricerca di un’isola che non c’è. La Sardegna, per esistere, deve inventarsi selvaggia ma pulita, arcaica ma con il wi-fi, silenziosa ma paziente ascoltatrice, accogliente ma non appariscente, di pietra e di vento ma spensierata. Insomma un bel set cinematografico senza protagonisti ma con comparse in costume.

PS. Mi astengo, per carità di patria, dal commentare il discorso sugli sguardi e sui volti neolitici ancora presenti tra di noi grazie al DNA unico, uno scivolone verso i luoghi comuni del vecchio armamentario biologista, per non dire altro.

PPS. Il testo di Marc Bloch a cui mi riferisco si intitola (nella traduzione italiana) “I re taumaturghi” ed è stato pubblicato, con infinito ritardo, da Einaudi. Una lettura di perfetta attualità, come sempre.

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