Identità e falsificazioni

1 Ottobre 2019
[Marco Ligas]

Recentemente alcuni compagni ci hanno posto questa domanda: “perché anche voi che avete aderito sin dalla sua nascita al Manifesto oggi esprimete un giudizio severo sull’identificazione tra fascismo e comunismo fatta dall’Unione Europea in questi giorni? Non siete forse nati in polemica col partito comunista perché stentava a prendere le distanze dalla politica dell’Unione Sovietica, già allora considerata antidemocratica”?

Credo sia importante intervenire su questo tema sebbene consideri la domanda imprecisa e lontana dalle tematiche affrontate nel 1969, in occasione della radiazione del Manifesto. Mi soffermo piuttosto su alcune questioni che considero più pertinenti al tema affrontato.

Innanzitutto credo sia utile sottolineare come l’identità tra fascismo e comunismo sia del tutto falsa e artificiosa; nessuno di noi ha mai pensato e pensa tuttora a questa equivalenza.

Quando mai il fascismo si è posto l’obiettivo di tutelare i diritti delle classi sociali più emarginate, o di garantire il lavoro come occasione di crescita e di partecipazione sociale. Lo slogan credere obbedire e combattere era ben altra cosa e poco o niente aveva a che vedere con i valori di una società democratica.

Non dimentichiamo che la nostra separazione dal partito comunista non dipendeva certo dal convincimento che fosse opportuno allontanarsi dai valori appena sottolineati. Del resto neppure il partito comunista pensava questo. Fu l’espandersi delle grandi lotte di massa (fine degli anni sessanta) a provocare una separazione sulle analisi che si facevano in quel periodo. Ricordo che ci si domandava allora sull’opportunità se non fosse giunto il momento di passare dalla guerra di posizione ad una fase nuova nella quale il nesso tra il momento democratico e il momento socialista potesse essere rilanciato.

Penso piuttosto che pur facendo queste osservazioni sia comunque sbagliato negare le responsabilità che ha avuto l’Unione Sovietica nell’organizzazione politica e sociale di quel paese, così come non si possono dimenticare o sottovalutare le aggressioni militari condotte contro l’Ungheria o la Cecoslovacchia. Questo disegno seppure conseguente alle tensioni relative alla nascita della guerra fredda segna sia una fase drammatica nei rapporti tra gli stati che avevano combattuto la seconda guerra mondiale, sia un allontanamento dai valori propri della rivoluzione d’ottobre.

Ecco, anche a causa di queste tragedie, sbaglia l’Unione Europea quando sottolinea una identificazione tra fascismo e comunismo. Fa queste affermazioni con superficialità senza mostrare un minimo di rispetto nei confronti dei caduti nella seconda guerra mondiale. Quale paese ha subito la perdita di 25 milioni di cittadini, e chi ha liberato i prigionieri rinchiusi nei campi di sterminio? Sono stati i fascisti o i rappresentanti delle democrazie liberali che nel corso di quegli anni hanno cercato di tutelare principalmente i loro interessi. Ben diverso è stato il comportamento di coloro (i malfamati comunisti) che oggi vengono considerati con disprezzo.

E che dire delle democrazie liberali che ancora oggi vengono presentate o si presentano come istituzioni capaci di garantire la pace nel mondo? Se esaminiamo il ruolo svolto da loro non solo in questo dopoguerra ma anche nel secolo precedente non arriviamo certo a conclusioni esaltanti o comunque confortanti.

Seguendo con interesse e obiettività quel che accade nel nostro paese e più in generale negli altri continenti non è difficile registrare un atteggiamento costante e prevaricatore da parte delle così dette democrazie liberali. Mi chiedo spesso che cosa rappresentino nelle relazioni tra gli stati e nei rapporti tra chi detiene il potere economico e i cittadini dei vari paesi.

Sicuramente difendono gli interessi dei più forti. Le poche eccezioni che possiamo registrare non modificano questo giudizio. Oggi più che mai nel portare avanti questi obiettivi sono importanti e decisive le alleanze. L’ultimo esempio dell’Unione Europea sulle identificazioni tra fascismo e comunismo lo conferma.

Concludo facendo riferimento a due episodi molto significativi successi nel secolo scorso che comunque impongono più di una riflessione. Nel 1961 veniva assassinato Lumumba, il leader dell’Africa post coloniale. Il paese dove diventò capo del governo era il Congo Belga. Già il nome del paese, Congo Belga, la dice lunga sulla relazione tra il Congo e il Belgio e sul precedente dominio del Belgio in quel territorio africano.

La prima mossa politica di Lumumba fu quella di far aderire la Repubblica del Congo al movimento dei «non allineati», sancendo così l’indisponibilità a far parte dell’equilibrio bipolare che la guerra fredda imponeva a tutti i nuovi stati. Questa scelta fu devastante per il nuovo capo del governo. La sua vicenda politica ebbe un tragico epilogo e l’intervento degli Stati uniti non si fece attendere. Lumumba venne ucciso e contemporaneamente il potere passò a Mobutu, uomo imposto dagli USA.

Che dire di questa vicenda: non prevalse ancora una volta il potere e l’arroganza delle Democrazie liberali guidate opportunamente anche in questa occasione come in tante altre dagli Stati Uniti?

Dopo oltre 10 anni (nel 1973) si verificò un episodio analogo in America Latina, nel Cile. La vittoria di Alliende alle elezioni politiche e la sua investitura a Presidente di quel paese fu considerata un disastro per gli USA. Puntualmente, attraverso la CIA, venne organizzato il colpo di Stato. Il democratico liberale (fascista) Pinochet lo sostituì alla guida del paese che per anni subì le prevaricazioni dei militari e degli estremisti di estrema destra.

Davanti a situazioni come queste, oggi purtroppo più diffuse che mai, sarebbe più opportuno che i rappresentanti dell’Unione Europea assumessero decisioni più ponderate e vicine ai bisogni di tante popolazioni.

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