La conferenza Tawasol di Istanbul e la questione palestinese

1 dicembre 2018

Poliziotto di Hamas a Gaza City legge il giornale Mohammed Abed/AFP

[Matteo Meloni]

Il giornalista saudita del Washington Post Jamal Khashoggi avrebbe dovuto partecipare alla terza edizione della conferenza Tawasol 3 “Palestine International Forum for Media & Communication”. Ma la volontà della monarchia di Riyad non gli ha permesso di contribuire ai lavori svolti tra il 17 e il 18 novembre a Istanbul, proprio la città dove Khashoggi ha trovato la morte. Il destino, talvolta, può essere davvero beffardo, così come lo è stato nei confronti del popolo palestinese che dal 1948 subisce una violenta occupazione da parte dello Stato d’Israele.

Ad oggi, sui principali media internazionali la narrativa sul rapporto Palestina-Israele è inesorabilmente a favore del secondo, dove il flusso di notizie sugli avvenimenti in quella parte di Vicino Oriente arriva da fonti principalmente stanziali nella parte israeliana, e riportate dai più ascoltati telegiornali, dai più letti giornali cartacei e siti d’informazione spesso con un’imbarazzante sufficienza. Alla due giorni di Istanbul hanno partecipato circa 800 professionisti della comunicazione: giornalisti, registi, blogger, cartoonist, insieme ad accademici, personalità politiche e attivisti provenienti da tutto il mondo. Tra i tanti, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo, Ben White, giornalista britannico firma di Al-Jazeera, The Independent e Middle East Eye, Jonathan Steel, veterano del giornalismo ed editorialista del Guardian, Hugh Miles, che scrive per il sito Arab Digest, Donald Macintyre, spesso a Gaza per conto del Guardian.

Insomma, non proprio pericolosi insurrezionalisti. Come chi vi scrive, che segue le vicende israelo-palestinesi studiando molteplici analisi, con un background di studi politico-internazionali, strenuamente legato alle decisioni del diritto internazionale e, va da sé, alle risoluzioni che nel corso della storia sono state assunte dagli organi delle Nazioni Unite, Consiglio di Sicurezza su tutti. Ma in Palestina la realtà è ben diversa dal quadro politico e storico che si può apprendere attraverso i libri. I dati parlano chiaro: secondo la Banca Mondiale, nella striscia di Gaza la disoccupazione supera il 40%; dopo l’ennesimo conflitto impari del 2014 tra Hamas e l’esercito israeliano, il 20% della popolazione di Gaza — secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità — soffre di disturbi mentali; l’UNICEF ha stimato che circa 300.000 bambini necessitano di cure psicologiche. Se i dati incontrovertibili delle organizzazioni internazionali non sono sufficienti a chiarire le condizioni di vita dei palestinesi sia di Gaza sia della Cisgiordania, si può aggiungere che l’esercito israeliano arresta e pratica violenze fisiche su donne, minori ed anziani, agevola l’occupazione dei territori che secondo le Nazioni Unite appartengono allo Stato di Palestina e in ultima analisi la Knesset, il Parlamento — con sede a Gerusalemme e non nella capitale internazionalmente riconosciuta, Tel Aviv — ha recentemente approvato la legge sullo Stato-Nazione, dove si definisce Israele patria storica del popolo ebraico, col declassamento dell’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale.

È Gideon Levy, analista israeliano del quotidiano Haaretz, ad emettere il giudizio più duro sulla legge. Ripreso dal settimanale Internazionale, egli sostiene che «La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno. Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera».

La conferenza Tawasol di Istanbul ha approcciato la questione palestinese dal punto di vista mediatico e giornalistico: come le notizie sulla Palestina vengono costruite, come vengono diffuse, quali termini vengono utilizzati. Come sottolineato da Shafeeq Al-Ghabra, già presidente dell’American University of Kuwait, «è facile per il Governo israeliano deumanizzare i palestinesi, perché vengono raccontati come musulmani, terroristi, violenti. In passato — ha spiegato l’accademico — questo avveniva con più difficoltà perché la comunità internazionale aveva a cuore la questione. Oggi si assiste ad un avvicinamento verso Israele di storici partner come l’India o il Brasile, con conseguente perdita di importanza. In questo contesto — ha aggiunto Al-Ghabra — non è per niente semplice riuscire a modificare l’approccio mediatico verso la Palestina. L’elezione di Donald Trump ha esasperato i toni, peggiorando la situazione».

Il lavoro dei giornalisti in Palestina è sotto la costante minaccia dell’esercito israeliano. Il perché è molto semplice: vengono trattati come i palestinesi. Un palestinese non può liberamente spostarsi nel territorio: i checkpoint dell’esercito limitano la libertà di movimento delle persone, che siano essi malati gravi o studenti che per raggiungere la scuola devono superare diversi valichi. Nafiz Abu Hasna, direttore della tv Palestine Today, ha spiegato come l’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi dell’ONU, non venga messa in condizione di svolgere liberamente il mandato della comunità internazionale. I tagli ai fondi per l’UNRWA da parte degli Stati Uniti saranno mortali per l’organizzazione. Trump — ha detto Hasna — con la scelta di spostare l’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme «è come se avesse sottoscritto un accordo economico, senza considerare né la legge internazionale né i risvolti politici e sociali.

Alla decisione shock dell’amministrazione repubblicana non segue nessun piano concreto per la soluzione della crisi tra Israele e la Palestina». Quale, dunque, il ruolo del giornalismo internazionale e dei media nel raccontare il perenne conflitto? Quantomeno è necessario iniziare con l’essere obiettivi: da una parte, una popolazione con pochi mezzi di sostentamento, un esercito male armato, una classe dirigente divisa tra più fazioni e incapace di proporre una soluzione adeguata per la fine della crisi; dall’altra, uno Stato ampiamente foraggiato dagli Stati Uniti, che sigla accordi con l’Arabia Saudita, armato fino ai denti e basato su una economia che cresce anche grazie all’occupazione — intrinsecamente illegale — delle aree che spetterebbero allo Stato di Palestina.

L’informazione è un mezzo potentissimo, ma è sempre più plasmata dalla propaganda dei governi e delle multinazionali. L’opinione pubblica è l’unica in grado di fermare l’onda anomala della disinformazione, della cattiva qualità delle notizie e di colmare il senso di ingiustizia che pesa sulla coscienza collettiva palestinese dal 1948.

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