La femminilità negata

16 Giugno 2018

Frida Kahlo – Le due Frida

[Daniela Spada]

Mia madre, che oggi ha ottantasette anni, si è fatta femminista da sola, andando di nascosto da mio padre ai comizi delle donne radicali che negli anni settanta diffondevano il seme della presa di coscienza al tempo delle battaglie per la legge sull’aborto. E’ stata anche una fervente divulgatrice della prevenzione del tumore al seno e all’utero, insegnando alle sue tre figlie l’importanza del ruolo della donna nella società.

Da lei ho imparato tutto quello che riguarda la prevaricazione del maschio sulla femmina nella società moderna, quella palese e quella occulta. Andavo a fare il Pap test già all’epoca in cui l’unico centro facilmente raggiungibile era quello di via Gorizia, dal quartiere di San Benedetto ci si arrivava con l’uno, e poi tutta una salita, da arrivare col fiatone, fradice di pioggia o in un bagno di sudore. Ti spiegavano che era nel tuo interesse, che era un tuo diritto e un tuo dovere. Così siamo cresciute credendoci.

Con incrollabile convinzione le meno fortunate si sono ritrovate, decenni dopo, ad essere tra le elette dal male oncologico. Così con coraggio si affronta la questione, impegnandosi sin da subito ad uno sforzo di razionalizzazione che ti consenta di affrontare la cosa col maggior distacco possibile, ripetendo dentro di te il mantra “io non sono una malata, sono una persona”.
Disciplinate da sempre, le donne non arretrano ma, per eccesso di zelo, stringono i denti e danno il massimo per non farsi definire ancora una volta il “sesso debole”. D’altronde siamo nel terzo millennio, vuoi che ancora sia diffusa la mentalità paternalistica e sciovinista del maschio latino d’antàn?

Così cerchi subito il luminare consigliato il cui nome emerge dalle prime confidenze alle amiche più strette. Il primo in cui ti imbatti ti accoglie con un sorriso esagerato, come se ti conoscesse da tempo, e subito ti dà del tu. Tu pensi che si sia confuso con qualcun’altra di sua conoscenza, ma no, questo incamiciato bassotto ed anzianotto ma visibilmnente compiaciuto di sé sta dando del tu proprio a te, professoressa di lettere, combattente e resistente, di anni 53 suonati. Con la più soave nonchalance ti informa di essere capitata in buone mani, che si occuperà lui del tuo caso, che ti opererà subito e ti toglierà una intera mammella, quella malata, e che ti lascerà così, monca, per un tot di tempo imprecisato prima di impegnarsi in un lavoro di ricostruzione.

Allibita gli spiego che non era proprio questo ciò che speravo e che in altri centri la ricostruzione si effettua contestualmente alla mastectomìa. La carezza che mi allunga sul viso con fare mellifluo e a suo parere rassicurante mi spinge a fuggire. Il secondo luminare della lista mi riceve in uno studio che pare la stanza dei giochi di un bimbo dell’ottocento, con una vistosa ricostruzione in scala di un casotto del Poetto di vecchia memoria.

Tutto intorno polvere, pratiche accatastate, penombra angosciosa. L’uomo, anziano e con visibili postumi da ictus, mi chiede spudoratamente di avvicinarmi a lui e di aprirmi la camicetta. Eseguo, sollevando anche il reggiseno, e le mie voluminose mammelle fanno bella mostra di sè in barba all’imbarazzo della loro proprietaria. Sento che c’è qualcosa che non va, che questa procedura non è propriamente quella di una visita senologica professionale. Ma tant’è, ormai è fatta; lui dà uno sguardo al panorama e mi dice che può bastare. Come un automa lascio al luminare i miei esami di laboratorio, dietro sua richiesta, e fuggo mentre mi bofonchia la data del prossimo appuntamento ad avvenuto studio della lastra.

Il secondo incontro produce in me uno stato misto di incredulità e lieve senso di presa per i fondelli: il computer del reparto non è riuscito a leggere il cd e dobbiamo rifare la mammografia. Per tutta risposta ingiungo al luminare di restituirmi le mie carte e mi allontano decisa a non farmi più rivedere da quelle parti. All’ennesima confidenza tra amiche, altre, non quelle di prima, decido il grande passo: varcare il mare ed approdare alla mia terra natìa (Milan l’è semper un gran Milan). Di quei luoghi si narrano mirabilia, che vai, ti operano in quattr’e quattr’otto e torni più bella di quanto non sia mai stata. Neanche Renzo Tramaglino fu tanto ingenuo e fiducioso all’ingresso in città, nel bel mezzo di un tumulto per il pane, convinto che presto si sarebbe fatta giustizia e che il popolo avrebbe visto soddisfatti i propri bisogni così giustamente rivendicati.

Mi metto nelle mani di due chirurghi, uno più giovane dell’altro, ai quali espongo il mio caso e i miei desiderata. Oggi so che dei miei desiderata ne han fatto quel che ne han fatto, da un orecchio entrati e dall’altro usciti. Ma allora non sapevo, pensavo che l’immagine di efficienza e professionalità cortese corrispondessero pienamente ad una sostanza operativa. Invece le cose sono andate diversamente. Probabilmente non è credibile una donna che dice di non tenere affatto alla dimensione del proprio seno, probabilmente se dice così è perché è scossa, poverina, è spaventata dalla patologia di cui è caduta vittima, è senz’altro depressa e , in quanto tale, va aiutata. Noi la aiuteremo.

Noi le restituiremo un seno che ricordi il più possibile quello attuale, affinché la sua femminilità non ne sia danneggiata (quale femminilità? esiste una femminilità che si possa definire oggettivamente? e questa oggettività chi me la definisce, il chirurgo oncologo? il senologo? quindi esiste il criterio oggettivo che stabilisce che non c’è femminilità senza un seno grosso, procace?).
Fatto sta che mi risveglio, dopo l’intervento, con una mammella, la sinistra, ridotta al minimo possibile, mentre la destra, mastectomizzata, traformata in una palla dura e tesa all’estremo.
Ma la protesi non è un po’ troppo grande? No, signora, non si preoccupi, va tutto bene, abbiamo fatto un ottimo lavoro, presto si rimetterà e sarà tutto passato. Grazie, davvero, buongiorno e buonasera. Torno a casa, la mammella sinistra si riprende alla grande, la destra però, che strano, non riesce a recuperare, la ferita non cicatrizza, la ferita si trasforma, peggiora… rigetto!
Perché questo rigetto, dottore? Non si preoccupi, può capitare, torni che la ricuciamo. Mi ricuciono, torno a casa, ma la ferita non rimargina… Torni signora, vediamo cosa si può fare, vedrà che tutto andrà a posto… e intanto sono passate le settimane, i mesi, marzo, aprile, maggio… e all’improvviso lo squarcio, irrimediabile.

Le prenoto con urgenza la sala operatoria, arrivi al più presto. Mia sorella mi accompagna, non c’è tempo neanche per pensare, è tutto un lungo attimo col cuore in gola e la mente assente. Operata e dimessa in giornata torno in albergo e passo una notte di sonno cupo. Mi sveglio malata, dentro. Entro in bagno. Davanti allo specchio anonimo dell’albergo si apre lo spettacolo di una donna con una sola mammella. Di una non donna. Di una pantofola vecchia che non ha più speranza.
Infatti l’esimio chirurgo oncologo così si esprime nel nostro ultimo incontro, l’ultimo viaggio non più della speranza ma della feroce e definitiva disillusione: il nostro percorso è finito, noi non possiamo applicare nessun tipo di tecnica ricostruttiva perché la pelle disponibile è insufficiente, ricucita alla meglio sul pettorale a formare una cicatrice che pare una smorfia mobile, ogni volta che il muscolo si contrae. E anche in un prossimo futuro un intervento riparatore sarebbe tutto a mio carico.

Grazie per la femminilità restituita. Grazie per esservi messi al posto di una donna, di un essere che a voi è assolutamente estraneo e che continuate tuttavia a gestire come fosse una cosa vostra, che vi appartiene, come costola di cui rivendicate ancora il possesso e, forse, la restituzione.

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