A che santo votare?

1 Giugno 2007

SAN PRECARIO

Marcello Madau

Il più alto dei costi della politica è la scarsa qualità del collegamento con il lavoro, centrale nell’attuale dibattito a sinistra. Natura e modalità di tale collegamento non sono scontate, i mutamenti sono di rilievo. In Sardegna emerge la crescente importanza del lavoro immateriale, di quello cognitivo: la gestione del patrimonio paesaggistico e culturale sardo e lo sviluppo di fermenti artistici, letterari, visivi, musicali propone molteplici figure e forme di lavoro sui diversi piani dell’evento culturale e della ricerca, della conservazione, della comunicazione. Nuraghi e chiese, paesaggi e lingua, espressioni artistiche e documenti demoantropologici sono un’immensa fabbrica dell’identità e del tempo libero, intreccio portante di una economia isolana che produce valori simbolici attraverso cervello e silicio. Lo storico dell’arte, l’archeologo, il restauratore, il demo-etnoantropologo, il bibliotecario, l’archivista. L’artista di teatro, visivo, musicale, coreutico. La guida e l’accompagnatore turistico, il manager della cultura, il web designer, il database manager, il pubblicitario, il copy, e via dicendo. Lo stilista e lo chef. Il giornalista. La natura ultima di questo prodotto, che esso sia un’immagine suggestiva ma non arbitraria, oppure un’invenzione della tradizione, la sua ricchezza (d’uso e capitalistica), è immateriale. Sembra quindi che la nuova prospettiva di sviluppo sia nell’offerta di qualità ambientale e culturale e nelle produzioni relative. Proposito ottimo, ma crea allarme la crisi del sistema formativo pubblico e la progressiva dequalificazione del sistema universitario, che dovrebbe consegnare la forza lavoro più specializzata. La moltiplicazione di prodotti sostitutivi di successo coglie il calo della qualità formativa del sistema terziario in Italia con masters pubblici e privati di ogni genere e specie, che si ingrassano nel precariato strutturale fornendo ulteriori palliativi ad esso. Crea allarme che gli stessi docenti dei sistemi scolastici siano letteralmente umiliati (si pensi soprattutto all’istruzione primaria e secondaria e all’alta formazione artistica e musicale) da stipendi che mostrano lo scarso valore attribuito alla formazione dalla nostra società.
Sono molte decine le aree monumentali e museali che raccolgono, producono e trasmettono saperi ed eventi all’identità e consumo del tempo libero, che hanno visto maturare negli ultimi decenni, anche attraverso incompiute municipaliste, esperienze pionieristiche di cooperative e società (sotto una tutela delle Soprintendenze salutare per la conservazione ma talora al limite del soffocamento della crescita), che hanno prodotto lavoro nella difesa e gestione delle aree paesaggistiche. Torralba, Barumini, Alghero, Oristano, Tharros, S.Antioco, Bitti, Orroli, Orune, Nora, Dorgali, Villanovaforru, solo per citare alcuni esempi, e la rete dei musei civici a riflesso di un patrimonio reticolare ricchissimo. Lavoratori atipici eppure tipici, più paraimprenditoriali che parasubordinati, come ebbi modo di dire a un Coordinamento Nazionale del NIdiL Beni Culturali qualche anno fa.
La crescente attenzione al patrimonio culturale sardo e alcuni debiti di professionalità espongono questi lavoratori cognitivi al rischio di perdere un lavoro, bene o male costantemente prodotto e costantemente precario, a vantaggio di gruppi forti e professionalizzati provenienti dalla penisola. Non dimentichiamo che la presenza nei luoghi di capitale cognitivo territorializzato ha ricadute eccezionali sulla tutela. Una risposta possibile è il rafforzamento di forme di cooperazione di rete che, mettendo al loro servizio (e non a capo) le migliori esperienze non isolane, ottimizzino gestione e fruizione, superando nella circolazione dell’intelligenza collettiva/connettiva gli aspetti più penalizzanti dell’eredità cantonale. Ma la legge sui beni culturali sardi non coglie pienamente la reticolarità ed i suoi nessi, ed ora alcune forze, che sentono la preda del turismo culturale, spingono verso un gestore unico, imprenditoriale e competitivo ciò che imporrebbe gruppi già privilegiati, sovrapponendo ai knowledge workers (i lavoratori della conoscenza) figure manageriali non del settore, con pretese di dominio piuttosto che di servizio e magari dalla preparazione culturale sommaria: questo perché sta prevalendo un prodotto cultura basato su un post-romanticismo di effetto, spettacolo e fashion piuttosto che sui contenuti e le relazioni a essi sottesi. Il patrimonio culturale della Sardegna ha bisogno di essere governato definendo filiere e relazioni nel riconoscimento delle competenze, dando voce piena e non di controcanto alle intelligenze territoriali e unendole in rete; vigilando che dei territori pregiati non si debbano impadronire o i vari Ligresti o i Tronchetti Provera, magari con il supporto di potenti fondazioni “no-profit”’, o qualche manager di palazzo, o queste figure assieme. E’ importante che i lavoratori del nuovo cognitariato costruiscano questa forza, riconoscendola in sé e coltivandola, per avere un ruolo centrale nella gestione del processo dello sviluppo sostenibile, moltiplicando, contro ogni brevetto vero o mascherato, la circolazione dei saperi e delle esperienze.

2 Commenti a “A che santo votare?”

  1. mirko miscali scrive:

    Un brevissimo commento.

    Vale di più la una politica di valorizzazione del territorio o la politica dello sfruttamento economico del territorio?

    Bisogna finirla con la politica degli appalti che alimenta solo clientele e solo apparentemente si apre alla concorrenza che invece va a discapito della qualità e professionalità.

    I docenti, gli impiegati, gli operatori del sociale vanno pagati di più, a chi se ne frega invece gli andrebbe dinimuito lo stipendio.
    Credo che basti solo questo per raddrizzare l’albero marcio di questa società malata.

  2. Marcello Madau scrive:

    Non capisco appieno l’alternativa fra politica di valorizzazione o politica di sfruttamento economico di un territorio: i due aspetti possono coincidere, sia nel bene che nel male. Diciamo che la valorizzazione non deve snaturare il profilo e la natura pubblica del bene culturale e paesaggistico.
    Il problema posto dagli appalti non si risolve con la loro abolizione, ma, dove possibile, premiando più la qualità che il ribasso ed evitando che partecipino enti o istituti equiparabili a chi promuove la gara.
    Sono d’accordo, come peraltro scritto, che ci vogliano maggiori riconoscimenti economici per docenti e altre figure del lavoro cognitivo: ma anche riconoscimenti di ruolo, e peso sociale. Sta ai lavoratori del ‘settore’ prenderne coscienza e muoversi in maniera conseguente, potenziando lo scambio interno di informazioni, le relazioni e l’associarsi.

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