Le quarantene non sono tutte uguali. Intervista a Filippo Kalomenìdis

16 Luglio 2020
[Alessandra Liscia]

Non tutte le quarantene forzate sono state uguali alle altre. Per esempio quella di Filippo Kalomenìdis – scrittore, docente di scrittura, sceneggiatore di cinema, televisione e teatro, vincitore nel 2004 del Premio Franco Solinas con la sceneggiatura “Un Dio a Caso” – è stata portatrice di enormi cambiamenti nella sua vita, a partire dalla scelta di “arruolarsi” e collaborare come volontario per l’Anpas e la Protezione Civile, a Bologna.

Madre sarda, padre greco, è stato primo in classifica per settimane tra i libri più venduti nell’Isola con il romanzo “Sotto la Bottiglia”, uscito in libreria nell’ottobre del 2009 per Boopen Led Editore.

La pandemia, anzi la Catastrofe come è solito definirla lui, lo ha portato a compiere un’altra importante scelta nella vita: ha chiuso il ventennale capitolo della scrittura televisiva per dedicarsi a nuovi progetti più liberi, più indipendenti e anche più politici e sociali.

Nei primi mesi del 2021 uscirà il suo nuovo libro “La direzione è storta” (per la casa editrice indipendente Homo Scrivens) che racconta in versi, a metà tra diario e preghiera, la sua esperienza umanitaria e sta attualmente lavorando sulla trilogia di romanzi storici “Banditos”, ambientati in Sardegna dagli anni ’60 fino ai giorni nostri.

Si sta inoltre dedicando a diversi progetti sociali a sostegno delle oltre cinquanta famiglie deportate, senza casa, dopo il rogo di Via Vittorio Emanuele ad Alghero, avvenuto nel 2017.

In attesa di leggere i suoi futuri romanzi, noi del manifesto sardo abbiamo voluto approfondire la conoscenza ponendogli alcune domande sulla sua quarantena, sul volontariato, sui suoi nuovi progetti e perché no, anche su una notizia di grande attualità.

Armato di coraggio, dopo venti anni, hai abbandonato la scrittura televisiva di fiction per dedicarti in piena quarantena al volontariato con la Protezione Civile. Perché? Quale molla ti ha fatto cambiare direzione nella tua vita?

Ad aprile, dopo una giornata di servizio tra i malati di Covid19, vengo chiamato al telefono dall’editor di un broadcaster per cui ho scritto una serie. Mi  rimprovera di aver descritto in modo eccessivamente crudo un personaggio che vive ai margini della società e di indulgere in – così li chiama atterrito – proletarismi. Il racconto a suo dire doveva essere sempre scintillante e glam. Usa il termine glam in un mondo travolto dalla pandemia, da migliaia di morti al giorno, e dalla catastrofe economica. Mi parla di hotel per milionari da mettere in scena. Mi sembra tutto assurdo e privo di senso. Lì prendo atto che devo compiere una scelta drastica, rescindere tutti i contratti a costo di rinunciare a una vita di lavoro e di esperienze. Ma non è stato coraggio. Solo istinto di sopravvivenza dell’anima, soltanto volontà di essere sincero.

Scrivere un film o una serie televisiva dovrebbe essere un tempo di bellezza e libertà che si vuole far arrivare agli altri, come «piantare un albero, mettere al mondo un figlio e scrivere un verso».

È impossibile per un autore vivere l’esperienza etica della scrittura in modo autentico, vitale, nella grande produzione totalmente votata all’intrattenimento, alla distrazione dello spettatore, in un sistema culturale che sembra obbedire al motto del generale franchista Millan Astray: «Abbasso l’Intelligenza, Viva la Morte!».

Il nostro è un sistema che ormai privilegia il racconto di mondi plastificati, lontanissimi dalla realtà in cui vive il pubblico e dove ogni innovazione è proibita.

Ti sei mai accorta di quanto i personaggi della maggior parte dei film e delle serie tv italiani siano uguali l’uno all’altro? Della visione distorta delle relazioni umane, delle relazioni tra generi e delle relazioni sociali che viene sottilmente imposta?

Questo dominio perverso di una narrazione che intrattiene, e che non è più un’esperienza di crescita per lo spettatore, pervade ormai le produzioni dai canali generalisti, Rai e Mediaset, alle isole ingiustamente considerate libere di Sky e Netflix.

Dopo anni di esperimenti felici di grande romanzo televisivo moderno, la nuova generazione di autori italiani, me incluso, ha fallito nel tentativo di riformare dall’interno la visione dei produttori il cui grado di miseria intellettuale, macilenza morale e cecità imprenditoriale è evidente ormai a chiunque. Così tanti sceneggiatori si sono rassegnati per sopravvivere a costruire storie politicamente insignificanti, oppure a permettere lo stravolgimento di senso delle proprie idee, che tante volte in partenza erano fortissime.

Quindi sono uscito da un ambiente corrotto che avevo legittimato nel tentativo di modificarlo. Un ambiente dove la menzogna è legge.

Qual è la/il paziente che ti ha coinvolto ed emozionato di più?

Non ho mai pensato ai malati di Covid-19 come pazienti. Non sono un medico, offrivo semplicemente le mie mani per dare un piccolo aiuto. Avevo di fronte delle persone smarrite nella sofferenza ed è difficile individuare una vicenda umana che mi abbia colpito più di altre. Sono esperienze che riportano l’esistenza alla sua essenza e nelle pagine de “La Direzione è Storta” racconto anche questo: dai rimpianti di una madre malata che ritiene di non aver saputo parlare con i propri figli, al giovane uomo malato che mi chiede disperatamente, all’interno di un centro di isolamento, di poter avere almeno un oggetto della donna che ama e che ovviamente non può incontrare lì dentro.

Volontariato: atto di egoismo o gesto d’amore?

Volontariato è una parola che non mi piace. Mi fa pensare a quegli umanitari che fanno un mestiere dei drammi altrui e ne parlano senza compassione, ma con grande efficienza. Preferisco la definizione mobilitazione civile.

L’emergenza è stata vissuta e viene vissuta da tanti, non solo da me, come un test etico, un banco di prova morale, un’occasione per liberarci dalle catene di un sistema di vita insensato, bugiardo e distruttivo che ci fa rischiare l’estinzione, un’opportunità per uscire dalla crisi della nostra civiltà, per immaginare un mondo completamente diverso e per deciderci a costruirlo.

La mobilitazione civile è una scelta che hanno affrontato non solo le donne e gli uomini che hanno offerto aiuto ai malati come me all’esterno nei mesi del lockdown, ma anche tutti coloro che, all’interno delle proprie case nella reclusione forzata, hanno mosso la testa per riorientare la propria vita e quella della comunità.

Non ho problemi ad ammettere che la decisione di dare il mio piccolo contributo è nata anche da una crisi personale sopraggiunta nel mezzo della catastrofe collettiva. Quindi, per rispondere alla domanda, dico che la mobilitazione civile nell’emergenza è un atto politico di resistenza a un sistema malato, individualista e criminale di cui la pandemia è uno dei tanti e più eclatanti effetti.

Ti occupi di tante cose, hanno quasi tutte a che fare con la scrittura. Sei anche docente di scrittura. Seconde te chi può dedicarsi alla scrittura e chi no?

Siamo dominati da un sistema che compie alla base una selezione ingiusta, basata sul censo, sulle origini sociali, tra chi può fare un mestiere della scrittura e chi non può farlo.

Quando ho cominciato io, circa venticinque anni fa, un giovane sottoprivilegiato poteva vivere di scrittura.

Oggi i compensi per le ragazze e i ragazzi che tentano di farlo sono risibili.

Si impongono, o meglio vengono imposti nella maggior parte dei casi autrici e autori, che possono permettersi di essere sottopagati perché appartengono alle élite. Da qui lo stato esangue delle creazioni letterarie, cinematografiche e televisive italiane: il mondo non può essere raccontato solo dall’interno delle torri d’avorio, e da una esigua minoranza.

Di sicuro non si dovrebbe scrivere di ciò che non si conosce, e troppi nostri autori oggi sono ignoranti da un punto di vista spirituale, morale e pratico.

Posso solo aggiungere che a breve terrò una serie di seminari che avranno al centro il tema dell’autenticità nelle pagine e nell’esistenza dello scrittore.

Sei diventato noto al grande pubblico di lettori nel 2009 con il libro “Sotto la bottiglia”. Sono passati ben undici anni. Chi era Filippo Kalomenìdis allora e chi è oggi, non solo come scrittore, ma anche come persona. E come ti vedi tra altri dieci, anzi undici anni? 

Ai tempi di Sotto la bottiglia ero un giovane uomo ingenuo, spiritualmente rozzo ma combattivo, con un infinito desiderio di dare voce anche da un punto di vista strettamente lessicale ai devianti, ai sottoprivilegiati, a tutti coloro che subiscono la damnatio memoriae appena nascono.

Sotto la bottiglia era un piccolo e allucinato romanzo sugli spacciatori di alcol contraffatto e sulla libertà del perdersi, sull’amore che non può salvare perché non può essere compreso.

« A che servono i poeti? Gli scrittori?». La risposta di allora è la stessa che do oggi: servono a mostrare la verità e a porla lì, senza mediazioni, in un rapporto ravvicinato e ostile ai poteri che investono e tormentano la vita della maggioranza degli esseri umani.

Oggi però conosco davvero l’amore in tutta la sua lucente violenza, come padre e come compagno e questo è un elemento che mi avvicina finalmente di più a quella verità, a quella bellezza. Senza aver perso la spinta a raccontare gli esclusi, i cancellati dal tempo. Ovviamente con uno sguardo e un’epica evoluta, differente.

Tra dieci o undici anni? Spero di aver voglia di scrivere ancora versi e romanzi. Con i piedi sulla sabbia dello Yucatan però e con accanto la donna che amo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Parteciperò a diversi progetti sociali e umanitari, non soltanto in Italia spero ma anche all’estero.

All’inizio del 2021, uscirà La Direzione è Storta, un “romanzo in versi” come lo definisce lo scrittore Andrea Cotti, un diario di questo anno di Storia ancora bruciante sovrastata dalla catastrofe. Un anno dove la mia corsa, come quella della maggior parte di noi, si è fermata, e la vita è tutta lì, non è più niente e non è ancora qualcosa, dove il passato e il futuro si spalancano come precipizi senza fondo.

Sempre nel 2021 uscirà il primo capitolo della trilogia di romanzi Banditos, un affresco del banditismo sardo dagli anni sessanta ad oggi, letto finalmente come epicentro di un conflitto di civiltà, tra un popolo aggredito, quello sardo, che vorrebbe mantenere la propria identità e la ritrova soltanto nella violenza, e un popolo che vorrebbe esportare democrazia e legalità, quello italiano, e impone invece sfruttamento e miseria. Una rivolta, quella del banditismo sardo, che non diverrà mai una rivoluzione. Perché la rivoluzione è cambiare il mondo e quindi sé stessi. Mentre la rivolta è sbranare il mondo e quindi sé stessi.

Ultima domanda, quasi fuori luogo se non fosse di grande attualità. Graziano Mesina: se non esistesse, bisognerebbe inventarlo perché la sua vita e la sua storia sembrano essere generate dalla tua penna crime/noir, teatrale e al contempo iperrealistica. Cosa pensi di “Grazianeddu” e delle sue rocambolesche vicende?

Mesina è stato il “grande padre” della stagione su cui sto scrivendo pagine e pagine. Uno dei personaggi chiave di uno scontro sociale e culturale che tanti, anche tanti sardi, hanno il torto di non voler analizzare da un punto di vista politico e storico, limitandosi a una superficiale lettura giuridica dei fatti. Perché in Italia abbiamo la pessima abitudine di scrivere la Storia nelle aule dei tribunali. Ma la verità è testarda e prima o poi viene sempre fuori, anche quando nessuno vuole vederla.

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