Sardegna, quasi un sultanato

30 Aprile 2012

Lilli Pruna

Cinquant’anni dopo Sardegna quasi un continente, il documentario di Marcello Serra del 1961 che descrive un’isola povera e dignitosa, con una cultura antica, la Sardegna è diventata più simile a un sultanato. In un saggio del 2009, intitolato proprio Il sultanato, Giovanni Sartori analizzava l’occupazione del potere nell’Italia dei governi Berlusconi: non una dittatura che cancella la costituzione, ma un regime che svuota la democrazia dall’interno, corrodendo le garanzie costituzionali attraverso l’annichilimento dei contropoteri sui quali si fonda la nostra democrazia. Il potere del sultano è più subdolo di quello del dittatore, perché non ci espropria delle nostre prerogative con la forza (provocando quindi la ribellione), ma ci persuade a lasciarci espropriare con promesse di prosperità e l’illusione di benefici diffusi (che sommati non fanno mai un vantaggio collettivo, più spesso un danno), riuscendo a indebolire e perfino annullare la volontà di opporsi.
Purtroppo la Sardegna è stata (forse non per caso) il sultanato berlusconiano per eccellenza – essendo arrivati a consegnare al sultano la bandiera dei quattro mori (bendati, per fortuna) e il governo della regione – e continua ad apparire troppo esposta alle lusinghe dei sultani di turno.
Questi hanno le sembianze di investitori interessati ad ambiziosi progetti edilizi o industriali, e ci vengono descritti (perché ci piace crederlo) come portatori di irrinunciabili proposte e risorse finanziarie per lo sviluppo dei territori, uno sviluppo sempre “strategico” e sempre mancato. I sultani dimostrano di avere un potere persuasivo sorprendente nei confronti di un popolo che pure ha preso gusto a celebrarsi come tale. Il sultano di turno, infatti, riesce a disporre del territorio prescelto, compra e vende, costruisce e stravolge, cambia i nomi ai luoghi e ne altera la storia, prefigura un ricco avvenire per intere comunità che si mobilitano in suo favore, ma che col tempo sono destinate a scoprirsi depauperate e irrimediabilmente violate. “Se essere cittadini liberi vuol dire non essere sottoposti ad un potere enorme”, come ha scritto Maurizio Viroli ne La libertà dei servi (Laterza 2010) riferendosi agli italiani, è evidente che anche i sardi – soggiogati da una povertà di istruzione e di lavoro che non è mai stata risolta, e dall’ideologia dell’arricchimento facile a scapito dell’ambiente che è sempre stata incoraggiata – appaiono liberi solo nel senso e nella misura della libertà concessa ai sudditi.
Dopo il lungo regno del Principe Shah Karim al-Husayni, Aga Khan IV, è arrivato il tempo dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, che dal Qatar (una monarchia assoluta fondata sul petrolio) è giunto nell’isola per realizzare “due progetti da sogno”, come titola a grandi lettere e con insistenza (sia il 18 che il 19 aprile scorsi) La Nuova Sardegna. Il quotidiano di Sassari dedica pagine intere – sotto la voce “turismo” – agli interessi dell’emiro in Sardegna, che secondo il giornale dovrebbero farci sognare. Il primo passo concreto dell’emiro è stato l’acquisto della Costa Smeralda dal miliardario americano Tom Barrack, subentrato da tempo al principe ismailita. Anche in anni di crisi pesantissima i milioni lievitano sotto il sole della Sardegna, l’isola dei sultani miliardari di ogni specie e religione ma con una passione comune per il mattone, non dissimile da quella autoctona ma sostenuta da risorse di gran lunga superiori e portatrice di visioni suggestive (quel genere di visioni per cui Dahrendorf avrebbe consigliato di ricorrere allo psichiatra). I due “progetti da sogno” che La Nuova Sardegna descrive con sconcertante entusiasmo consisterebbero nel “creare due nuove Costa Smeralda” in altrettante zone di straordinaria bellezza e memoria come i siti minerari dell’Argentiera e di Masua-Buggerru. “Niente illusioni, per ora è solo un’idea – ha spiegato Andrea Piredda, presidente della sezione Costruttori edili di Confindustria e del Consorzio 131” a cui l’emiro ha affidato “una delega in bianco per l’acquisto della Costa Smeralda e, una volta concluso l’affare con Barrack, ha chiesto informazioni su altre possibilità di investimenti sul mare” (La Nuova Sardegna, 19 aprile 2012). Un emiro che va alla scoperta della Sardegna guidato da un consorzio di costruttori non è un sogno: è un incubo terribile. Il documentario di Marcello Serra del 1961 inizia con le immagini della bellissima scogliera di Nebida e Masua, in lontananza Pan di Zucchero, e sapere che l’emiro ci ha posato lo sguardo non è rassicurante, malgrado in attesa della sua venuta qualche barbaro locale abbia iniziato a darsi da fare con il cemento, procurando ferite insensate e prive di vantaggio, che confermano quanto è fragile l’argine culturale (oltre che normativo) posto a difesa del nostro patrimonio ambientale, cioè della nostra esistenza. La Nuova Sardegna è schierata apertamente con i sultani e i loro progetti in grado di “trasformare in realtà i sogni di grandezza della Sardegna” attraverso l’uso di “mattoni di pregio”, come è stato scritto un anno fa, senza alcuna ironia né imbarazzo, a proposito di Arzachena:
“I privati ottengono nuove volumetrie ma devono presentare progetti a basso impatto ambientale e di altissimo standard di qualità. Ammessi solo mattoni di pregio.” (La Nuova Sardegna, 22 maggio 2011).
Malgrado la devastazione subita (purtroppo ben tollerata) di lunghi tratti delle sue coste, la Sardegna non ha ancora elaborato un’idea di turismo separata dall’edilizia, né un’idea autonoma e originale di sviluppo economico e sociale dei propri territori e comunità. Si è tentato, per una breve stagione, di imboccare una strada diversa, cercando un modo di progredire e non solo di crescere, ma l’inclinazione dei sudditi ha prevalso.
Alla luce di questa ennesima umiliante attesa delle scelte del sultano di turno, al quale verranno sacrificati altri pezzi di questa terra in cambio di una esibizione di opulenza in muratura, che non riguarda e non avvantaggia la popolazione e le generazioni future, Sa die de sa Sardigna – a quasi vent’anni dalla sua insensata istituzione – continua ad apparire una ricorrenza posticcia (quale è) e ad assomigliare a un rito propiziatorio piuttosto che alla celebrazione di un evento significativo. Come la danza della pioggia: speriamo che arrivi la pioggia, speriamo che maturi un’identità di popolo.

1 Commento a “Sardegna, quasi un sultanato”

  1. francesco bullegas scrive:

    Non esistono solo i sultani che vengono descritti in questo interessante contributo. Compaiono, in tempi di fame, anche piccoli avventurieri che, disponendo di qualche soldo e di forti entrature nel sistema di potere politico (regionale, provinciale e locale) vanno proponendo interventi similari, così come ben evidenziato : “Questi hanno le sembianze di investitori interessati ad ambiziosi progetti edilizi o industriali, e ci vengono descritti (perché ci piace crederlo) come portatori di irrinunciabili proposte e risorse finanziarie per lo sviluppo dei territori, uno sviluppo sempre “strategico” e sempre mancato. I sultani dimostrano di avere un potere persuasivo sorprendente nei confronti di un popolo che pure ha preso gusto a celebrarsi come tale.” Ed in tal modo, quando poi le voglie nascoste vengono fatte emergere dalla reazione delle popolazioni, queste ultime vengono persino svergognate come conservatrici, retrograde, incapaci di sognare il futuro. questo è ciò che che sta capitando nell’Isola di Sant’Antioco, nel sud-ovest sardo, in cui una spiaggia ancora abbastanza incontaminata dalla presenza umana corre il pericolo di essere ‘valorizzata’ con impianto termale e schiera di villini per ricchi privati (ma anche se fossero poveri privati non cambierebbe nulla).
    Ancora una volta il cemento viene proposto come possibilità elettiva di sviluppo socio economico, mentre invece va configurandosi come un ulteriore esproprio di sovranità locale.
    francesco bullegas

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