L’Alba dei beni comuni

30 Aprile 2012

Marcello Madau

Il vivace dibattito sui beni comuni si è politicamente acceso nel momento in cui questo tema, che attraversa la sinistra e anche altre tradizioni politiche – è apparso come motore per un’eventuale, nuova aggregazione. Anche se questa prospettiva – aggiungerei, fortunatamente – sembra non essere condivisa da tutti i firmatari, e quindi sfumarsi. Il nome, recente, è Alba (Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente).
Vorrei continuare a discutere e a lavorare su questo tema senza pensarlo appannaggio particolare di nessuno; né identificandolo con una prassi organizzativa che, nel momento in cui opera una critica verso la forma partito, come forma comunque rappresentativa di azione politica si costituisca.
Il recente intervento di Alberto Asor Rosa su ‘il manifesto’ del 27 aprile (vedi il suo articolo nel Dossier 8_Un nuovo soggetto politico) ha il merito di andare sui concetti fondanti e le relative tradizioni. Metodologicamente permette di indagare sulle premesse teoriche, parlare di origini e appartenenze, valutare la politica.
Sono convinto che i beni comuni e soprattutto l’organizzazione territoriale degli stessi possano dar luogo a nuove e più avanzate pratiche di democrazia. Asor Rosa affronta punti sui quali vorrei brevemente esprimermi: la definizione dei beni comuni (ripresa da Rodotà), ascendenze antiche del concetto, rapporti fra democrazia delegata e democrazia partecipata, la critica alla prevalenza di un generico orizzonte comunitario rispetto a quello marxista e di classe, rapporti non alternativi fra pubblico e comune.
Le origini del concetto e del tema ‘bene comune’ sono piuttosto antiche, e mi pare limitativa l’enfasi sul pensiero cristiano medievale (Tommaso D’Aquino, ‘Summa Theologica’) , che peraltro non senza ragione Asor Rosa considera ‘eluso’ dai teorici dei commons (a iniziare da Toni Negri e Michael Hardt: “Comune. Oltre il privato e il pubblico”).
Se le origini non hanno una rilevanza decisiva per l’individuazione dell’importanza del tema nella società contemporanea, servono però a delineare strati e sensibilità; tracce che persistono e si ritrovano nei sistemi teorici odierni: e mi sarebbe piaciuto che Asor Rosa non avesse ignorato (nel suo contributo) il Diritto romano, nel quale i Res communes omnium, le “cose di tutti”, sono enunciati chiaramente (Marciano, III secolo d.C.) operando tra l’altro una interessantissima distinzione fra concetto di comune e concetto di pubblico. E neppure le relazioni con il pensiero marxista, soprattutto quello dei ‘Manoscritti’ e della loro critica “al comunismo rozzo”.
Per la definizione di Rodotà beni comuni “sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future“. Una definizione utile, ma non pienamente adeguata alla pregnanza del concetto stesso: Elinor Ostrom designa le “risorse comuni” come ‘quei beni che ogni individuo condivide e sfrutta insieme ad altri esseri umani, essi comprendono sia sistemi naturali che sistemi creati dall’uomo‘. Per Nadia Carestiato sono “tutti quei beni e risorse che ogni individuo condivide e sfrutta insieme ad altri esseri umani, dal cui godimento nessuno può essere escluso” (con recupero del concetto samuelsoniano di non rivalità e non escludibilità).
Nella gestione dei beni comuni ipotizzata politicamente da parte delle comunità, sembra porsi una sorta di aporia fra lettura sulla base dell’analisi di classe, e lettura sulla base della gestione ‘comunitaria’ dei commons. Asor Rosa rileva la carenza di un’analisi di classe sia nel pensiero di uno dei più autorevoli testi sul tema, quello di Negri e Hardt, sia nel ‘manifesto’ fondativo di ‘Alba’: “Sorprende che molti dei firmatari del «Manifesto», che sono stati o sono ancora o si dicono ancora marxisti, non abbiano notato che in questo testo non viene mai nominato, nonché la «classe», neanche il «popolo».”. Simile assenza e in ogni caso superamento dell’orizzonte analitico marxista e di classe viene rilevata nel pensiero di Toni Negri e Michael Hardt. Personalmente sarei meno lapidario su tale assenza. Mi sembra piuttosto da osservare come Negri sbilanci il ‘bene comune’ in tutto ciò che con maggior precisione “si ricava dalla produzione sociale». Ciò che vale certamente per i ‘new commons’ e sembra meno pertinente per ‘beni primari’ o ‘globali’  come acqua, aria e biodiversità. Per essi meglio sarebbe dire che la ‘ricchezza comune del mondo materiale’ entra in conflitto – fondamentale – con i livelli della produzione sociale.
Infine, il rapporto fra pubblico e comune: di superamento secondo alcuni (tra i quali ancora Negri e Hardt), di allargamento e rafforzamento del pubblico secondo Asor Rosa. Qua entra in discussione la crisi del classico sistema del pubblico, della sua dimensione fondamentalmente idealistica, gerarchica, hegeliana.
Se in teoria il discorso del ‘comune’ come migliore definizione del pubblico appare convincente, esso  non può che passare attraverso il superamento radicale del cattivo ‘pubblico’ che conosciamo: occupato – sia negli stati liberali o fascisti del capitalismo, sia nella tragedia storica del cosiddetto ‘socialismo realizzato – dal potere politico in maniera esclusiva e ‘privatistica’.
Ecco allora che forme di autogoverno delle comunità territoriali, all’interno di pubbliche regole e leggi di insieme (tutela paesaggistica e culturale, sbarramento rigido alle privatizzazioni dei beni comuni, orientamento della produzione e del lavoro verso produzioni di alto valore ambientale), potrebbero dare una risposta altamente democratica e un vero e radicale ‘federalismo’ alle tensioni fra Stato autoritario e società. E declinare meglio la difficoltà fra democrazia delegata e democrazia partecipata che si percepisce: a favore di quest’ultima e spostandola verso l’autogoverno. L’apparente aporia prima segnalata (‘ottica comunitaria’/‘ottica di classe’) potrebbe essere risolta se si considerasse il territorio come un ‘mezzo di produzione matrice’, la cui proprietà determina l’organizzazione di tutti gli altri. In tale quadro non si modifica l’ottica di classe e la necessità di determinare i processi storici attraverso proprietà ed uso dei mezzi di produzione, ma semplicemente la composizione e la natura della ‘classe’, a cui appartiene il lavoratore della ‘fabbrica-territorio’ e delle fabbriche delle produzioni annesse.
In conclusione di questi veloci spunti analitici e teorici, mi domando quanto un’ottica così vasta – che è bene che si discuta con profondità – possa essere confinata in una ulteriore formazione politica, invece che generare un attraversamento nella sinistra già esistente, migliorando pratiche e speranze unitarie.
E’ normale che le azioni risentano dei modelli prevalenti (storicamente ciò avviene, ma non vuole dire perciò che sia condivisibile). Speriamo che la sinistra, dopo aver riprodotto la personalizzazione della politica della destra (Berlusconi) con una speculare esperienza (prima Soru, in Sardegna, poi Vendola, nello stesso logo nazionale di SEL), non riproduca con un ‘partito dei professori’ il ‘governo dei professori’.
In ciò condivido la speranza di Asor Rosa che non si debba procedere ad un nuovo soggetto politico, anche perché le menti e gli scritti di molti dei firmatari dell’appello sono per certi versi dei ‘beni comuni’, e le idee che hanno scritto e proposto possono diventare patrimonio non isolato.

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