Luciana Castellina, la ragazza con la valigia. Una vita da romanzo

9 Agosto 2019

Luciana Castellina

[Norma Rangeri, Tommaso Di Francesco]

Festeggiare 90 anni vissuti con pienezza e coerenza è un traguardo e un dono che la vita non concede facilmente. Ci legano i ricordi di una comune militanza al Manifesto, un grande gruppo di generazioni diverse, legate da un’impronta politica, da un sodalizio umano e intellettuale che ancora oggi cerca di vivere nel giornale del 2019, 50 anni dopo la rottura del 1969, dopo tante perdite e tante nuove generazioni.

Ma avere con noi Luciana Castellina, sapere che c’è se le chiedi di scrivere, è un privilegio, un grande aiuto e un punto di riferimento. Naturalmente sia detto con il beneficio del dubbio. Perché Luciana non si sa mai in qualche parte del mondo si trovi quando la chiami. Del resto lei stessa tra i punti fermi di una vita ne ha elencati tre: «Viaggiare, indignarsi, scrivere».

VIAGGIARE INNANZITUTTO visto anche che da bambina voleva fare il facchino alla stazione Termini. Indignarsi come è naturale se la gavetta nel Pci l’hai fatta nelle borgate romane dopo la guerra. E scrivere, delle battaglie combattute, dei compagni di lotta incontrati nel mondo, ieri e oggi da Praga alla Grecia. Impossibile metterle il sale sulla coda, e anche con le ossa rotte è sempre su un maledetto treno o in qualche aeroporto.
«Pronto, Luciana… oggi dovresti scrivere su…», la linea cade, poi la risposta: «Non ti sento, sono su un treno e comincia la zona delle gallerie»; «Pronto, ciao Luciana, come va, oggi bisognerebbe…», «va bene ma oggi sto prendendo l’aereo per Berlino…»; «Luciana come va, ti va di intervenire su…», «Sì, ma sto su una nave verso…».

IN QUESTI ULTIMI ANNI, nei quali è tornata sul manifesto, presente e assidua, la firma preziosa di Luciana Castellina, è accaduto che ogni volta che l’abbiamo cercata lei fosse in partenza per qualche meta, comunque e incessantemente in movimento. Sempre con dolorose cadute e ricadute che le hanno ferito solo il corpo, ma inesorabilmente pronta a prendere il largo seguendo la spinta del suo carattere estroverso, salendo sull’ultimo treno, l’ultima corriera o l’ultimo aereo in corsa.

Se oggi il movimento langue… se non c’è più un movimento pacifista contro la guerra dopo le sconfitte del 2003; se ha difficoltà a costruirsi perfino il movimento ecologista con nuovi leader giovani e piazze piene; se la classe operaia è data per scomparsa e il movimento sindacale sembra resistere; se i diritti civili non marciano insieme a quelli sociali e collettivi; se le donne sono costrette a misurarsi ogni giorno con la violenza; e se infine contro questo governo delle promesse e dell’odio poco, troppo poco si muove ancora; se tutto questo elenco di manchevolezze è pressappoco vero, serenamente irrequieta Luciana muove le sue ragioni, la sua ricerca, la voglia di mettere in contatto gli esseri umani.

LEI, CHE MOSTRA una consapevolezza internazionale e trasmigrante naturale, gli eventi li va a cercare direttamente e possibilmente li va a testimoniare se non proprio a costruire, come quando nel 1967 fu espulsa dalla dittatura dei colonnelli greci; o come quando fu l’unica giornalista a dare in diretta l’occupazione militare turca di Cipro nord mentre i paracadutisti di Ankara le piovevano letteralmente dentro la stanza d’albergo. È stata ovunque nella sua lunga esperienza.

Per il manifesto è passata dai gironi d’inferno delle città ghetto americane negli anni Settanta ai campi profughi della Palestina, dalla Berlino prima e dopo il Muro, alla Siberia dalle sue memorie gelide tutte da scoprire, a Cuba e all’America latina, fino alla nuova Grecia «caduta in piedi» di Tsipras. Ovunque lasciando il segno del piacere della scoperta e del racconto che d’abitudine chiamiamo umilmente notizia.

Non c’è Luciana senza racconto. E non c’è Luciana senza interpretazione, giudizio, punto di vista politico all’ordine del giorno, capace di rispondere agli interrogativi qui e ora, subito non domani. E non c’è Luciana senza soccorso: lei soccorre tutti, a lei si ricorre per i nodi indistricabili. E mentre aiuta e risponde all’ultima richiesta – è stata intervistata pochi giorni fa da una ragazza comunista brasiliana – è pronta a partire per un nuovo viaggio.

A ROMA DICONO che chi è come lei «a ogni minuto le parte un treno». Del resto, tra i suoi ricordi più belli non c’è forse la partecipazione come giovane comunista volontaria alla costruzione nel 1948 della ferrovia della Fratellanza nella Federazione Jugoslava socialista di Tito?

A proposito, oggi compie novanta anni. Novanta anni di energia pulita ininterrotta, novanta anni di una ragazza comunista, una dirigente del Manifesto insieme a Natoli, Rossanda, Pintor, Parlato Magri, un sodalizio in cui ciascuno giocava un suo ruolo, attorno a una Rivista e poi a un giornale in quegli anni ’70 di formazione di intere generazioni.
Per molte giovani donne del manifesto fu importante quel Quaderno N1 sulla famiglia ai tempi del divorzio. Luciana, che ne era l’ispiratrice, ribadiva un’idea forte, semplice e rivoluzionaria: «Se è vero che non si può cambiare la famiglia senza cambiare la società, è altrettanto illusorio pensare di poter cambiare la società senza cambiare la famiglia».

UNA VENA DI RIFLESSIONE, di battaglie e di polemica nel maschilismo imperante nella sinistra, allora come oggi, bombardata dalla rottura femminista.
Se capita che la vita somigli a un romanzo, quello di Luciana può cominciare con la ragazza dell’estate del ’43 quando quattordicenne era già alle prese con La scoperta del mondo (il suo diario, finalista al Premio Strega).

[da Il manifesto]

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