Metano. La Sardegna non resterà al freddo e al buio

22 Ottobre 2019
[Antonio Muscas]

Tutti gli allarmismi sul metano e la metanizzazione della Sardegna sono infondati e creati ad arte. Dopo il secco no di Conte alla dorsale del metano in Sardegna si è fatta ancora più sostenuta la campagna pro-tubo di organizzazioni sindacali, governo sardo, vertici politici, organi di stampa e persino taluni intellettuali nostrani. Anche se a mandar loro su tutte le furie è stato l’accordo siglato a settembre tra Terna, la regione Sicilia e Cassa depositi e prestiti per la realizzazione di un cavidotto tra Sicilia e Sardegna.

E così, il segretario regionale della CGIL dalle pagine dell’Unione Sarda del 18 ottobre 2019 ha tuonato: “La decisione sulla Sardegna non può essere calata dall’alto sulla pelle dei lavoratori e delle nostre imprese, senza un confronto con le istituzioni e le parti sociali. L’elettrodotto non è la soluzione perché per funzionare seriamente ha bisogno di una centrale da 400 megawatt. E se serve il gas per questa infrastruttura, allora che arrivi il metano distribuito con la dorsale, non certo attraverso un via vai di camioncini in giro per la Sardegna.”

E, sempre l’Unione, il 19 ottobre 2019 così ha titolato in prima pagina: “La Sardegna alla canna del gas” – manco fossimo davvero prossimi a restare tutti quanti al buio -, mentre il caposervizio del settore economia, nel suo editoriale si è lanciato in un’articolata analisi in cui è arrivato addirittura a mettere in correlazione l’assenza del metano in Sardegna con le nostre carenze infrastrutturali, con i problemi di mobilità quale causa principale del rifiuto dei medici di andare a lavorare negli ospedali dell’interno e con la grave carenza di diplomati e laureati.

Ora sarebbe bene cominciare col rassicurate tutti: la Sardegna non resterà al freddo e al buio anche se purtroppo di questo passo né col metano né senza riuscirà a risollevare le proprie sorti.

Ma andiamo per ordine per cercare di sbrigliare almeno un po’ questa complicata matassa

Punto 1. Dorsale metano e ritorno al lumicino a olio

Come anche Carrus ha specificato, il no alla dorsale non significa assolutamente no al metano. Il perchè lo spiega la stessa Unione quando nelle pagine interne dell’edizione del 19 ottobre specifica l’entità dei progetti di metanizzazione in corso, ovvero: 1 deposito costiero a Cagliari da 22mila metri cubi, 3 depositi a Oristano di cui uno da 12mila metri cubi in costruzione e 1 a Porto Torres ancora da progettare; a questi si aggiungono: 1 rigassificatore a Cagliari in fase di autorizzazione e 1 a Porto Torres ancora da progettare. Si menziona anche un presunto risparmio annuo di 400milioni di euro per la Sardegna, senza però, come sempre, specificare secondo quali calcoli.

Perciò, giusto per rassicurare la comunità tutta, non siamo esattamente a rischio di dover tornare alla lanternina a olio e perciò parlare di canna del gas è quantomeno azzardato e, contrariamente a quanto dichiarato da Carrus, non ci sarebbe nessun via vai di camioncini poiché le centrali si costruiranno eventualmente dove ora ci sono le centrali a carbone e i serbatoi risulterebbero giusto al loro fianco. Piuttosto, a dire il vero, tutto questo metano in progetto non è destinato ai sardi ma, come in più occasioni affermato dal presidente dell’autorità portuale Deiana, dovrebbe servire a trasformare la nostra isola in un centro internazionale di stoccaggio e distribuzione.

Punto 2. Industria e metano

Nello stesso numero dell’Unione del 19 ottobre, l’ex Senatore, ex Sindaco di Carbonia ed ex presidente della Provincia Carbonia Iglesias, Tore Cherchi, senza tentennamenti, stima in almeno 1.200 i posti di lavoro che si andranno a perdere senza la realizzazione della dorsale: svanirà definitamente ogni speranza Eurallumina e assieme ad essa si manterranno alti i costi energetici per famiglie e imprese sarde poiché, sono parole sue, “il maggior costo per famiglie e imprese sarde rispetto al resto del Paese è nell’energia termica, non elettrica”. Spiace riscontrare nelle parole del nostro pluri ex numerose inesattezze, a cominciare dai presunti effetti della dorsale sulla nostra economia, i posti di lavoro e i costi energetici per famiglie e imprese. Basta infatti una ricerca veloce in rete per scoprire che la centrale a carbone di Portovesme già dal 2015 è stata destinata alla chiusura secondo il Piano di Dismissione Smantellamento e Ripristino pubblicato dalla stessa proprietaria dello stabilimento, l’ENEL Produzione S.p.A. all’indirizzo https://va.minambiente.it/File/Documento/338216 ove si riporta: “A seguito dell’installazione del primo compensatore sincrono nella S/E di Codrongianos (SS), che ha consentito il miglioramento delle condizioni di esercizio del sistema elettrico sardo, in data 31/12/14 il Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) ha comunicato la non essenzialità della Centrale Portoscuso in quanto non più indispensabile a garantire il controllo delle tensioni nella porzione di rete del sistema elettrico sardo. Prendendo atto della predetta comunicazione del MiSE, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), con nota n.DVA-2015-1948 del 22/01/15, ha comunicato che la Centrale di Portoscuso non potrà più essere esercita quale impianto di “riserva fredda” e che pertanto dovranno essere avviate le procedure di dismissione coerentemente con quanto previsto dall’AIA al paragrafo 9.3.1 lett. a) del Parere Istruttorio.”

In merito invece all’Eurallumina, appare strano che Cherchi non sia al corrente di quanto deciso dalla sua stessa parte politica nella delibera n.9/66 del 22 febbraio 2019, a firma dell’allora presidente della regione Sardegna, Francesco Pigliaru, relativa al Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina, con la quale la Giunta regionale ha deliberato di “non poter procedere alla conclusione del procedimento” a causa del “persistere di una incertezza, in ordine alla corretta valutazione del rischio ambientale correlato alla componente salute, non adeguatamente presa in considerazione dal proponente e la mancanza di una valutazione dell’impatto sulla salute dei lavoratori del comparto industriale locale.”

Nella stessa delibera, relativamente alla fornitura di vapore da parte della Società ENEL, si riporta che quest’ultima non ritiene sostenibili i costi necessari per il funzionamento dell’impianto con la sola fornitura di vapore.

Detto in altre parole: la centrale ENEL di Portovesme non ritenendosi più necessaria per il sistema elettrico sardo già dal 2015 non usufruisce più del regime di essenzialità e perciò è stata destinata alla dismissione. All’ENEL in ogni caso non conviene mantenere in funzione la centrale al solo scopo di fornire vapore all’Eurallumina, la quale, in ogni caso, non avendo soddisfatto i requisiti sanitari e ambientali, non ha ottenuto il via libera dalla regione per il progetto di ammodernamento dell’impianto.

Punto 3. Elettrodotto Sicilia Sardegna

Come giustamente ha fatto notare Carrus, le decisioni in merito al futuro energetico della Sardegna vengono calate dall’alto “sulla pelle dei lavoratori e delle nostre imprese, senza un confronto con le istituzioni e le parti sociali”. Parole giuste le sue, abile nel trovare le pecche degli altri e incapace di vedere le sue. Sarebbe stato importante, infatti, in particolare per un sindacato come il suo, avviare un serio dibattito sul metano e il futuro energetico dell’isola. Invece ci troviamo vittime di una martellante campagna pro tubo condotta dai sindacati confederali all’unisono con i maggiori partiti politici italiani e Confindustria, in cui non vi è ragionamento alcuno ma solo parole d’ordine tanto banali quanto insensate, in cui ancora si utilizza il collaudato sistema del ricatto dei posti di lavoro e il terrore delle lampadine spente nelle nostre case: una scempiaggine questa degna di denuncia alla magistratura per procurato allarme.

Ciò a cui stiamo assistendo è evidentemente una guerra tra diversi portatori di interessi, intenti a spartirsi una torta miliardaria. E ciascuno di essi, pur di far valere le proprie ragioni, è disposto a fare carte false fregandosene beatamente delle reali necessità dell’isola, della comunità sarda e dell’ambiente. Nonostante le parole e le rassicurazioni di circostanza dei vari Conte, Solinas, multinazionali del fossile, assessori e sindacalisti di ogni ordine e grado, in questa guerra tubo contro cavo, non c’è manco la parvenza di un piano energetico; gli obbiettivi di riduzione delle emissioni con numeri certi e relativi programmi, seppur dichiarati, di fatto non appaiono sulla carta. L’Italia, nonostante i proclami del Governo, punta ad aumentare il proprio approvvigionamento di metano, accrescendo così la sua dipendenza da questo combustibile, e perciò nel contempo anche l’aumento dei consumi e delle emissioni, così come d’altronde confermato dai dati degli ultimi anni (“Nel secondo trimestre del 2019 la stima tendenziale delle emissioni dei gas serra prevede un incremento rispetto all’anno precedente, pari allo 0,8% a fronte di una diminuzione del PIL pari a -0,1% rispetto all’anno precedente.” Vedi: www.isprambiente.gov.it/it/ispra-informa/area-stampa/comunicati-stampa/anno-2019/emissioni-di-gas-serra-nel-2019-previsto-un-incremento).

Alla faccia dell’incremento delle installazioni di impianti di produzione da rinnovabile. Di fatto, e malauguratamente per noi, non esiste alcun piano industriale, e chi ci amministra oggi non ha la minima idea, non ha interesse e neppure la capacità di pianificare il nostro futuro industriale ed energetico. In Sardegna perciò non abbiamo da parteggiare per nessuno in questo scontro.

E in tutto questo discorso solo apparentemente limitato agli interessi della nostra isola, è il risvolto di carattere internazionale dell’intera faccenda. L’Italia è nell’Unione Europea il Paese maggiormente dipendente dal metano e, come già detto, sta puntando ad aumentarne ancora di più il consumo attraverso la realizzazione di nuovi gasdotti e serbatoi di stoccaggio e a divenire un centro di stoccaggio e smistamento di gnl per il mediterraneo. Ciò significa rinsaldare o creare nuovi legami con i Paesi produttori e con quelli attraversati dai gasdotti; significa creare dipendenze e limitare la capacità d’azione, come per esempio con l’Egitto, ove l’aver messo le mani su uno dei più grandi giacimenti di metano impedisce di agire con il dovuto vigore per far chiarezza sul caso Regeni.

Perciò, ciò che viene spacciato per un semplice tubo capace di sanare tutti i nostri mali è in realtà un grosso pasticcio nel quale rischiamo di infilarci.

Sarebbe bene allora estendere i nostri ragionamenti molto oltre il fornello della nostra cucina e sebbene sia piuttosto improbabile che il battito delle ali di una farfalla possa produrre uno tzunami dall’altra parte del mondo è però vero che la presunta comodità di una stufa a gas pure velenoso condizioni la vita e spesso produca la morte di decine di migliaia di innocenti persone dall’altra parte del Mediterraneo.

3 Commenti a “Metano. La Sardegna non resterà al freddo e al buio”

  1. giovanni dettori scrive:

    Sono sardo, ho avuto la fortuna emigrando nel continente italico di trovare lavoro, di farmi casa e famiglia. il richiamo verso la mia regione è sempre fortissimo. Purtroppo ogni qualvolta vengo in Sardegna, non posso non notare le notevoli differenze esistenti tra l’isola e il continente. Veramente la Sardegna è una colonia italiana. non vi è un solo metro di autostrada. i collegamenti stradali sono disastrosi. per andare da sassari a cagliari, poco più di 250 km. senza neppure rispettare troppo la segnaletica non bastano 4 ore di auto. In questi tempi dove tutto è di corsa, trasporti su gomma, corrieri, movimentazioni per cure e altro siamo veramente un altro mondo. Per non parlare poi dei trasporti su rotaia che sono ancora più disastrosi. Si parla della metanizzazione della sardegna da oltre 30 anni ed è ancora lettera morta. Tutto in alto mare. Ho una auto a metano che uso nello Spezzino dove vivo quando faccio rifornimento pago 13 euro più qualche spicciolo. in Sardegna il pieno di benzina lo pago 94 euro. la differenza è veramente tanta e non comprendo il perchè i sardi non debbano essere messi nelle condizioni di risparmiare. Spero che presto il metno sia portato anche in Sardegna, ma con tubature (metanodotto) non con comuni cisterne che corrono all’impazzata come attualmente accade con il gasolio per il riscaldamento, centrali, le poche industrie ecc. ecc.

  2. Roberto Puddu scrive:

    Poche idee ma confuse per i tanti che fanno furbescamente i calcoli prendendo a base della formula un solo pezzo dei dati anzichè il suo complesso. E le tante analisi che girano a volte sono alimentate da errori banali dovuti alla mancanza di conoscenza delle vere situazioni e dei territori. Anche in questo articolo, che pure prova a fare un’analisi compiuta di quel dato complessivo, se ne trovano alcuni esempi. Uno per tutti: considerare erroneamente che la Centrale Enel da dismettere sia la Grazia Deledda con i 2 gruppi a Carbone ancora in esercizio (per poco se le cose non cambiano…). Quando invece si tratta della ex Centrale Portoscuso di nome e di fatto. Ex perché è l’impianto con 2 gruppi ad olio combustibile fermi da illo tempore e che, a quella data ancora considerati in “riserva fredda” per le questioni che sono riportate nel piano di dismissione e riconversione e per la quale il Politecnico di Milano è stato incaricato dell’Enel di svolgere l’attività per individuare il migliore riutilizzo del sito. Inoltre per quanto Eurallumina al momento è pratica chiusa per la decisione del governo di uscire dal carbone al 2025 (per la Sulcis al 2021). Tempi che impediscono qualsiasi investimento e contratto di durata utile: no centrale, no energia, no vapore, chiusura polo industriale e non solo eurallumina. Dunque è giusto fare il conto complessivo ma lo è altrettanto conoscere il “proprio fornello” altrimenti quello stesso calcolo porta ad un risultato errato

  3. Antonio Muscas scrive:

    Mi scuso per gli errori e le sarei oltremodo grato se volesse far presenti anche altre imprecisioni così da contribuire a costruire un quadro più preciso
    Purtroppo chi dovrebbe fornire i dati esatti non ci viene incontro e così bisogna arrangiarsi incappando in errori talvolta clamorosi
    Diverse associazioni e organizzazioni, infatti, hanno presentato richiesta al Mise per avere il quadro energetico dettagliato senza ancora ottenere risposta alcuna
    In merito proprio alla centrale enel, sul sito del Ministero dell’Amb vi sono 2 documenti, in cui nel primo lo stesso Ministero dichiara essere costituita da 2 gruppi: l’SU2 da 800 MWt alimentato a carbone e biomasse e l’SU3 da 670 MWt alimentato a carbone, biomasse e olio combustibile denso; mentre nell’altro, a firma enel e eurallumina, risulta che il gruppo SU2 è da 350 MW e alimentato a carbone e biomasse e l’SU3 da 240 MW è alimentato a carbone
    Ciò detto, converrà che quanto da me scritto non cambia la sostanza delle cose e l’esempio sopra dimostra la confusione con la quale si portano avanti i progetti
    Secondo i proponenti il metano servirebbe a riavviare l’eurallumina, ma nella deliberazione della giunta regionale n.9/66 si precisa che l’esercizio della raffineria viene ridotto da 25 a 10 anni
    Quindi, se pure la raffineria dovesse riaprire, supponiamo, entro il 2020 e la centrale fosse riconvertita a metano entro il 2025, è logico giustificare un’infrastruttura da € 1,5 miliardi per alimentare un’industria per meno di 5anni ?

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