Nazionalismo ed identità nazionale

1 Novembre 2019

Christian Raimo, foto di Veronica Gianfaldoni

[Gianfranco Sabattini]

La globalizzazione, il problema dei migranti e quello dell’integrazione sopranazionale europea sono valsi a diffondere in Italia un profondo senso di angoscia per la perdita o l’indebolimento dell’identità nazionale; tale disagio psicologico ha causato una diffusa propensione a ricercare il senso della propria tradizione, con cui ricuperare – afferma Christian Raimo – in “Contro l’identità italiana”, la “propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato”.

Nell’arco dei primi “gloriosi” trent’anni post-bellici, il tema dell’identità nazionale era stato in Italia sostanzialmente dimenticato, anche per reazione agli abusi che ne avevano caratterizzato l’impiego da parte del regime fascista, a sostegno delle proprie mire imperialistiche.

I partiti politici nati nel dopoguerra, anziché interrogarsi su cosa fosse l’identità nazionale e sulla funzione che essa aveva svolto nella nascita degli Stati-nazione, e quindi criticare le distorsioni che dell’idea ne aveva fatto il fascismo, hanno scelto di usare la storia del Paese (soprattutto quella del ventennio fascista e del movimento risorgimentale) per le dispute elettorali; lo stato di quiete, però, è improvvisamente cessato negli anni Ottanta del secolo scorso, con l’irruzione, sulla scena della politica italiana, dei “movimenti autonomisti settentrionali”, e con la nascita, nel 1989, del Movimento della Lega Nord, al fine di perseguire la secessione delle regioni settentrionali e realizzare l’”indipendenza della Padania”.

L’affermazione della “Lega” ha alimentato per due decenni il “confronto” tra le diverse articolazioni regionali del nuovo “Movimento” ed i partiti della destra, il cui oggetto – afferma Raimo – anziché riguardare l’approfondimento critico del concetto di identità nazionale, ha costituito il tentativo da parte dei diversi contendenti di conquistare un’egemonia culturale volta a migliorare le rispettive posizioni elettorali; si è trattato pertanto di una disputa (basata su un passato storico a volte inventato) che alla fine ha dato origine al “neonazionalismo”, successivamente strumentalizzato sempre per scopi elettorali.

Anche fra i partiti della sinistra, però, il concetto di identità nazionale non è stato estraneo ai temi della loro comunicazione pubblica a fini elettorali; lo dimostra il fatto che Luciano Violante (magistrato approdato nelle file del Partito Comunista Italiano), nel 1966, accettando l’incarico di Presidente della Camera dei deputati, ha sostenuto l’idea che si potesse fare parte della nazione italiana anche attraverso “la celebrazione della Liberazione e della Resistenza senza antifascismo”. La tesi di Violante, a parere di Raimo, era che la storia del Paese, essendo stata “di parte”, andava trasformata in una “storia neutra” (ovvero in una storia di tutti), eliminando il senso e il significato, sia “della lotta risorgimentale che di quella della Resistenza”, a costo di cancellare la “vocazione antifascista del patto sociale sancito dalla Costituzione”. Per riflettere sul senso che può avere la storia nella rappresentazione dell’unità e identità di una nazione, secondo Violante, era necessario aprirsi alla comprensione delle ragioni dei vinti.

Il tema dell’identità intorno al quale si era svolto il confronto tra il Movimento del Lega Nord e i partiti di destra, da un lato, e la presa di posizione di Violante, dall’altro, è valso a diffondere l’ansia identitaria nelle alte “sfere” della Repubblica, nel senso che i Presidenti Scalfaro e Ciampi hanno percepito, di fronte alle spinte indipendentiste, una sorta di allarme per i destini del Paese. Ciampi, in particolare – sostiene Raimo –, tra il 1999 e il 2006 è intervenuto nel dibattito “con uno schieramento di forze mai visto prima”: egli ha ricuperato l’idea di Patria, ha alimentato un nazionalismo che univa i contenuti della Costituzione repubblicana a “un’identità unitaria della nazione” ed ha inserito “questa prospettiva nella nascente dimensione europea”. Oltre a reintrodurre l’inno di Mameli in ogni occasione possibile e a riproporre la parata militare del 2 giugno, Ciampi ha anche dato risalto agli “omaggio al milite ignoto”, restituendo la “centralità a tutto il monumento del Vittoriano”, proponendosi quindi “come un pastore officiante di una religione civile: il patriottismo repubblicano”.

Il nazionalismo ciampiano, con il contributo di alcuni suoi consulenti, è stato accolto, secondo Raimo, “con entusiasmo trasversale”; tra i consulenti che hanno svolto un ruolo importante a supporto dell’azione di Ciampi, vi è stato Maurizio Viroli, il quale, convinto che il patriottismo del Presidente della Repubblica, incentrato sulla Costituzione repubblicana, potesse avere un ruolo centrale nel rafforzare il senso di identità nazionale degli italiani, ha ipotizzato che questa forma di neo-patriottismo potesse “essere il fondamento di un’egemonia culturale e politica a sinistra”. E’ stata, questa, l’idea di una forma di patriottismo, condivisa all’inizio degli anni Duemila, da molti intellettuali progressisti, sia pure con la riserva che il suo nella versione ciampiana potesse soffrire dei limiti si “un’immaturità rispetto a un’etica non solo civile, ma statuale”.

L’elaborazione viroliana è stata condivisa, in particolare, da Ernesto Galli della Loggia, la cui diagnosi sul debole senso di identità degli italiani, sottolinea Raimo, si è spinta fino all’inizio dell’Italia unita: la nazione italiana, per Galli della Loggia, sarebbe però nata con un difetto genetico, per l’assenza nella sua storia, sia di “un despota illuminato”, sia di “una vera destra conservatrice a guida di una costruzione di una cultura statuale” e nazionale.

Gli anni egemonizzati dal ciampismo e dal revival del nazionalismo sono culminati, a parere di Raimo, nei fatti di Genova del 2011 e in quelli originati dall’esperienza del movimento no-global, che avrebbero concorso ad annullare il senso civile e politico del recupero di qualsiasi forma di patriottismo; ciò perché la contestazione della globalizzazione e del neoliberismo sarebbe servita ad evidenziare che i diritti civili, politici e sociali, sui quali costruire un senso di identità, sarebbe stato possibile difenderli solo uscendo dalla “dimensione nazionale, nazionalista e patriottica”.

Alla luce dell’esperienza dei fatti di Genova e delle contestazioni da parte del movimento no-global, il dibattito svoltosi in Italia tra la fine del secolo scorso e gli anni della presidenza di Ciampi sarebbe stato inficiato da una sorta di “strabismo epistemico ed etico”, che lo avrebbe privato della “coscienza della catastrofe che avrebbe sconvolto gli Stati nazionali e del disastro a cui avrebbero portato le politiche neoliberiste ‘globali’”; in altre parole, sostiene Raimo, la diffusione degli esiti del neoliberismo, sarebbe valsa a radicare il convincimento che la ricerca di qualsiasi forma di identità nazionale sia stata una pratica obsoleta e superata; da questo punto di vista, perciò, l’Italia, considerata una nazione fondata su elementi identitari, “era – secondo Raimo – una cosa davvero un po’ lontana”.

L’effetto dello “strabismo epistemico”, del quale parla Raimo, sarebbe consistito nel fatto che, nel giro dei primi quindici anni del nuovo secolo, responsabile il fenomeno migratorio, l’ideologia neo-nazionalista avrebbe invaso “in maniera sempre più consistente il campo politico”, alimentando il fenomeno della xenofobia nei confronti dei “diversi”; se sino ad allora, nelle regioni economicamente più avanzate dell’Italia del Nord i meridionali erano stati mal sopportati alla stregua di invasori da respingere, nell’arco del primo quindicennio di questo secolo il “rivale da combattere, escludere, opprimere”, sarebbe diventato, in tutte le regioni italiane, il migrante.

Raimo ritiene che il neo-nazionalismo si sia alimentato con l’apporto trasversale del mondo politico: del leghismo xenofobo, del neo-fascismo (dopo aver trovato nel berlusconismo una forma di “sdoganamento istituzionale”) e del liberalismo (che non ha esitato a far ricorso all’uso del patriottismo per catturare il consenso populista). L’insieme di questi apporti, avrebbe dato origine “a una grossolana produzione sovranista”, che Raimo considera “il prodotto adulterato del recupero dell’identità italiana avvenuto tra gli ultimi anni del Novecento e il primo quindicennio del nuovo secolo”.

Se il neo-liberismo è valso a dimostrare quanto debole fosse l’idea di nazione, nel contempo, ha imposto però la necessità che si riflettesse sulla “forza culturale e storica” del principio di identità, inteso come forma “di identità marcate che si rifanno a tradizioni magari millenarie”, in una riviviscenza neo-nazionalistica che sicuramente non attraversava solo l’Italia”; per cui, a parere di Raimo, era sul concetto di identità che ci si doveva soffermare, “per poi vederne le implicazioni in campo storico-politico”. In questa riflessione, l’interrogativo da porsi, perciò, avrebbe dovuto concernere il perché un’idea così inconsistente, qual era appunto quella di un’identità esclusiva, perdurasse ancora nell’immaginario collettivo.

Per il superamento dei limiti dell’idea obsoleta di identità, conclude Raimo, occorreva fare un salto coraggioso, immaginando una nuova condizione esistenziale degli uomini che si strutturasse intorno a concetti differenti da quello di identità esclusiva; però, senza che questa nuova immaginazione esistenziale fosse la sola la ragione fondamentale della ricerca di un’idea diversa di identità esclusiva, ma fosse anche e soprattutto la ragione per l’invenzione di una nuova etica.

La conclusione di Raimo è tale da lasciare il lettore un po’ perplesso, in considerazione del fatto che, in tutte le argomentazioni critiche da lui formulate riguardo all’idea di identità sovranista e nazionalista, egli ignora che la cultura italiana, per opera di uno dei “padri fondatori della Patria, Giuseppe Mazzini, incorpora un’idea di identità nazionale radicalmente alternativa a quella che Raimo stesso considera obsoleta e superata.

Il filo conduttore di tutta la riflessione sulla storia del XVIII secolo (almeno nell’esperienza di gran parte dell’Occidente) è consistito, secondo Mazzini, nell’aspirazione dei popoli a stringersi e ad unificarsi, per giungere a un’organizzazione sociale generale, che avesse per scopo la creazione di un’”umanità” costituita da popoli liberi e tra loro solidali, e per punto di partenza la “patria” specifica di ogni singolo popolo. L’umana fratellanza non sarebbe stata veramente realizzata – sosteneva Mazzini – se non quando tutti i popoli che compongono l’umanità intera, nel pieno esercizio della propria sovranità, avessero trovato l’accordo “per dirigersi, sotto l’impero d’una dichiarazione di principi e di un patto comune, allo stesso fine”: la scoperta e la condivisione di una legge morale comune, cioè di un’etica universale comune.

Si tratta di un risultato che, per quanto possa costituire solo un fine ideale di improbabile conseguimento, presuppone pur sempre l’azione dei singoli popoli, identificati nel loro retaggio storico e culturale; la negazione della funzione di tale retaggio varrebbe a negare il contributo specifico che ogni popolo può apportare alla scoperta dell’etica universale comune. Il sovranisno, la xenofobia e il nazionalismo esclusivo, perciò, non sono tanto la causa, come afferma Raimo, della presunta obsolescenza dell’idea circa l’esistenza di specifiche identità nazionali, quanto una deviazione patologica contingente (qual è quella in atto nel momento presente in Italia) dall’impegno di ogni popolo a perseguire la scoperta di un’etica della convivenza universale, cui fa riferimento Raimo a conclusione del suo libro contro l’identità italiana.

 

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