Parasite: così metaforico, così potente

16 Novembre 2019

Tre fotogrammi del film

[Francesca Pili]

Non poteva che arrivare dalla Corea del Sud questo film, dallo sguardo lucidissimo e dal respiro ampio ma ben focalizzato, sulla sempiterna lotta di classe al tempo del capitalismo contemporaneo.

Il sud-coreano Bong Joon-ho fa centro, come, sette anni fa, nel 2012, aveva fatto centro Kim Ki-duk, altro grandissimo, suo conterraneo, con Pietà, altra pietra miliare – di più: capolavoro vero – del cinema di denuncia e satira sociale/di classe degli ultimi decenni.

Più profondo, intimo, intenso, anche sporco, il primo. Più leggero, frizzante, beffardo, eppure altrettanto pregno di significanti, di significati e di segni, il secondo.

La crisi economica della Corea del Sud  – Parasite è ambientato a Seul, esattamente come Pietà di Kim ki-duk – è, ancora una volta, sfondo perfetto per una storia, quella raccontata stavolta da Jooh-ho, che si fa tragicommedia dal meccanismo perfetto.

«È così metaforico, così potente!», dice più di una volta Ki-woo, uno dei giovani protagonisti.

Già: è così metaforico, così potente, Parasite!

È grottesco eppure estremamente, dolorosamente, realistico.

Mescola i generi: fonde elementi tipici della commedia ad altri da tragedia.

È astratto e, nel contempo, assai concreto.

Ed è metaforico e ricco di simbolismi, sì.

Ma non fini a sé stessi, mero sfoggio di tecnicismi autoreferenziali. No.

Niente è superfluo, niente è lasciato al caso (nemmeno l’andatura del cane/dei cani, a seconda del personaggio che segue/seguono).

I poveri, i reietti, vivono in seminterrati, o si rifugiano in bunker, insomma in anfratti, sinonimo di bassifondi sociali che la nostra società, plasmata dal e sul credo del capitalismo, vuole tenere nascosti, ai margini.

Ha interesse che ci siano, che esistano, ma lontani dalla vista.

E dall’olfatto, come l’odore della loro pelle, che, difatti, i ricchi protagonisti del film mal sopportano.

Nella guerra tra poveri, quella tra la famiglia Kim e la vecchia governante di casa Park e suo marito, i cellulari con video compromettenti che potrebbero far perdere in un attimo ai primi quanto ottenuto, vengono branditi e puntati come un’arma: il tasto invio al posto dello sparo mortale.

La società capitalista disumanizza; lo mostra icasticamente Bong Joon-ho (come lo mostrava Kim Ki-duk in Pietà, con il suo protagonista, dipendente di uno strozzino, solo, abbandonato, anaffettivo e crudele fino a che un incontro non scombina tutto; e come lo mostrava in Joker, film di Todd Phillips, uscito quest’anno come Parasite, nel quale, manco a farlo apposta, il protagonista, Arthur, soffre di una patologia che lo fa ridere in maniera incontrollata, cosa che accadrà, a un certo punto, anche a Ki-woo, nel film di Joon-ho): non c’è spazio nemmeno per la pietà, in questa storia.

I ricchi perché, troppo impegnati a stare in sella e mantenere il privilegio di cui godono, hanno perso da tempo, o, forse, non hanno mai avuto, il contatto con la realtà al di fuori del proprio microcosmo ovattato; i poveri perché, nell’ansia disperata di uscire da quegli anfratti scomodi, da quei bassifondi maleodoranti, nei quali sono stati relegati, devono pensare a salvarsi, e, se hanno un attimo di tentennamento della coscienza, come accade a Kim ki-taek, viene loro ricordato, dalla realtà effettuale, dirompente, dal disprezzo classista, persino olfattivo, del padrone, e dalla propria famiglia stessa, che non possono permetterselo: mors tua, vita mea.

E allora? Siamo destinati a farci annientare, a soccombere e a lasciar soccombere ciò che ci rende umani, ogni emozione, ogni sentimento?

No.

Mostra icasticamente anche questo Bong Joon-ho: è l’amore che, ancora una volta, può salvarci.

L’amore di un padre per un figlio e di un figlio per un padre, nella fattispecie, che, sul finale, regala speranza, con un sogno (o in un “piano” – «Sai che piano non fallisce mai? Non avere alcun tipo di piano. Se non hai un piano, niente può andare storto», dice Kim ki-taek a suo figlio. Eppure, «Ho un piano», sembra replicare Ki-woo a suo padre, a fine film): quello di lottare per migliorare la propria condizione e, quindi, finalmente, ricongiungersi, salendo delle scale che da un bassofondo ti portino in superficie.

È come quella scritta al neon, nell’opera di Claire Fontaine: «Capitalism kills love».

Sì.

But we don’t give up. We resist. We fight.

We love!

1 Commento a “Parasite: così metaforico, così potente”

  1. Angelo Liberati scrive:

    Così tanto per giocare (seriamente) passando da un campo all’altro e ricordando un grande artista:

    Nick Drake – Parasite – YouTube
    https://www.youtube.com › watch

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