Portoscuso, periferia di Taranto

1 Settembre 2012
Stefano Deliperi
La vicenda giudiziaria relativa all’acciaieria ILVA di Taranto ha innescato uno scontro sociale e fra poteri dello Stato così duro e trasversale come raramente s’è verificato in Italia. In molti – in troppi – cercano di contrapporre le esigenze e i diritti fondamentali della tutela dell’ambiente e della salute pubblica (artt. 9 e 32 cost.) alle esigenze del lavoro e della libertà d’impresa (artt. 1, 35, 41cost.), i poteri della magistratura (artt. 101 e ss. cost.) alle competenze della pubblica amministrazione (artt. 97 e ss. cost.).
In realtà, finora non s’è vista alcuna reale contrapposizione. C’è una magistratura che è intervenuta in assenza di adeguate ed efficaci iniziative da parte dell’Azienda e delle amministrazioni pubbliche competenti.
Il recente provvedimento da parte del Tribunale del riesame di Taranto è – nella freddezza dei termini giuridici – veramente drammatico.   Qui il testo integrale: Tribunale di Taranto, sez. feriale, in sede di riesame, 20 agosto 2012, n. 98/12 (ord.) Un vero e proprio disastro ambientale: nei 13 anni esaminati (1998-2010), secondo le stime peritali, nei due quartieri tarantini di Tamburi e Borgo sono stati causati dall’inquinamento dell’ILVA ben 386 decessi totali, in gran parte per cause cardiache (30 all’anno), 237 casi di tumore maligno (18 all’anno), 247 eventi coronarici (19 all’anno) e 937 casi di malattie respiratorie (74 all’anno), in gran parte della popolazione infantile (638 casi totali, 49 all’anno). A Taranto, sempre secondo i periti, la mortalità, per patologie tumorali e del sistema cardiocircolatorio, per malattie ischemiche e dell’apparato respiratorio, è “più alta rispetto alla Puglia”, mentre per la mortalità infantile si registra “un eccesso, soprattutto con riferimento alle malattie respiratorie acute al di sotto dell’anno di età, oltre che a quelle tumorali”.
Pesanti le conseguenze per la salute dei lavoratori del siderurgico che nello stesso periodo hanno accusato malattie respiratorie e tumorali non da asbesto: “tale evidenza può essere collegata all’esposizione dei lavoratori Ilva a cancerogeni ambientali diversi dall’asbesto, in particolare Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, n.d.r.) e benzene”.
Le conclusioni peritali sono lapidarie: l’Ilva ha provocato “malattia e morte”.
A questo punto la magistratura, secondo le anime belle come l’ambientalista voltagabbana Chicco Testa, avrebbe dovuto lavarsene le mani.  Invece ha fatto bene il suo lavoro.
Se Taranto, i tarantini e l’acciaieria avranno un futuro, lo dovranno proprio alla magistratura, piaccia o no.
Non può esistere autentico disinquinamento e salute senza giustizia.
Quanto accade a Portoscuso (ma potremmo dire anche a Trieste, con la Ferriera di San Servolo, e in tanti altri posti di questo disgraziato Bel Paese) non è molto diverso, ma – se possibile – la situazione è ancora più grave.
“…si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso”. Così aveva parlato l’Azienda sanitaria locale n. 7 di Carbonia, dopo aver acquisito i dati di una recente relazione dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero dell’ambiente.
In parole povere, gli alimenti prodotti nella zona di Portoscuso hanno tassi più o meno elevati di inquinamento, ma non si può dire ufficialmente.
In base al regolamento CE n. 466/2001 sono prescritti limiti di tollerabilità degli inquinanti e precisi monitoraggi degli alimenti: in varie occasioni le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico ne hanno richiesto lo svolgimento alle amministrazioni pubbliche competenti, sempre con risposte tranquillizzanti.
Eppure la situazione dovrebbe esser ben diversa.
Il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis – Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area.
Qui, infatti, le industrie primarie sono diverse, a differenza di Taranto, come diversi sono i “carichi inquinanti” che vanno a creare quel “mix” che appesta il territorio.
L’obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito, tant’è che risultano tuttora molto negative le caratteristiche qualitative del fondo naturale delle acque e dei suoli, come accertato (2009) dall’A.R.P.A.S. e come indica il Rapporto preliminare sulla salute pubblica nelle aree industriali, minerarie, militari della Regione autonoma della Sardegna (2005).
Di fatto è sempre peggiore la situazione ambientale e sanitaria di Portoscuso.
In un ambiente ormai fortemente degradato e contaminato, tanto da vantare record poco lusinghieri, anche nel campo del deficit cognitivo infantile e della piomboemia.    Si va dai fumi di acciaieria, che vedono il centro suscitano diventarne la pattumiera d’Europa, al bacino dei fanghi rossi e al relativo inquinamento, dagli sversamenti in mare di inquinanti alle discariche illecite di rifiuti tossico-nocivi, alle nubi di fluoro, ai traffici illeciti di rifiuti industriali.
E le preoccupazioni per la qualità dell’ambiente e della salute pubblica, giustamente, si estendono ai Comuni vicini, come Carloforte.
L’unico sprazzo di giustizia, finora, giunge soltanto dal Tribunale di Cagliari, dove un gravissimo caso di traffico illecito di rifiuti industriali è giunto alle prime condanne e a dibattimento penale.
Un po’ troppo poco.
Ma a Portoscuso si giunge alla beffa, plateale e prolungata.
L’Alcoa s.p.a., multinazionale del ciclo dell’alluminio, ha deciso la chiusura dell’impianto1 alla data del 3 settembre 2012.  Mille lavoratori (450 diretti, 550 dell’indotto) sulla strada, migliaia di persone con maggiori difficoltà economiche in quel Sulcis sempre più a fondo.  In realtà la decisione è di qualche anno fa, ribadita a inizio 2012 insieme alla chiusura degli stabilimenti spagnoli, quando la multinazionale ha puntato sui nuovi poli produttivi dell’Islanda e del Baharain, attratta dal ridotto costo dell’energia2.
E ora i lavoratori Alcoa bloccano aeroporti, si tuffano in mare nei porti e quant’altro viene in mente per richiamare l’attenzione sul dramma che vivono.
Per non parlare dei lavoratori della Carbosulcis s.p.a., l’azienda di proprietà regionale che gestisce l’unica miniera di carbone ancora in attività3, quella di Monte Sinni.  L’unica speranza è riposta in un progetto (Carbon Capture Storage – C.C.S.) ancora sperimentale e non esente da rischi che comporti l’utilizzo del carbone nella centrale Enel di Portoscuso, con il “sequestro” e lo stoccaggio dell’anidride carbonica (CO2) nelle gallerie minerarie.  Complessivamente 1,5 miliardi di euro di investimenti, un bando di gara internazionale per reperire il soggetto che, a fronte di 200 milioni di euro di contributi pubblici, investa 400 milioni di euro propri: la Commissione europea ha finora giudicato negativamente il progetto4 e non c’è nessuno che si è dimostrato interessato.    Per non parlare dei rischi di natura ambientale che nessuno finora è in grado di prevedere.
E allora i lavoratori della Carbosulcis sono a turno in un pozzo a 373 metri di profondita, con 690 chili di esplosivo, qualcuno si taglia le vene.  Rimarranno a oltranza.
A oltranza è anche l’insipienza della classe politica regionale, dispensatrice prima di posti di lavoro clientelari e poi di promesse a vanvera quanto desiderosa di pubblicità sulla pelle dei minatori.
Eccezionale il tempismo con cui il Presidente della Regione Ugo Cappellacci ha nominato quale amministratore unico della Carbosulcis un carneade fortunatamente dimissionato in breve, per non parlare del deputato sulcitano Mauro Pili, sempre pronto a iniziative “clamorose”, di lotta e di governo, ma dimentico delle sue responsabilità di governo regionale e di sostegno al governo nazionale.  Per il resto, molta  fuffa ma poco o nulla di concreto.
E sulcitani sono – oltre a Cappellacci e Pili (P.d.L.) – anche Giorgio Oppi (padre-padrone dell’U.D.C. isolana), Antonello Mereu (deputato U.D.C.), Antonello Cabras (senatore P.D.), Tore Cherchi (presidente della Provincia, già deputato P.D.), Francesco Sanna (senatore P.D.), Claudia Lombardo (presidente del Consiglio regionale, P.d.L.).  Un sistema di potere ramificatissimo.  Basta e avanza.
Vogliamo voltare pagina una buona volta?

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