“Quantitative easing” e rilancio dell’economia

16 Marzo 2015
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Gianfranco Sabattini

Il persistere della crisi economica dell’Unione Europea, come conseguenza delle politiche di austerità perseguite da tutti i governi dei Paesi che ne fanno parte ha, da tempo, creato le condizioni perché il mancato finanziamento della domanda per consumi e investimenti interni delle singole economie nazionali si traducesse in una spinta verso la deflazione, ovvero verso il calo del livello generale dei prezzi, destinato ad ostacolare, se non a raffreddare, la timida ripresa in atto.
Per evitare che il fenomeno della deflazione possa aggravarsi, per iniziativa della Banca Centrale Europea (BCE) è stato deciso di dare attuazione ad un piano di “alleggerimento quantitativo”, indicato con l’espressione anglosassone “quantitative easing” (QE). L’espressione ha un duplice significato: essa, infatti, può designare, sia la “creazione di nuova moneta” da parte di una Banca Centrale, con la sua immissione nel sistema economico attraverso operazioni che possono tradursi in crediti garantiti nei confronti delle banche ordinarie, del Tesoro dello Stato o delle imprese operanti sull’estero; che, alternativamente, nell’acquisto, da parte di una Banca Centrale, per una predeterminata e annunciata quantità di moneta, attraverso operazioni di mercato aperto, di titoli preesistenti del debito pubblico (ma non solo), con effetti attesi positivi sul funzionamento del sistema economico.
Tra i due significati del QE, esiste una differenza sostanziale, nel senso che la creazione di nuova moneta avviene con operazioni originarie, con la Banca Centrale che si costituisce creditrice nei confronti dei tre “operatori” prima indicati (banche ordinarie, Tesoro e imprese operanti sull’estero), mentre l’alleggerimento quantitativo avviene attraverso operazioni di mercato aperto condotte sui mercati finanziari secondari, ovvero su mercati nei quali circolano titoli di credito pubblici (o privati) originariamente collocati presso i finanziatori. In questo secondo caso, la Banca Centrale effettua l’alleggerimento quantitativo per eliminare dal mercato titoli di debito ad elevato rischio di default o per fornire liquidità al sistema economico, al fine di imprimergli uno shock attraverso l’attivazione di un processo di lievitazione del sistema generale dei prezzi.
Al riguardo, occorre tenere presente che quando il QE è effettuato in favore delle banche ordinarie, non significa che sia effettuato anche in favore del sistema economico complessivamente considerato. Le banche in quanto sottosistema economico, potrebbero utilizzarlo (com’è accaduto in precedenti tentativi di alleggerimento effettuati dalla BCE in favore dell’Italia), se libere di farlo, per scopi non necessariamente coincidenti con le necessità dell’intero sistema economico. Ma se il QE è diretto a supportare la ripresa dell’intero sistema economico, l’intervento sul mercato secondario dei titoli dovrebbe provocare un rialzo del sistema generale dei prezzi e, quindi, ostacolare le spinte deflazionistiche.
La pratica del QE è stata utilizzata negli anni passati dalla Banca Centrale del Giappone, sotto il nome di “Abenomics” (termine composto dal cognome del Primo ministro giapponese Shinzo Abe e dal sostantivo inglese “economics”); negli anni 2000, anche la Federal Reserve Bank, la Banca Centrale degli USA, la Bank of England e la Banca Centrale Europea hanno fatto ricorso alla procedura del QE. La BCE, tuttavia, al fine di perseguire il suo primario obiettivo statutario (stabilità dei prezzi e tasso di inflazione non superiore al 2%), pur avendo deciso di non fare ricorso a operazioni di alleggerimento quantitativo in senso stretto e limitandosi ad acquisti minimi sui mercati secondari di bond senza l’emissione di nuova moneta (proibita dallo Statuto del massimo istituto monetario europeo), a fine 2ooo ha effettuato operazioni di rifinanziamento a lungo termine, contrassegnate con l’acronimo TLTRO (Targeted Longer-Term Refinancing Operations), a favore delle banche ordinarie; operazioni, queste ultime, che non hanno avuto però gli esiti attesi, perché le banche, anziché finanziare le imprese, hanno provveduto a rafforzare il loro patrimonio.
A causa del persistere della stagnazione dell’economia europea, per sostenere la timida ripresa delle economie degli Stati dell’Unione e contenere il rischio della deflazione, nel corso del 2014 la BCE ha sostenuto con forza la necessità di “iniettare” liquidità all’interno dell’intera Eurozona. Ciò è stato fatto dapprima con un altro prestito TLTRO, per finanziare un prestito bancario con il vincolo di destinare le risorse finanziarie ricevute alle imprese del settore del settore reale; i risultati sono stati però, ancora una volta, minori rispetto a quelli attesi.
Di fronte al persistere della stretta creditizia alle imprese e all’esaurimento delle politiche monetarie convenzionali (abbassamento dei tassi di interesse, tassi d’interesse negativi per i depositi presso la stessa BCE), è stata sostenuta, con sempre maggior forza, la decisione di un vero alleggerimento quantitativo dell’intera Eurozona. Il 22 gennaio di quest’anno il governatore Mario Draghi ha annunciato al World Economic Forum che la BCE avrebbe acquistato titoli del debito pubblico e privato a partire dal mese di marzo 2015, almeno fino al mese di settembre 2016, al ritmo di 60 miliardi di euro al mese, perché il tasso di inflazione nell’Eurozona (provocato dall’aumento della domanda finale finanziata dal QE) possa tornare ad avvicinarsi al 2%.
A tal fine, la BCE, a partire da lunedì 9 marzo, comprerà titoli (principalmente di società finanziarie, ma anche di banche e grandi industrie) sul mercato secondario e non direttamente dai Tesori dei governi. I titoli del debito pubblico degli Stati membri dell’Eurozona saranno acquistati in proporzione alle quote del capitale sociale della BCE detenute dalle rispettive Banche Centrali Nazionali, con il trasferimento dell’80% del relativo rischio sui singoli istituti nazionali e del residuo 20% sulla Banca Centrale Europea.
Per l’economia italiana, il QE, posto che duri, non è privo di rischi: innanzitutto percé, secondo molti osservato, il QE può alimentare l’illusione che il Paese ormai possa uscire dalla stagnazione senza nuovi sforzi di riforma o di risanamento; in secondo luogo, perché non elimina il problema, tutto italiano, del credit crunch (scarsità del credito diretto alle imprese), causato dalle molte sofferenze bancarie; in terzo luogo, perché i tassi dei prestiti a cinque anni alle imprese in Italia sono ancora di un punto sopra quelli praticati in Spagna e di due rispetto a quelli praticati in Francia e Germania; infine, perché il QE farà aumentare l’inflazione (è uno degli obiettivi per cui è stato deciso di praticarlo) e determinerà una rivalutazione dei patrimoni, per cui sarà inevitabile un approfondimento del divario tra ricchi e poveri, che, al fine di conservare stabile la ridistribuzione e la concentrazione della ricchezza, presupporrà l’attuazione di una adeguata politica fiscale. Per contenere tutti questi rischi, la BCE sarà impotente; sull’”uomo solo al comando” nel governo del nostro Paese graverà, perciò, l’onere di impedire che i rischi indicati possano realmente materializzarsi. Che Dio ce la mandi buona!

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