Reinventare la sinistra

3 Marzo 2018
[Aldo Tortorella]

Pubblichiamo questo articolo di Aldo Tortorella che introduce il nuovo numero di Critica Marxista (red).

La prima parte di questo numero della nostra rivista, Critica Marxista, si apre enunciando il bisogno di “reinventare la sinistra”. Non pretendiamo certo di essere noi a compiere una così ambiziosa e, ormai, quasi titanica impresa, come si vedrà leggendo l’acuto scritto di Vincenzo Vita che spiega bene il proposito. Ma possiamo sicuramente vantare titoli sufficienti per enunciarlo data la fatica di un quarto di secolo (niente, in fondo, rispetto a quella del povero Sisifo, quello condannato per l’eternità, a causa di un dispetto fatto a Zeus, a portare un masso fino alla vetta del monte per vederlo precipitare e riportarlo in cima).

Infatti, quando questa rivista, destinata alla soppressione assieme al Pci, rinacque a nuova e autonoma vita (era il lontanissimo 1991) non dichiarammo solo una “nuova serie”, ma nel sottotitolo della testata proponevamo, appunto, di “ripensare la sinistra”. Eravamo convinti che la metamorfosi voluta dalla maggioranza del Pci corrispondesse più ad una pulsione autodistruttiva che ad una seria riflessione critica e ad un necessario progetto di rinnovamento ideale, morale e politico.

Un rinnovamento egualmente negato dalla scissione attuata da una parte della minoranza, più sollecitata da un continuità acritica che dal bisogno di rigenerarsi. Ci collocavamo, sapendolo, in una terra di nessuno, antipatici agli uni e agli altri. I quali si trovavano uniti, senza volerlo, dal rifiuto di guardare dentro se stessi dato che abiura e nostalgia convergono nella cancellazione degli errori. Col risultato della dannazione o della esaltazione della memoria, in luogo della comprensione del bene e del male.Sfortunatamente, ci sono voluti più di venticinque anni di infelici esperienze, di sconfitte e di pessimi risultati per il paese, oltre che per tutte le sinistre, perché i dubbi sul corso economico, politico e ideale seguìto venissero alla luce anche con alcune autocritiche. E dunque il bisogno di un ripensamento sui fondamenti della cultura di sinistra fuori da facili rinnegamenti e inutili rimpianti (un esempio è il sito promosso da Salvatore Biasco con questo titolo, ma anche numerosi altri luoghi e siti di ricerca).

Ed è venuta ora la nascita di un nucleo (i “Liberi/e ed eguali”) in cui si vengono unificando coloro che, insoddisfatti da precedenti opposte esperienze, cercano una strada a sinistra e aprono una speranza nuova. E, dall’interno del Pd, paiono manifestarsi analisi critiche più drastiche di quanto non fosse prima (di cui diamo conto anche in questo numero nella rubrica delle Discussioni).

A stimolare la riflessione sono state necessarie, come sempre accade, rovinose e collettive tragedie economiche, politiche, belliche. Di qui il riscatto di Bernie Sanders , solitario socialista tra i parlamentari democratici Usa, e di Jeremy Corbyn, oppositore coraggioso nel Labour fin dai tempi di Blair e prima ancora. È stato detto da critici moderati ma anche, con altro punto di vista, su queste colonne (da nostri validi autori appartenenti alla sinistra Usa e al partito laburista) che in realtà né l’uno né l’altro hanno portato indirizzi realmente innovativi poiché Sanders è stato espressione di un moderato keynesismo e Corbyn di tradizionali rivendicazioni di stato sociale e di nazionalizzazioni. In queste obiezioni c’è del vero ma trascurano che è già un segno grandemente positivo che vi sia chi abbia avuto la capacità, dall’interno di forze politiche dedite al moderatismo, di dar voce alla indignazione verso un modello di sviluppo che ha dimostrato di essere umanamente ingiusto e sommamente pericoloso per l’ambiente in cui viviamo.

Il fatto che nei paesi di capitalismo avanzato – o addirittura di impronta imperiale, come gli Usa – questa indignazione abbia maggiore consenso se si presenta in forme e programmi considerati compatibili con sistemi economici ancora solidi, sebbene minati dalle loro contraddizioni costitutive, è logico, anche se non è sufficiente. Scrivo che è “logico” che ciò avvenga non solo per la forza e la espansività mostrata dal capitalismo ma per il crollo di quello che nel corso del Novecento era apparso come l’antagonista, vale a dire il modello sovietico, che aveva rappresentato il primo esperimento di fondare una società e uno stato sulla “proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio”.

L’orizzonte disegnato da questa parola d’ordine, come abbiamo più volte cercato di ricordare, non apparteneva solo alla visione comunista ma era la comune ispirazione e speranza – pur nelle radicali contrapposizioni – del movimento di ispirazione socialista nel suo insieme. L’annebbiamento di una speranza che voleva presentarsi con un afflato universalistico superando nazionalismi e razzismi – e integralismi religiosi e settari – è stato un evento anche più rilevante del pur radicale sconvolgimento dell’assetto internazionale.

Quella speranza andava ben oltre le donne e gli uomini che la condividevano, perché definiva una idea limite anche per chi la considerava una pericolosa ubbìa e dunque immaginava di doverne contrapporre un’altra (per esempio, il “sogno americano”). Perciò si poté parlare – anche se era un errore – di fine della storia. E perciò fu del tutto superficiale e illusorio per coloro che avevano vissuta e praticata da promotori quella speranza (parlo dei dirigenti comunisti in primo luogo, ma anche di quelli socialisti di varia osservanza) credere di poterla superare in nome della immediatezza politica o, addirittura, in nome dell’aspirazione al governo (se non al potere) pensando di non tradire se stessi. Le destre aspirano al governo e al potere in nome di una ben precisa visione (classista) del mondo. Se le sinistre non ne hanno alcuna da contrapporre hanno poco da sperare.

L’illusione di poter sopravvivere senza una propria visione dell’avvenire veniva da una falsa concezione della modernità e della laicità entrambe scambiate con la cosiddetta fine delle ideologie. Si intendeva affermare che le soluzioni dei problemi posti dalla società alla politica non debbono essere dettate da presupposti o pregiudizi ideologici (o morali) ma dalla via più efficace per raggiungere il fine desiderato. Opinione metodica del tutto ragionevole ma applicabile a vari presupposti non dichiarati.

Nel caso in questione essa veniva applicata a un presupposto che è, appunto, esso stesso ideologico e cioè quello che considera la società così com’è non solo come la società data (storicamente data) ma come la società naturale pur se perfettibile. Questa posizione fu espressa al suo estremo da quella gran filosofa che fu la signora Thatcher con l’affermazione del dogma «la società non esiste, esistono gli individui, uomini, donne e famiglie», dicendo ad alta voce ciò che i conservatori pensano.

L’efficacia delle soluzioni viene così commisurata alla loro capacità di non turbare un equilibrio e una gerarchia sociale che si considerano corrispondenti, nel fondo, alle esigenze naturali dei singoli oltre che ad una visione della persona ispirata al ben fondato pessimismo cristiano. L’opinione opposta (intestata a Marx considerato come tappa decisiva di un lungo processo di pensiero) è quella che considera la società presente, cioè i rapporti sociali dati, come costruzione umana rivoluzionaria rispetto al passato ma a sua volta destinata ad essere superata per le sue interne contraddizioni, per il progresso negli strumenti materiali che ne hanno consentito la nascita e per la lotta di coloro che ne patiscono l’ingiustizia.

Ma anche questa opinione in modo simile a quella ad essa antitetica può cristallizzarsi deformandosi nel dogma, come ha mostrato l’esperienza sovietica. E se i conservatori ritengono (o fingono di ritenere) l’assetto sociale storicamente dato come espressione di una condizione del tutto corrispondente alla natura umana, nel campo opposto si è potuto ritenere (anche deformando Marx) che nell’assetto sociale la natura umana non c’entri per nulla (anzi sia un tema da antiquariato delle idee) dato che essa sarebbe unicamente costituita dai rapporti sociali.

Mutando questi rapporti che a loro volta dipendono dai rapporti di proprietà, e dunque mutando puramente e semplicemente i rapporti di proprietà sarebbe avvenuto il salto nella società nuova. Il crollo sovietico ebbe origine nella negazione del pluralismo politico e ideale, ma più a fondo in una visione della realtà sostanzialmente inconsapevole di ciò che delle passioni umane permane oltre la storia. La grandezza di Gramsci nel meditare sulla sconfitta dinnanzi al fascismo sta anche nell’aver intravisto questa amputazione di una parte della realtà (dall’accento posto sul ruolo determinante della cultura alta e popolare sino alle riflessioni sulla persona e su se stesso).

Il fatto che una visione riduttiva della realtà fosse sbagliata non significava, però, che venisse inficiata ogni parte dell’analisi che ha portato alla luce il fondamento economico della storia, l’esistenza dei conflitti di classe, la storicità del modello capitalistico con la sua capacità evolutiva ma con i suoi pesantissimi prezzi umani. Rinunciare a questi strumenti di conoscenza del reale ha significato non capire le conseguenze della globalizzazione, i motivi delle guerre, le cause della rovina ambientale. Quando è arrivata la crisi ha dovuto essere, per l’ennesima volta, riscoperto Marx.

Tuttavia su quella sola base non si può costruire l’avvenire. Dopo di essa sono arrivati (con i loro pregi e i loro limiti) Freud e i maestri delle scienze umane. E dopo ancora le filosofe della differenza femminile che hanno messo a nudo la parzialità (e i disastri) del maschile come valore dominante, spacciato per universale. E, infine, è arrivata la rivoluzione informatica che muta il modello produttivo e distributivo delle merci, determina nuovi bisogni e nuovi lavori distruggendone di più di quelli che crea, pone su altre basi il conflitto tra capitale e lavoro.

Lo straordinario miglioramento per gli umani che la loro capacità creatrice potrebbe assicurare viene vanificato da una assurda organizzazione sociale. A ben guardare l’esigenza del socialismo inteso come modello produttivo ragionevolmente indirizzato ad un uso sensato delle limitate risorse del pianeta e ad una distribuzione equa della ricchezza prodotta non è mai stata tanto stringente. Di questi tempi il capitano Achab non avrebbe mai potuto immolarsi nella sua vendicativa caccia angosciosamente umana perché Moby Dick sarebbe morta prima ingoiando tonnellate di plastica.

Allo stesso tempo, però, avanzano le condizioni di mutamenti profondi al di la della volontà consapevole delle classi dominanti. La concorrenza, che sarebbe l’anima del sistema, funziona per le pizzerie (a danno della salute) ma per le grandi produzioni di serie non si può rinunciare ad una qualche forma di programmazione, sebbene privata, e i grandi attori dell’informatica schedando i desideri vanno pianificando i consumi peraltro modellati implacabilmente con la pubblicità dalla culla alla bara.

I banchieri di una volta non esistono quasi più sostituiti da impiegati bancari (talora pessimi) che rischiano i soldi degli altri. La follia della immane ricchezza dei pochissimi contro la indigenza dei molti diviene sempre più evidente. L’individualismo proprietario soffoca gli individui e la libertà intesa come reciproca sopraffazione soffoca l’idea di libertà unita all’eguaglianza e alla fraternità per cui la borghesia si era impegnata nella sua grande rivoluzione.

Una visione dell’avvenire non sogna la perfezione ma propone una società diversa fondata sulla gestione sociale di ciò che decide la vita di tutti e che oggi domina le decisioni di coloro che sembrano decidere, i politici, i parlamenti, i governi. Nuovi linguaggi sono necessari per una critica meglio fondata al sistema presente e per tracciare gli obiettivi da perseguire nel mondo che cambia. E la sinistra nuova potrebbe ora essere quella che sa dei bisogni e dei desideri, degli individui e della loro libertà come via alla solidarietà e non al predominio sull’altra e sull’altro. E dovrebbe essere quella che se vuole la gestione sociale impugna la causa del rinnovamento della politica fornendo l’esempio di dirittura morale e di competenza e, di conseguenza, fonda il proprio volere su una scelta etica che entra in gara con altre.

Dei passi in avanti si stanno facendo su una strada accidentata e lunga. Non bisogna stancarsi di cercare e provare. Comunque, per nostra fortuna, vi fu chi – era Albert Camus al tempo dei suoi esordi e dei nostri studi giovanili – provvide a rivalutare Sisifo spiegandone la fatica come metafora della condizione umana motivata da un fine accettato come gravoso pur se vano. Dunque non ci lamentiamo. Confesso di coltivare, però, la consapevole speranza che il masso, prima o poi, possa rimanere in cima alla montagna e che si possa iniziare la discesa dall’altra parte del monte.

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