Salute mentale. Il pericolo degli UFE

16 giugno 2016
Foto Roberto Pili - Gisella Trincas
Gisella Trincas

Nella Legge Regionale n°5 dell’ 11 aprile 2016 “Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016-2018 (legge di stabilità 2016), all’art.6 “Disposizioni in materia di sanità e politiche sociali”, comma 18, leggiamo: “Entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, la Giunta regionale, su proposta dell’Assessore regionale dell’igiene e sanità e dell’assistenza sociale, sentita la Commissione consiliare competente, adotta una deliberazione avente come finalità la sperimentazione della figura degli Utenti e familiari esperti (UFE), intesi come operatori esperti che hanno acquisito un sapere esperienziale riconosciuto dalla ASL ed in grado di fornire in modo strutturato e continuativo, prestazioni di sostegno agli utenti con disabilità psichica”.

Nel precisare che tutte le persone che attraversano la sofferenza mentale, e i loro familiari, sono esperti per esperienza, si rileva l’assurdità di tale proposta che pensa di “raccogliere manovalanza” tra chi già vive una condizione di difficoltà, anziché porre rimedio ai problemi strutturali, organizzativi, finanziari e culturali di un sistema (quello dei servizi di salute mentale) in grande difficoltà.

Gli utenti dei servizi di salute mentale, hanno necessità di prestazioni di sostegno qualificate e altamente professionalizzate, tempestive e continuative nel tempo. E’ inoltre paradossale che da una parte non si riconosca il valore e la competenza delle persone nel loro personale percorso di cura (a parte casi decisamente minoritari), e dall’altra si pensa di “selezionarne alcuni”, valutati dalla ASL, da utilizzare in non si capisce esattamente cosa, assumendoli in non si comprende quali mansioni e con quale retribuzione.

Come Asarp, associazione per l’attuazione della riforma psichiatrica, pensiamo invece che le persone che hanno fatto un percorso di sofferenza mentale, e hanno migliorato le loro condizioni di salute, debbano essere incluse nel mondo del lavoro (anche nel campo della salute mentale), ma non come UFE (una nuova etichetta stigmatizzante) bensì come operatori qualificati in grado di svolgere mansioni sulla base delle proprie competenze possedute o acquisite attraverso una specifica formazione.

Pensiamo inoltre che se si vuole veramente far tesoro della esperienza di utenti e familiari, debbano essere costituite le consulte dipartimentali a cui le associazioni degli utenti e familiari hanno diritto di partecipazione. E le proposte che le Associazioni dei familiari e degli utenti portano all’attenzione delle istituzioni sarde, sostenute da trentennale esperienza, dovrebbero essere tenute nella dovuta considerazione in quanto provenienti da esperienze di vita diretta.

Inoltre al punto 17 della stessa Legge, sono indicati i finanziamenti trasferiti dal Fondo Sociale Europeo per favorire l’inclusione sociale, nella misura di euro 8.000.000. Nulla si dice invece di finanziamenti assolutamente necessari, aggiuntivi da parte della Regione Sardegna, per la riqualificazione dei servizi territoriali di salute mentale, per l’ampliamento delle piante organiche e quindi la maggiore apertura dei servizi sul territorio, per il lavoro in rete, per la formazione continua del personale (non quella pagata dalle case farmaceutiche!), per dare strumenti operativi concreti al personale dei servizi di salute mentale, comprese le risorse finanziarie per i budget individuali di salute. E affinchè in Sardegna, finalmente, si abbandonino le pratiche coercitive determinate, da una parte, da una cultura manicomialista dura a morire, e dall’altra dalla scarsità delle risorse umane e professionali a disposizione dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura.

Come associazione dei familiari ci saremo aspettati, dal Consiglio Regionale e dall’Assessorato alla Sanità, ben altre proposte per affrontare e risolvere la drammaticità e complessità dei problemi che ci troviamo ad affrontare ogni giorno. Esprimiamo quindi il nostro fermo dissenso a tale proposta che chiediamo venga immediatamente rigettata.

Foto Roberto Pili

2 Commenti a “Salute mentale. Il pericolo degli UFE”

  1. Mirto Maria Ignazia scrive:

    Appoggio in toto quanto segnalato e non condiviso da Gisella Trincas!!!! Vogliamo risposte concrete in termini di servizi. Perché siamo anni che aspettiamo che i servizi stabiliti sulla carta siano finalmente operativi in tutti i territori sardi………………………………..Abbiamo alle spalle anni di grandi sofferenze che meritano rispetto, per noi e per i nostri familiari. E’ un nostro diritto decidere come spendere le risorse destinate all’avvio di progetti che interessano noi e i nostri cari. E’ ora di dire BASTA!!!!! Noi non deleghiamo più ad altri il benessere dei nostri cari!!!! Chiediamo di essere partecipi a tutte le iniziative che interessano i nostri cari……………………………

  2. Alessandro Guidi scrive:

    Condivido le perplessità di Gisella Trincas sull’ Ufe,anzi devo dire che la perplessità è accompagnata da un sentimento di assurdità per tale proposta che mi sembra ancora una volta un modo per controllare dall’alto senza far chiarezza sulla malattia mentale come ha insegnato Basaglia. Ho sempre pensato che da un punto di vista della cura, cura che va distinta dall’inserimento del soggetto nel sociale, sia impossibile e direi nocivo curare un soggetto malato da coloro che sono implicati affettivamente con il soggetto stesso: va contro ogni principio etico e clinico. La formazione degli operatori deve essere neutrale per dare un effettivo contributo alla soggettivazione dell’utente malato. Solo così anche i familiari potranno contribuire al progetto di inserimento sociale e lavorativo.

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