Sul non detto. La conformazione dell’Unione Europea secondo Juncker

1 Maggio 2019
[Marinella Lőrinczi]

L’attuale Presidente del Parlamento europeo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker (1954), è stato a lungo intervistato dal conduttore televisivo Fabio Fazio per la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica 31 marzo (da 1’25” a 22’). Si è parlato del futuro dell’Unione Europea nelle previsioni e negli auspici del Presidente. Si è iniziato, evidentemente, dai problemi economici dell’Italia e dalla riduzione del suo debito pubblico (ricordando anche il caso della Grecia). Sono stati toccati argomenti come il ruolo centrale della Germania, Francia ed Italia, nonostante anche la macchina tedesca-francese “tossisca” ogni tanto. Oppure come il brexit [ovvero oramai il brexiting che da altri, opportunamente, è stato già reso in italiano come brexitare, verbo dall’aspetto durativo; precedentemente, ricordiamolo, era stato coniato anche grexit, ma tutto questo non è stato detto durante la conversazione, sono aggiunte di chi scrive]. Significativamente, quando Fazio ha pronunciato brexit, Juncker ha risposto, dopo una lieve esitazione e sorridendo, c’est quoi? “che cos’è?”. Si è accennato più volte alla migrazione, ai migranti e rifugiati, per i quali bisogna avere rispetto e attenzione. “Che [Orbán*, il primo ministro dell’Ungheria] si trovi – ha detto Juncker – su una china verso un nazionalismo eccessivo rivolto contro gli altri, che rifiuta gli altri, che non ammette sul proprio territorio degli sventurati, perché i rifugiati sono sventurati, questo mi preoccupa […]. Io sono contrario a ogni forma di xenofobia. Questa, come i nazionalismi e il rifiuto degli altri, conduce alla guerra.”

Si è discusso del TAV: la costruzione della galleria è importante, nel giudizio di Juncker, poiché per il trasporto su rotaie completerebbe la tratta Portogallo-Ungheria. Ho riassunto appositamente soprattutto i momenti dove si fanno nomi di Stati. Ma si è parlato soprattutto dell’Europa del domani, sia come continente sia nell’accezione più ristretta (e distorsiva a mio giudizio) di “Unione Europea”. La imprecisione delle parole non migliora la comprensione.

Partendo dal concetto circolante di “sovranismo”, argomento introdotto da Fazio (all’8’30” cca.) e che farebbe leva sulla crisi economica (avrei delle riserve in proposito, troppo semplicistico), Juncker ha spostato il discorso su “sovranità” come equivalente di “identità nazionale” (costruita su nazione, storia, cultura, paesaggio, insomma una serie di caratteristiche specifiche), che bisogna tener presente e rispettare insieme con quella di “identità europea”. Quest’Europa sarebbe o dovrebbe essere per lui soprattutto un’idea di pace.

L’Europa di domani come sarà?

“L’Europa è il continente più piccolo, cosa di cui gli Europei non si rendono conto, perché ritengono di essere ancora padroni del mondo. E non lo sono mai stati. Ma ogni volta che qualcuno ha voluto farsi padrone del mondo, ha fallito e quindi bisogna evitare questa visione post coloniale dell’influenza europea. L’Europa oggi sta perdendo il proprio peso economico. Contiamo per un 23-24% del PIL globale. E domani o dopodomani saremo al 15-16%, e poi anche la popolazione sta diminuendo. Immaginare che questa piccola Europa, il cui peso economico si va indebolendo e che soffre demograficamente, pensare che questa piccola Europa possa essere più importante, con Stati e nazioni in ordine sparso, significa sbagliarsi gravemente. Abbiamo una sola possibilità di avere influenza sugli avvenimenti mondiali ed è quella di lavorare insieme, di amarci più di quanto non facciamo. Dovremmo far sì che il nostro livello di conoscenza reciproca tra Paesi europei aumenti. Cosa sanno i Finlandesi dei Napoletani? Cosa sanno i Romani dei Lussemburghesi? Cosa sanno poi gli Olandesi del Nord-Est della Svezia? Nulla. Dobbiamo lavorare tutti assieme. Bisognerebbe che già nelle nostre scuole si permettesse agli alunni di aumentare il proprio livello di conoscenza degli altri Paesi europei. – Per concludere, Juncker è contrario al concetto di Stati Uniti d’Europa. Gli Italiani vogliono continuare ad essere Italiani, i Bavaresi, Bavaresi, e i Fiamminghi a essere Fiamminghi. L’Europa sarebbe un fattore di arricchimento delle nazionalità.”

Come spesso succede, avevo iniziato ad ascoltare l’intervista nel momento in cui i due interlocutori stavano affrontando gli argomenti del precedente capitolo (ho completato l’ascolto successivamente), e si deve essere assolutamente d’accordo, ci mancherebbe, con le raccomandazioni di conoscerci meglio. Ho scoperto, tra parentesi, che nel sito dell’Unione Europea ci sono già molti giochi rivolti ai bambini e ragazzini proprio per soddisfare questa curiosità e necessità. Non so che profitto ne traggano nelle scuole.

Ad un certo punto, come dicevo, il Presidente ha fatto gli esempi riportati sopra, di quanto sia grande la disinformazione reciproca. Cosa sanno questi e quegli altri, gli uni degli altri? A mano a mano che andava avanti con gli esempi, nella mia mente, come in quella di qualsiasi altro ascoltatore, si formava una mappa, per me alquanto strana. Ne mancava un pezzo. Perciò, come rigore ‘scientifico’ vuole, ho riportato su una mappa cartacea dell’UE tutti gli Stati menzionati esplicitamente durante l’intervista. Il risultato è questo:

Andando da Nord a Sud, ne rimangono fuori i tre Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), Polonia, Cechia e Slovacchia, Slovenia e Croazia, Romania e Bulgaria. Dieci in tutto. Undici coll’Ungheria, storicamente ricompresa nella serie. Su ventisette. Quindi, considerando poco importante l’omissione di alcuni nomi di Stati ‘occidentali’ (ricompresi in qualche modo nel perimetro degli altri presi insieme), si tace invece su tutta la parte orientale dell’UE, facente parte dell’insieme più ampio dei paesi dell’Est europeo geografico. Gli Stati ‘dimenticati’ confinano con Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, parte europea della Turchia (Cipro compresa), Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord.

Questi Stati ‘orientali’ non meritano particolare attenzione perché evidentemente qualsiasi cittadino dell’Europa ‘occidentale’ ne sarebbe ben informato … tanto da confondere la Romania coll’Albania, come mi è capitato giorni fa (“sempre dell’Est Europa si tratta” – mi commentava qualcuno questa confusione, nel senso che una vale l’altra in una visione generica), tipo: “Lei di dov’è?” – “Della Romania.” – (dopo qualche altro scambio) “Chissà com’è l’Albania … Non ci sono mai stato.” – “Nemmeno io.” – “Come, ma non ha appena detto che lei è della …?” Gli osservatori o gli studiosi di questi paesi conoscono o intuirebbero bene le ragioni della sovrapposizione: il fastidio anti-albanese è stato sostituito dopo il 2007 col fastidio anti-romeno/rumeno in cui è confluito per similitudine fonetico-geografica anche il fastidio anti-rom. Dire fastidio per non dire altro.

Il Presidente Juncker certamente non ha questa indeterminatezza nella mente quando agisce da diplomatico, tuttavia il senso comune che emerge spontaneamente, o al quale si adegua in una conversazione più rilassata, è quello illustrato con la mappa.

Senso comune che è ancor meglio rappresentato da quest’altro tipo di conversazione, sperimentato in più occasioni: “Lei di dov’è?” – “Della Romania. Sono/ero cittadino romeno.” – “Ah, allora è romeno.” – “No, sono tedesco [oppure: ungherese, turco, serbo ecc., a seconda del caso].” – (con molta determinazione:) “Non è possibile. O l’uno o l’altro.” Oppure, ricamando sullo stesso motivo, possiamo immaginare: “Ah, ma allora è di fede ortodossa.” – “No, sono cattolico [oppure: protestante, musulmano ecc., a seconda del caso].” Inventiamo anche questa, assai verosimile: “Il presidente della Romania si chiama Klaus Werner Iohannis. Come mai, non è un nome tedesco?” – “Infatti è sassone, cioè tedesco della Transilvania.” – “Non mi dica … della patria di Dracula!”. O ancora: “La candidata favorita al posto di procuratore generale dell’UE si chiama Laura Kovesi. Che cognome è questo? I cognomi romeni non finiscono in escu come in Ceausescu?” – “E’ un cognome ungherese, e si pronuncia Kövesi, coll’accento sulla ö.” – “Ma non è romena?” – “Sì, romena della Transilvania, ma era sposata con un ungherese e poi ha voluto e potuto conservare, in conformità con le leggi romene, il cognome del marito.”

Quando un turista ‘occidentale’ visita questi paesi, quelli omessi da Juncker, si imbatte in primo luogo in scritte, insegne, nomi di strade e di negozi e simili. Che potrebbero fargli una certa impressione; le lettere sono piene di appendici strane. La tipologia dei modi di scrivere sviluppata in questi paesi (in riferimento alle loro lingue ufficiali odierne), ha infatti delle caratteristiche proprie e apparentemente stravaganti: abbondano i cosiddetti segni diacritici, segni apposti alle lettere base, consonantiche o vocaliche, sopra o sotto o in mezzo. Tracciamo quest’altra la mappa, alfabetica, senz’altro istruttiva pensando a Juncker.

Partiamo dall’estone: Š, Ž, Õ, Ä, Ö, Ü.

Lettone: Ā, Č, Ē, Ģ/ģ, Ī, Ķ, Ļ, Ņ, Š, Ū, Ž.

Lituano: Ą, Č, Ę, Ė, Į, Š, Ų, Ū, Ž.

Polacco: Ą, Ć, Ę, Ł, Ń, Ó, Ś, Ź, Ż.

Ceco: Á, Č, Ď, É, Ě, Í, Ň, Ó, Ř, Š, Ť, Ú, Ů, Ý, Ž.

Slovacco: Á, Č, Ď, É, Ě, F, Í, Ň, Ó, Ř, Š, Ť, Ú, Ů, Ý, Ž.

Ungherese: Á, É, Í, Ó, Ö, Ő, Ú, Ü, Ű.

Romeno: Ă, Â, Î, Ș, Ț.

Sloveno: solo Č, Š, Ž.

Croato invece recupera: Č, Ć, Dž, Đ, Š, Ž.

Per il bulgaro si usa l’alfabeto cirillico: А, Б, Г, Д, Ж, Й, Ф, Ч, Щ, Ю ecc.

Alle lettere semplici si aggiungono le lettere doppie (digrammi), in alcuni pochi casi anche i trigrammi. Spicca il polacco (accanto all’ungherese) per la quantità: CH, CZ, DZ, DŹ, DŻ, RZ, SZ.

Non per niente nel divisore sillabico online https://www.ushuaia.pl/hyphen/?ln=en l’esempio proposto è la ‘barbara’ parola polacca WYKSZTAŁCIUCHY . Sarà una parola inventata bell’apposta e senza senso? Niente affatto. Significherebbe, dovendo usare una circonlocuzione approssimativa, “intellettualoidi con un livello di istruzione ed etico mediocre, anche se loro credono il contrario”. La parola e il concetto sono stati inizialmente pensati in russo (obrazovanshchina; https://en.wikipedia.org/wiki/Obrazovanshchina) da Aleksandr Solženicyn per un suo saggio del 1974, anno della sua espulsione dall’Unione Sovietica e del ricevimento del Premio Nobel. Sull’argomento obrazovanshchina le voci di Wikipedia sono soltanto in russo, polacco e inglese. Successivamente parola e concetto sono stati accolti in polacco.

Così ritorniamo all’UE, nel modo più naturale possibile, anche se solo ai suoi margini dimenticati da Juncker. Questa striscia del “piccolo” continente europeo attualmente è un terreno scottante. Sarà consapevole, l’uomo comune, di cosa sta succedendo su questa striscia che va dal Mar Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo, attentamente sorvegliata dalla NATO? Questa è la mappa attuale dei membri della NATO:

Fonte: wikipedia.org

Da anni è in atto una nuova guerra fredda mondiale, ma le notizie vengono diffuse senza costanza dai mass media, soprattutto non dalla televisione. E’ più importante ritornare per giorni di seguito, cioè fare pubblicità, sulla nuova trasmissione di Carrà e su altri eventi del genere. In internet, invece, le informazioni si condensano: è del 15 marzo scorso l’allarme lanciato dei servizi segreti estoni: “La Russia si prepara a una guerra” (http://www.occhidellaguerra.it/lallarme-dei-servizi-segreti-la-russia-si-prepara-guerra/); è dell’otto gennaio “Italia e Ue votano per i missili Usa in Europa”: “L‘Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – si è così totalmente uniformata alla posizione della Nato, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati Uniti.” (https://ilmanifesto.it/italia-e-ue-votano-per-i-missili-usa-in-europa/); del 13 aprile “L’aumento dell’attività della NATO nel Mar Nero mina la stabilità regionale, Mosca risponderà di conseguenza …” (https://it.sputniknews.com/mondo/201904137518820-grushko-conseguenze-negative-per-lattivita-della-nato-sul-mar-nero/ ; del 13 febbraio “Europe must avoid another East-West missile race” (https://www.politico.eu/article/europe-must-avoid-another-east-west-missile-race-donald-trump-us-vladimir-putin-russia-nato/ ). Già nel 2016 “Super missili nell’Europa dell’Est … Gli Usa hanno inaugurato la loro nuova base operativa in Romania” (http://www.ilgiornale.it/news/politica/super-missili-nelleuropa-dellest-torna-guerra-fredda-usa-rus-1260654.html). Nel 2017: “Continua la guerra della Nato contro la Russia: nuovi dispiegamenti nei Paesi baltici” e anche in Polonia “dal 2018 sarà operativa … una base con sistemi in grado di distruggere missili nemici. La base è necessaria a bilanciare la presenza dei missili balistici Iskander che da Kaliningrad [exclave russa tra Polonia e Lituania] minacciano un raggio di 500 km circostanti. Questi missili tattici possono contenere una testata nucleare ed hanno notevoli capacità di compiere manovre elusive.” (https://secolo-trentino.com/esteri/continua-la-guerra-della-nato-contro-la-russia-nuovi-dispiegamenti-nei-paesi-baltici/); dal 2014 sono rintracciabili informazioni su “Come la Nato ha circondato la Russia” (http://www.occhidellaguerra.it/la-nato-circondato-la-russia/). Da anni circola la notizia sul riarmo missilistico in Svezia, che non è membro della NATO ma vi collabora: “Sweden’s decision to purchase the Patriot anti-aircraft missile system [statunitense] is necessary considering the deteriorating security situation in the country’s neighbouring region.”, agosto 2018 (https://sverigesradio.se/sida/artikel.aspx?programid=2054&artikel=7011688). Certamente, questa è solo una parte della storia riassunta in termini geografici, ma che si svolge in buona misura su quella fascia dell’UE che Juncker qualche settimana fa ha elegantemente trascurato.

 

*N.B. L’accento deve cadere sulla o iniziale; quello grafico sulla á (e non à) è solo un espediente ortografico.

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