Un Patrimonio di lavoro

16 giugno 2008

Gli archeologi manifestano a Roma
Giuseppina Manca di Mores

Il Paese che ha, si dice, il più vasto patrimonio archeologico al mondo, si dimentica di tutelare chi se ne occupa con il proprio lavoro. Alcune centinaia di persone, in una categoria composta da alcune migliaia, sono una manifestazione riuscita e l’ANA, l’Associazione Nazionale Archeologi, ha il grande merito di averla suscitata e organizzata. Importante perché si tratta della prima vera azione pubblica che porta i problemi di questa categoria all’attenzione dei media. Gli archeologi chiedono il riconoscimento della figura professionale, la tutela del e sul posto di lavoro, compensi degni della professionalità acquisita in anni di studio universitario e di pratica sul campo, maggiori investimenti nei beni culturali, in un Paese che investe in questo settore cifre ridicole in assoluto e peggio ancora se confrontate con quelle destinate da altri paesi europei, per tutti la Francia.
Su queste rivendicazioni gli archeologi incassano – ed è importante – gli impegni trasversali da parlamentari di maggioranza e opposizione di portare in Parlamento disegni di legge che ne definiscano la figura e la inseriscano all’interno del Codice dei beni culturali e del paesaggio (come successo di recente per i Restauratori), accolti da applausi ma anche da slogan che chiedono, dopo trent’anni di azioni andate a vuoto (la maggior parte dei presenti non era nata quando si cominciò a parlare di queste problematiche), fatti concreti.
La foto che pubblichiamo è fortemente simbolica: archeologi giovani e meno giovani davanti alla Colonna Traiana, un pezzo della fabbrica diffusa dell’archeologia. E’ presente buona parte delle regioni, Campania e Lazio (le presenze più numerose), ma anche Emilia, Toscana, Sardegna, Basilicata, Puglia, Liguria, e altre ancora. Dagli accenti si capisce che la rappresentanza è più vasta, ma molti hanno lasciato il luogo di origine per studio e per cercare lavoro nelle grandi città. Gli striscioni sono espliciti: “Il lavoro degli archeologi non è una merce”, “Mai più senza tutela, mai più senza diritti”, così come gli slogan: “ Senza tutela né riconoscimento non è lavoro ma sfruttamento”. C’è un pensiero anche per le donne archeologhe e la maternità senza alcuna tutela.
Del resto, quando i compensi possono scendere a 7,5 euro all’ora lordi (con medie di 40 € al giorno + IVA: impensabile in qualunque contratto di lavoro, anche i più “flessibili”, per un laureato e magari specializzato!), non c’è tutela per nessuno.
Ci si domanda quanti, nell’opinione pubblica, siano a conoscenza della situazione nella quale versa oggi parte di una categoria che con il suo lavoro consente, ad esempio, che si porti avanti la realizzazione di strade, metropolitane, collegamenti di alta e qualunque velocità, sottoservizi e quant’altro venga realizzato in aree di preesistenze archeologiche. Fra gli striscioni e gli slogan scorrono come torrenti i racconti delle singole difficili, spesso estreme, situazioni lavorative che si incrociano con i racconti della vita privata, messa volutamente in piazza, è il caso di dire, da un desiderio di comunicare e condividere che è palpabile, che li vede uniti oggi e come vorrebbero essere domani, senza ritrovarsi di nuovo antagonisti loro malgrado, a contendersi in qualunque modo, talvolta sleale, una condizione sottopagata e umiliante.
< Di noi, di quei ragazzi fotografati sui quotidiani, chini con i berretti in testa e la cazzuola in mano, accanto alla notizia che descrive con abbondanza di dettagli la meraviglia archeologica di volta in volta ritrovata, e sotto l’immancabile didascalia: “Archeologi al lavoro”, qualcuno si chiede mai: ma come sono stati chiamati lì, quanto hanno studiato per fare questo e soprattutto, come hanno ottenuto quel lavoro e chi e quanto li paga? > è una delle tante riflessioni che tutti condividono.
I manifestanti lasciano la piazza per ritrovarsi dopo un’ora nella sede della CGIL riuniti in una folta e partecipata assemblea: nei numerosi interventi e nell’acceso dibattito è continuo il richiamo alla necessità di superare le immancabili divisioni e divergenze di opinione per approdare ad un risultato comune che sottolinei l’importanza di questo lavoro della conoscenza, per nulla atipico.
Nella piazza che si svuota rimane, attaccato ad un albero, uno dei manifesti con la scritta: “Indiana Jones lavora ad Hollywood”. Loro, in Italia, a 40 euro al giorno.

1 Commento a “Un Patrimonio di lavoro”

  1. Ambra Naspi scrive:

    grazie, bellissimo articolo, io ero una delle tante archeologhe presenti….è vergognoso che dobbiamo rinunciare al nostro lavoro per scegliere di avere una famiglia! E’ vergognoso che una qualsiasi donna sia costretta a scegliere fra la maternità e la possibilità di lavorare, è vergognoso che si studi per cosi tanti anni (5 anni di laurea 2 di specializzazione e 3 di dottorato attualmente s si vuole seguire questo iter) e poi non si sia riconosciuti, si sia costretti ad abbandonare tutto quando ci si scontra con la realtà che la tanta passione che tutti mettiamo nel nostro lavoro non porta nemmeno le briciole di un panino a tavola e soprattutto non ti garantisce un futuro. Il 93% degli archeologi italiani lavora a contratti di 20 giorni, in nero, oppure gratis nelle università sperando una futura carriera che molto spesso non arriva….

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