Vittorio Mallozzi: una vita contro

12 Dicembre 2022

[Claudio Natoli]

Nell’ambito della storiografia sul movimento comunista, quella sul PCI si segnala per una particolare rilevanza riguardo al genere biografico.

Uno dei fattori che certamente hanno influito in questo senso è stato il fatto che a partire dalla metà degli anni ’60, e poi più ancora nel decennio successivo, essa si è arricchita delle memorie, delle riflessioni e anche delle ricerche di alcuni principali protagonisti della generazione dei fondatori del partito e dei dirigenti della clandestinità e dell’esilio, da Longo a Secchia, da Terracini a Camilla Ravera, da Roasio ad Amendola, da Teresa Noce a Nadia Spano, per non citarne che alcuni, in una prospettiva che si è andata allargando alla Resistenza, alla nascita e al primo trentennio dell’Italia repubblicana.

Più in ombra, a quanto posso giudicare, sono rimasti i percorsi biografici dei dirigenti intermedi, dei quadri, dei militanti politici di base che fecero del Partito comunista nell’illegalità e nell’emigrazione la forza di gran lunga più strutturata, più dinamica e più radicata nello scenario complessivo dell’antifascismo italiano. Per la verità alcune grandi opere d’insieme hanno rappresentato un fondamentale apporto nel dare un nome e un volto a migliaia e migliaia di quadri e di militanti o anche di persone comuni che pagarono con il carcere e il confino un prezzo altissimo per il loro impegno politico e ideale o per essere stati comunque avversi al fascismo, oppure a coloro che furono protagonisti di quella straordinaria vicende collettiva che fu il volontariato internazionale a difesa della Repubblica spagnola: e citerò soltanto le opere collettanee promosse dall’Anpiia L’Italia dissidente e antifascista, e L’Italia al confino, entrambe a cura di Adriano Dal Pont e Simonetta Carolini e uscite nel 1980 e nel 1983, nonché Antifascisti alla sbarra, a cura di Simonetta Carolini e Fabio Ecca, uscito nel 2015, e naturalmente La Spagna nel nostro cuore, a cura dell’Associazione italiana combattenti volontari antifascisti in Spagna, uscito nel 1996, di cui conservo gelosamente una copia con dedica che mi fu donata da Giovanni Pesce in occasione di un convegno su Umberto Terracini che si  svolse  a Torino nel giugno 1996.

Tuttavia, sul piano della ricostruzione analitica dei percorsi di vita della stragrande maggioranza di questi protagonisti “in carne e ossa”, per dirla con Gramsci, della storia dell’antifascismo e comunque di quelli che non ricoprirono ruoli politici di primo piano moltissimo resta ancora da fare, e non mi è possibile questa sera soffermarmi né sui contributi di assoluto rilievo, come anche sugli epistolari sui diari e sulle testimonianze, di cui comunque oggi possiamo disporre, né  sull’evoluzione e l’affinamento dei piani e delle metodologie delle ricerche che sono intervenuti nella fase più recente.

In questo contesto che ho sommariamente delineato il lavoro di Donatella Panzieri su Vittorio Mallozzi, di cui discutiamo questa sera, si segnala da molti e importanti punti di vista. Il percorso di vita che qui è ricostruito per la prima volta è, infatti, paradigmatico della seconda generazione dei quadri e dei militanti comunisti, quella della “svolta”. Essi aderirono al Partito comunista nel pieno degli sconvolgimenti della “grande crisi” del ’29 e nel quadro di un duplice paradigma: l’immagine mitizzata del “socialismo vittorioso” nell’Unione sovietica all’inizio degli anni ’30 e il ruolo del partito come protagonista assoluto, se non esclusivo, della lotta rivoluzionaria contro il regime fascista. Migliaia di questi militanti, in grande maggioranza operai, contadini, artigiani, conobbero la clandestinità, il carcere e il confino, ma molto di loro riuscirono anche ad espatriare in Francia, furono partecipi della grande stagione dell’unità antifascista e dei Fronti popolari per poi combattere in Spagna nelle Brigate internazionali.

Dopo la sconfitta della Repubblica e la disfatta della Francia, in parte entrarono in clandestinità e combatterono nella resistenza francese, in parte furono internati nei campi del Sud della Francia e successivamente estradati in Italia e rinchiusi nel confino di Ventotene. Sarà questa la scuola che avrebbe formato quelli che sarebbero stati, dopo la liberazione dal confino seguita al 25 luglio 1943, i quadri direttivi politici e militari del PCI, ai più diversi livelli della Resistenza. L’altro tratto caratteristico di questa generazione fu un  rapporto di assoluta dedizione nei confronti del partito, percepito come soggetto di elevazione e di riscatto personale e collettivo, in una cornice di assoluta fiducia, disciplina, disponibilità al sacrificio di se stessi, ma anche di tensione ideale e morale, di una scelta di vita interamente rivolta alla liberazione di coloro che non avevano mai avuto voce nella storia.

E’ merito dell’autrice averci fatto ripercorrere tutte le diverse fasi di questo percorso attraverso la figura emblematica di Mallozzi, a partire dalla sua prima formazione e dall’ambito familiare, e poi inquadrando il suo agire e le sue scelte nei  contesti che lo videro testimone e protagonista, con tutti gli elementi di specificità degli ambienti, delle esperienze, delle relazioni e dei luoghi che segnarono il suo itinerario di vita. E’importante sottolineare che questa ricerca è frutto di un lavoro non breve e certamente molto complesso. Le fonti già note a cui riferirsi erano molto parziali e frammentarie. Cosicché Donatella ha dovuto scandagliare una molteplicità di archivi pubblici e privati, a cominciare dagli Archivi di Stato a livello centrale  e anche locale e dell’Archivio del PCI, e al tempo stesso procedere alla raccolta sistematica delle testimonianze edite e inedite che erano disperse in numerose pubblicazioni e carte personali.

Nella ricostruzione degli ambienti e dei contesti talvolta Donatella Panzieri si avvale di ricerche originali pregresse, da lei stessa svolte che sono state ispiratrici di questo lavoro. E’ il caso dei fornaciai della Valle dell’Inferno, poi Valle Aurelia, il retroterra politico-sociale in cui si formò Mallozzi: una realtà socio-culturale di forti tradizioni socialiste e anarchiche, poi comuniste, che rimase irriducibilmente avversa al fascismo nel ventennio e poi nella Resistenza, e che potrebbe considerarsi anche un laboratorio esemplare per quella grande opera di emancipazione e di acculturazione politica della classi lavoratrici e popolari delle borgate che fu portata avanti dal “partito nuovo” a Roma nel secondo dopoguerra. Ed a questo proposito è doveroso ricordare il grande lavoro di ricerca e di raccolta delle testimonianze che per prima, nei primi anni ’70, avviò Maria Michetti, un’altra figura emblematica della costruzione del “partito nuovo” nella capitale, anche dal punto di vista dell’emancipazione delle donne, ed insieme di studiosa capace di coniugare rigore scientifico e una straordinaria partecipazione umana e politica.

Proprio la Valle dell’Inferno, che nei primi anni ’20 fu partecipe di clamorosi atti di ribellione nei confronti dell’incipiente dittatura fascista, e dove Mallozzi era andato a lavorare e ad abitare al seguito del fratello Giuseppe, impiegato presso la fornace Veschi, fu il contesto in cui alla fine degli anni ’20 egli aderì a un nucleo operaio illegale del PCdI. Ma fu di qui che egli entrò in contatto con il gruppo degli intellettuali comunisti che ruotava attorno a Pietro Grifone: ed è qui che emerge un aspetto tipico della sua personalità di operaio autodidatta, e cioè la spinta ad elevare il proprio bagaglio politico e culturale, che costituirà sempre l’altra faccia della sua scelta di vita comunista. Ma vorrei anche aggiungere che qui ritroviamo anche un tratto caratteristico di migliaia di quadri acculturati di estrazione operaia che costituirono la grande forza del PCdI nell’illegalità, nell’esilio (pensiamo all’università del carcere e del confino) e poi nella Resistenza, nella confugurazione del “partito nuovo” e più in generale, mi sia consentito dirlo, nella costruzione della democrazia repubblicana.

Sappiamo che Mallozzi sfuggì fortunosamente agli arresti che colpirono il gruppo romano nella primavera del 1933 e che riuscì a riparare clandestinamente in Francia. Fu qui che conobbe il momento centrale della sua formazione politica, divenendo militante e organizzatore dei Comitati proletari antifascisti promossi dal Centro estero del PCdI e vivendone l’evoluzione dalla politica settaria “classe contro classe” a organi della mobilitazione dei lavoratori italiani emigrati nel segno dell’unità d’azione del Fronte popolare antifascista.

Donatella, attraverso il ritrovamento delle lettere inviate alla madre dall’esilio francese e dalla Spagna e intercettate dalla polizia fascista, ci mostra come quelli furono per Mallozzi anni di gravi difficoltà sul piano delle condizioni materiali di esistenza, il che gli valse, tra l’altro, un’inchiesta amministrativa da parte del Centro estero da cui peraltro uscì indenne. Ma tutto ciò non gettò alcuna ombra né sulle sue convinzioni politiche, né sul suo impegno all’interno del partito. Con lo scoppio della guerra civile e la nascita delle Brigate internazionali ritroviamo Mallozzi tra i 4500 volontari italiani accorsi in Spagna per difendere la Repubblica dalla sedizione franchista. Egli partecipò, nelle file del Battaglione Garibaldi, all’epopea della difesa di Madrid nell’autunno 1936 e a tutte le battaglie che ad essa fecero seguito sino alla vittoria, così carica di valori ideali e simbolici, di Guadalajara.

Nella mancanza di riscontri archivistici l’autrice ha fatto ricorso alle memorie dei garibaldini, a cominciare da quelle “classiche di Calandrone e di Giovanni Pesce, sia per ricostruire dal vivo il ruolo e le esperienze di Mallozzi, sia per rievocare il clima che si respirava nel Battaglione Garibaldi tanto nelle fasi più esaltanti della lotta, quanto nell’incipiente crisi politica e militare della Repubblica e del Fronte popolare spagnolo. Apprendiamo come, seppur all’inizio del tutto privo di esperienza militare, Mallozzi abbia saputo guadagnarsi la stima degli organi dirigenti, sino ad assumere compiti non solo politici, ma anche il ruolo di comandante di compagnia e poi di battaglione. L’altro aspetto che rimanda alle qualità umane di Mallozzi fu il rapporto di condivisione e di fiducia che egli seppe instaurare con i compagni e con i combattenti, la disponibilità alla discussione e all’ascolto che gli derivò anche dall’incontro e dalla frequentazione con Guido Picelli, il leggendario protagonista della vittoriosa difesa di Parma nel 1922. Con quale spirito egli affrontasse queste prove, si evince da una lettera inviata alla madre nel marzo 1937: “Come si sta liberando la Spagna dalla miseria e dal fascismo così faremo noi in Italia”. (p. 142).

Uno sfortunato incidente motociclistico durante una marcia di trasferimento, da cui Mallozzi uscì fisicamente menomato, determinò un lungo ricovero ospedaliero, a cui seguì, nel maggio 1938, il ritorno in Francia. Ripreso il lavoro di partito, egli fu tra gli organizzatori delle campagne di solidarietà con la Repubblica spagnola e per l’assistenza e l’accoglienza in Francia dei garibaldini reduci dalla Spagna, scrisse articoli sul giornale dell’Unione popolare “La Voce degli italiani”, fu impegnato nella raccolta di fondi, in comizi e  manifestazioni contro il pericolo di guerra e la politica bellicista della Germania nazista e dell’Italia fascista, sino alla traumatica svolta del patto Hitler-Stalin dell’agosto 1939.

Seguirono la messa fuori legge del Partito comunista francese, l’arresto e l’internamento dei comunisti e degli esiliati politici italiani stranieri nei campi allestiti nel Sud del paese dal governo francese e poi dal regime di Vichy. Possiamo immaginare che Mallozzi, come  la grande maggioranza dei militanti e dei dirigenti comunisti, abbia vissuto con profondo disagio questa nuova svolta, che rovesciava l’intero patrimonio di elaborazione e di esperienze sedimentatosi negli anni dei Fronti popolari, ma anche che anche in queste drammatiche circostanze non siano venute meno in lui né la fiducia e la disciplina verso la politica del partito, né la priorità della difesa dell’Unione sovietica. Come l’autrice ricostruisce, Mallozzi fu arrestato a Tolone nell’ottobre 1939 e quindi internato nel campo di concentramento del Vernet, dove condivise con tanti altri compagni la fame e le durissime condizioni di detenzione, ma dove sperimentò anche le forme collettive di solidarietà, la biblioteca clandestina e i corsi politici e di istruzione, per poi essere trasferito dopo tredici mesi nel centro per infermi di Noé.

Di qui nell’agosto 1941 fu consegnato alle autorità italiane e da queste arrestato e tradotto come “pericoloso comunista” al confino di Ventotene. Qui egli tornò a versare in condizioni di grave indigenza, che non fu certo alleviata dalle autorità, ma al tempo stesso poté partecipare alla vita del collettivo comunista, con le sue luci e anche con le sue ombre (all’inizio del 1943 vi sarà l’ingiustificabile espulsione dal partito di Terracini e Camilla Ravera, per la loro passata opposizione al patto tedesco-sovietico). Il dato più emblematico che riguarda la figura di Mallozzi è tuttavia il rinnovato incontro con Pietro Grifone e la partecipazione attiva ai corsi di studio da lui promossi, di cui sono testimonianza i quaderni manoscritti rintracciati da Donatella nell’Archivio del PCI.

La parte finale della breve vita di Mallozzi sarà scandita dalla liberazione da Ventotene e dal ritorno a Roma il 25 agosto 1943, giusto in tempo per essere parte attiva della ricostruzione clandestina del PCI a Roma dopo l’8 settembre e nella resistenza contro l’occupante tedesco e i collaborazionisti di Salò. Membro del Comitato federale, egli fu responsabile politico della III Zona, comprendente i quartieri di Flaminio-Ponte Milvio, Salario e Montesacro. E’ questa una delle parti più intense e partecipate del libro, laddove si segue l’azione instancabile di Mallozzi per il consolidamento della rete organizzativa del partito, il trasporto e la distribuzione di armi, i comizi volanti e le azioni armate dei Gap, senza rinunciare ai corsi politici di studio, sino all’arresto, alle camere di tortura di via Tasso e alla fucilazione a Forte Bravetta insieme ad altri dieci compagni il 31 gennaio 1944.

Tutto questo viene ricostruito attraverso alcune bellissime testimonianze, prime tra tutte quelle di Dario Puccini e di Vasco Pratolini: esse ci riportano ai tratti personali di Mallozzi, al suo modo di agire e di rapportarsi agli altri e ai compiti da assolvere, ma al tempo stesso testimoniano sull’impatto dell’incontro tra questi giovani di estrazione borghese con un dirigente politico di tipo nuovo che impersonava la scoperta della “qualità umana” dell’operaio, un aspetto questo comune a tanti altri giovani della “terza generazione” comunista, che avevano fatto l’esperienza dell’illegalità, del carcere e del confino.

“La sua sola presenza –ha scritto Dario Puccini- era di grande incitamento ai compagni, egli sapeva creare intorno a sé una fiducia illimitata con la sua calma e la sua tenacia. La camminata zoppa, protesa in avanti, il naso storto, i capelli neri che spuntavano sulla fronte alta e si gettavano indietro come ciuffi d’erba, questi sono i tratti che ci fanno ricordare Vittorio. Il segreto della sua influenza sugli altri era nella sua semplicità, ma soprattutto nella sua capacita di “rivoluzionare” gli uomini e le cose, di trasformare tutto al fuoco del suo istinto di classe. Così egli sembrava “profanare” certi valori con la sua cruda sincerità. Ma in realtà li migliorava, gli dava vigore. Gli infondeva nuova vita”(p. 264).

E ancora, dalla testimonianza inedita di Vasco Pratolini:

“Eravamo circa quattrocento ed in ciascuno di noi, a seconda della più o meno lunga frequenza, egli ha lasciato un segno, una specie di punto di riferimento e di paragone su cui modellare la nostra azione. Bisogna tener conto del fatto che per noi Vittorio era il primo compagno di lunga e provata esperienza con il quale avevamo un quotidiano contatto. Era il primo vecchio compagno con il quale “lavoravamo” insieme. Uno di quei vecchi-giovani con su le spalle anni e anni di attività rivoluzionaria, campioni della lotta antifascista in Italia, in Francia, in Spagna (in Russia), in campi di concentramento, al confino. C’era molto romanticismo in questo modo di pensare, ma era pure un modo per non lasciarsi soffocare dalla cappa di piombo fascista, per resistere e farci coraggio, accumulare odio e volontà di lotta. Vittorio non deluse questa nostra attesa, sbloccò subito qualsiasi possibile soggezione da parte nostra, seppe fin dal primo momento inserirsi sul nostro piano (o meglio seppe elevarci sul suo piano), senza che ce ne accorgessimo “crescevamo” nel lavoro di giorno in giorno, la sua diventava di giorno in giorno la nostra esperienza” (pp. 271-72).

A me pare che attraverso queste testimonianze sia possibile intravedere in controluce un altro tema storico di centrale di rilevanza: e cioè il riuscito incontro, dopo l’8 settembre, tra i dirigenti e i quadri delle carceri e del confino, dell’illegalità e dell’esilio, e la nuova generazione antifascista che si era andata formando a partire dalla seconda metà degli  anni ’30, con un percorso autonomo, direttamente in Italia. Senza l’incontro tra queste due diverse generazioni la Resistenza italiana non avrebbe potuto sviluppare i suoi tratti più originali, e cioè il suo carattere di movimento di massa, i suoi contenuti di partecipazione dal basso e di profondo rinnovamento politico e sociale che ne fecero uno dei fattori determinanti della rinascita democratica e civile del paese.

Questo scritto riprende il testo della presentazione del libro di Donatella Panzieri, Una vita contro. Vittorio Mallozzi, le fornaci, la guerra di Spagna, il confino, la resistenza a Roma, Roma,Odranek edizioni, 2022, pp. 299 (Roma, Fondazione Istituto Gramsci, 1 dicembre 2022).

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