Turchia e dintorni. Il neo-ottomanesimo, nuova frontiera per la Turchia

16 maggio 2018

[Emanuela Locci]

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso della deriva islamica che la Turchia ha intrapreso sotto il governo dell’AKP, meno risalto è dato, anche tra gli addetti ai lavori, a un’altra politica perseguita dal partito al potere, il Neo-ottomanesimo.

Ma che cosa è? E in cosa consiste questa ideologia? Il neo ottomanesimo si può definire come un insieme di azioni politiche, diplomatiche, economiche e militari, rientranti nell’ambito della politica estera, portate avanti dal governo turco per cercare di recuperare l’influenza che la Turchia aveva nel periodo imperiale presso i suoi vicini, e per ridare alla nazione la preminenza, nello scacchiere mediorientale, che è andata perduta negli anni. Il termine è stato utilizzato per descrivere prevalentemente la politica estera della Turchia sotto il governo dell’AKP ma in realtà le sue origini possono essere fatte risalire al governo di Turgut Özal, di fine anni Ottanta inizio anni Novanta del secolo scorso, le politiche attuate dal governo possono essere considerate il primo passo verso il neo-ottomanesimo. Questa ideologia rappresenta un cambiamento radicale rispetto alla politica estera tradizionale turca di stampo kemalista, che voleva la Turchia isolata nel suo spazio nazionale, impegnata a rafforzarsi dall’interno, anche per cercare di contrastare lo shock derivante dalla rovinosa fine dell’impero e dalla sindrome da accerchiamento che ne derivò.

Oggi la Turchia cerca di ristabilire rapporti di “buon vicinato” con i paesi che fanno parte dell’area del Vicino e del Medio Oriente, attraverso trattati economici, accordi di tipo bilaterale, che rimettono in primo piano la Turchia. Questi accordi hanno riguardato stati come Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, solo per indicarne alcuni. Un altro esempio, più ad ampio spettro, almeno dal punto di vista geografico, può essere ravvisato nell’aiuto che la Turchia ha dato alla popolazione Rohingya, in occasione della grande crisi birmana. Ma è nel grande gioco con la Russia di Putin che si concretizza appieno questa nuova linea di condotta del governo di Ankara.

I due paesi, in passato importanti imperi, sono stati spesso su fronti opposti, sono state infatti numerose le diatribe che li hanno interessati dal Settecento fino ad oggi, per ragioni di confini, d’influenza su altri Stati, di sbocchi commerciali (al mare). I turchi supportavano le aspirazioni dei popoli musulmani nel Caucaso, contro la Russia, mentre quest’ultima supportava i popoli slavi e le minoranze cristiane che non volevano stare più sotto il giogo degli ottomani. In epoca più recente Lenin aiutò Mustafa Kemal e il suo movimento rivoluzionario, e in questo periodo le relazioni tra le due entità statali erano improntate alla collaborazione. Le relazioni di fecero più difficili durante la guerra fredda che vedeva la Turchia nella NATO, mentre Stalin voleva espandere l’influenza russa nel Mar Nero. Negli anni Novanta del Novecento ci furono altri motivi di conflitto, quando sempre riferendoci al Caucaso, la Turchia sosteneva con la sua politica pan turca, gruppi separatisti di diversi paesi, creando all’allora Unione Sovietica non pochi problemi di ordine interno.

I rapporti si sono comunque stabilizzati dopo il 2002 soprattutto per questioni legate al mercato dell’energia. Dal 2010 i due paesi hanno siglato una partnership, che li vede impegnati in numerose iniziative, economiche, politiche, culturali e di cooperazione per la sicurezza. Anche dopo il 2010 i due paesi hanno avuto periodi di crisi, pochi anni fa sembravano sull’orlo della guerra a causa delle fasi iniziali della guerra in Siria e dell’abbattimento di un aereo da guerra russo per opera della contraerea turca (24 novembre 2015). Anche la questione Primavere arabe vedeva i due paesi contrapposti: la Turchia si è schierata con le forze rivoluzionarie in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, Mosca ha invece sposato la causa di Gheddafi in Libia di Al Sisi in Egitto e di Al Assad in Siria.

Oggi invece queste divergenze sembrano superate e i due paesi vivono un periodo di sostanziale reciproca fruttuosa collaborazione. I legami economici si estendono anche al settore militare e si è registrato l’acquisto di aerei S-400 russi da parte turca, per un favore di 2,5 miliardi dati alla Russia. Questa “transazione economica” tra l’altro ha preoccupato, e non poco, la parte occidentale del mondo, che vede in questo gesto un allontanamento della Turchia dall’asse occidentale e di conseguenza dalla NATO, e un avvicinamento a quello orientale, con un occhio non solo alla Russia ma anche alla Cina.

In conclusione, con la sua semi-nuova linea di politica estera il governo di Ankara mira a svolgere un ruolo primario nella regione, anche sfruttando il retaggio di rapporti internazionali e legami che le derivano dall’eredità ottomana. I turchi sottolineano il fatto che la Turchia è al centro della regione e che questa posizione strategica è considerata dal governo un fattore positivo che deve essere sfruttato a vantaggio della nazione. Quindi una politica in netta rottura con il passato, che vedeva la Turchia piuttosto isolata, alla perenne ricerca della stabilità e sicurezza interna, ma che spesso si pagava con un isolamento a livello internazionale, soprattutto con i propri vicini, privilegiando invece i rapporti intercontinentali, si pensi ai rapporti con gli USA. Oggi la situazione è cambiata e la Turchia si propone, anche a livello internazionale, come paese pivot dell’area.

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