Turchia e dintorni. Cose che accadono dentro e fuori la Turchia

16 Marzo 2018

Combattenti curdi. (Foto tratta da al-Sharq al-Awsat)

[Emanuela Locci]

In questo nuovo appuntamento con la rubrica Turchia e dintorni si cercherà di rispondere alla domanda: Che cosa sta succedendo in Turchia? E appena fuori dai suoi confini?

Questa settimana si è rivelata densa di avvenimenti, venerdì 8 marzo, giornata internazionale delle donne ha visto scendere in piazza migliaia di donne in circa tredici grandi città turche. A Istanbul erano in migliaia a manifestare lungo una delle vie più importanti della città, Istiklal Caddesi. Le manifestazioni sono state portate avanti malgrado i divieti delle prefetture, giustificati dalle restrizioni predisposte a causa dello stato d’emergenza, che perdura dal luglio dell’anno scorso. Decine di migliaia di donne di tutte le età hanno portato bandiere viola e urlato slogan che recitano: “Viva la nostra lotta femminista” , “Non abbandoniamo le strade o le piazze” e ultimo ma non per importanza simbolica “Non obbediamo”. Quest’ultimo è un chiaro messaggio che ha come destinatario il governo dell’AKP del presidente Erdoğan, che negli ultimi anni ha minato alle basi il concetto stesso di uguaglianza tra i generi. Ci si riferisce in particolare alle dichiarazioni che il presidente ha fatto proprio nel giorno della donna del 2014 e che ancora non sono state dimenticate da molte donne turche. La frase che è stata giudicata dai più, sessista era: «Non esiste l’uguaglianza tra uomini e donne, piuttosto si può parlare di equivalenza» e ha poi continuato: «Gli uomini e le donne non possono ricoprire le stesse posizioni. Questo è contro natura perché sono diversi per indole e costituzione fisica». Dopo quattro anni le donne continuano a manifestare e a combattere tutti i giorni contro questi pregiudizi e l’hanno ampiamente dimostrato anche in questo otto marzo.

Non solo questo è accaduto in Turchia, infatti, si deve registrare anche una buona notizia, ossia la liberazione del giornalista Ahmet Sik e del caporedattore Murat Sabuncu, entrambi impiegati presso il giornale d’opposizione Cuhmuriyet. I due sono stati rimessi in libertà dopo circa 440 giorni di detenzione preventiva. Sono 18 i giornalisti della testata che sono finiti in carcere accusati di aver perso, dal 2003, la posizione kemalista a favore di una deriva mediatica terroristica. Dei 18 giornalisti ancora uno, Akin Atalay, presidente del consiglio esecutivo del giornale, rimane in carcere.

A questa bella notizia non ne seguono altre, almeno per quanto riguarda la questione delle libertà personali, infatti, il ministero dell’Interno ha reso pubblici i dati sugli arresti effettuati come conseguenza delle misure dello stato d’emergenza. Da questi dati si evince facilmente una situazione preoccupante: in una sola settimana sono 1.100 le persone che sono state accusate di terrorismo. Per la maggior parte si tratta di persone accusate di essere legate alla rete di Gülen o al Pkk, oppure di aver fatto dichiarazioni contrarie all’operazione militare che vede l’esercito turco impegnato nell’enclave di Afrin, in Siria.

Ed è a questo punto che spostiamo l’attenzione su quello che sta accadendo poco fuori dai confini turchi. Sta continuando, anzi va intensificandosi, l’azione dei militari turchi nella regione, è del 12 marzo la notizia dell’avanzata turca e dei suoi alleati, e della fuga di migliaia di civili, verso le zone ancora controllate dai curdi. I curdi dello YPG stanno consegnando i villaggi a sud e sudest di Afrin al regime siriano per non farli cadere nelle mani dell’esercito turco.

Secondo fonti governative turche i civili non sono interessati dai combattimenti. Queste affermazioni sono state smentite a più riprese e da più parti, infatti organizzazioni quali Amnesty International e Human Rights Watch, hanno sostenuto che gli attacchi aerei turchi hanno fatto vittime anche tra i civili inermi. Altre pesanti accuse riguardano l’uso di armi chimiche, che hanno causato problemi respiratori alle vittime. Il governo turco ha sempre smentito queste affermazioni definendole: prive di fondamento. Sempre secondo fonti turche sono ormai 3.393 i terroristi curdi uccisi nei combattimenti contro poche decine di soldati turchi caduti durante i combattimenti. Tutto ciò succede mentre il mondo, guarda dall’altra parte, almeno quello che nelle sue mani il destino delle nazioni.

Intanto le mire internazionali della Turchia nell’attacco ai combattenti curdi si allarga. Secondo recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, l’offensiva siriana potrebbe concludersi entro maggio, dopo di ché Ankara vorrebbe attaccare il Pkk curdo anche nel nord dell’Iraq.

Questo quanto capita in Turchia, che come spesso accade è paese dai mille volti, infatti mentre il paese si dibatte scosso da numerosi avvenimenti, al presidente Recep Tayyip Erdoğan viene consegnato il premio International Peace Award dell’International Pediatric Association per l’aiuto fornito a un milione e mezzo di bambini rifugiati. Infatti, da tempo ormai la Turchia sostiene, anche con l’aiuto economico della Comunità Europea, il peso di ospitare tre milioni di rifugiati. Anche questo è la Turchia.

[Della stessa autrice leggi anche 1) Turchia e dintorni. La nuova Turchia di Erdoğan, 2) Turchia e dintorni. Vivere lo stato di emergenza3) Turchia e dintorni. Una donna sfida l’egemonia di Erdoğan4) Turchia e dintorni. Osman Kavala il mecenate che disturba Erdoğan5) Turchia e dintorni. Ritratto degli eredi politici di Atatürk 6) Turchia e dintorni. La stretta di Erdoğan sulla libertà di stampa7) Turchia e dintorni. Ridere è peccato: la Turchia e le sue donne8) Turchia e dintorni. Quando il ramo d’ulivo non è un segno di pace 9) Turchia e dintorni. Sentirsi in pericolo 10) Turchia e dintorni. La morte dello Stato di diritto]

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