Capitalismo e depressione collettiva

1 Settembre 2019
[Amedeo Spagnuolo]

Ancora adesso, nonostante l’oggettiva devastazione economica, sociale e culturale che sta interessando il mondo occidentale, il cosiddetto “primo mondo”, nel quale il capitalismo selvaggio ha ormai messo da decenni le proprie robuste radici, ancora adesso si diceva, la stragrande maggioranza degli esperti del settore, sia a destra sia a sinistra, continuano a pensare che il nefasto impatto delle politiche neoliberiste si osservi principalmente nella dimensione politico – economica, trascurando colpevolmente il disastro che esso sta realizzando nel campo sociale, a tutti i livelli.

In questo articolo ci si concentrerà soprattutto sulla mutazione antropologica, causata dal capitalismo senza freni e senza regole, di tutta la popolazione ma in special modo della popolazione giovanile, la preda prediletta dall’onnivora bestia capitalista. Lo stesso concetto di gioventù è mutato conseguentemente alla strutturazione sempre più solida dell’organizzazione neoliberista che muta di continuo nelle sue forme ma che rimane ben identificabile nella sua sostanza. Per intenderci meglio, è sufficiente osservare i tantissimi quarantenni e i non pochi cinquantenni che vivono una vita grottesca caratterizzata da aspetti tipici dell’età adolescenziale: continuano a vivere con i genitori, molti con famiglie al seguito; altri, nonostante si siano laureati a pieni voti, continuano a vivere nella stanzetta piena di poster e ricordi di quando erano bambini; altri ancora fingono di vivere in maniera autonoma in un monolocale a 100 metri dalla casa dei genitori nella quale si recano per mangiare e portare i panni sporchi da lavare. Dunque, il capitalismo è stato capace di rendere giovane anche chi non lo è più e cosa importa se questi “nuovi giovani” vanno avanti facendo uso di cocaina, antidepressivi e benziodazepine varie. Viviamo in un’epoca in cui, nonostante le innumerevoli analisi filosofico – politiche sugli effetti devastanti del sistema capitalista sulla qualità della nostra vita, si continua a pensare che in fondo i danni maggiori inferti alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale siano principalmente di natura economica, mentre le analisi sulle conseguenze psicologiche e culturali continuano a rimanere ai margini della riflessione filosofica compromettendo, in questo modo, qualsiasi possibile intervento finalizzato a porre rimedio ai disastri provocati dal capitale.

Se vogliamo provare a salvare quel po’ di umanità residua che ancora sopravvive in noi dobbiamo denunciare con forza il fatto che ciò che sta accadendo è molto più devastante della già dirompente crisi economica, infatti, è certamente vero che il capitalismo ha creato un mondo di poveri sfruttati da una piccola elite di ricchi, ma cosa peggiore sta svuotando le anime delle persone, di quelle più giovani soprattutto, togliendo loro anche quella residua forza interiore che in anni passati consentiva loro di organizzare una qualche forma di protesta e resistenza. Al posto della ribellione, il neocapitalismo, supportato da un uso scellerato e strumentale delle nuove tecnologie, sta riuscendo a trasmettere nei giovani un pensiero egoista e narcisista che con il tempo, se non si porrà rimedio in qualche modo, porterà alla realizzazione definitiva del totalitarismo capitalista cioè un mondo rigidamente strutturato nel quale l’elite dei ricchi potrà continuare a ingrassarsi e a godere di tutti i privilegi possibili a scapito di una enorme massa di persone senz’anima e dunque svuotate completamente di pensiero critico e pronte a essere utilizzate nella macelleria capitalista del consumo nevrotico.

A sostegno di questa tesi non si può non tener conto della proficua produzione filosofico – letteraria del pensatore britannico Mark Fisher, conosciuto sul web, e non solo, soprattutto con lo pseudonimo di k-punk. Egli è stato uno dei più grandi filosofi del XXI secolo, oltre che sociologo, blogger, saggista, critico musicale e accademico. Ha combattuto per tutta la sua breve vita contro una terribile depressione che è diventata uno dei nodi concettuali fondamentali della sua analisi politica poiché al centro della sua riflessione c’è proprio l’idea che le cause principali della depressione siano di natura sociale e politica cioè riconducibili a varie forme di oppressione ( di classe, di razza, di genere) esercitate da un potere sempre più aggressivo e pervasivo che ha preso le sembianze del cinico neocapitalismo contemporaneo sempre più forte e subdolo. Egli, infatti, a proposito della depressione afferma che: “La scuola di pensiero dominante in psichiatria ne individua le origini nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale.

La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un “potere di classe”, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante”.

Viviamo in una terra, la Sardegna, nella quale le parole di Fisher sono purtroppo drammaticamente attuali poiché il disagio sociale e la conseguente depressione, figli “naturali” dell’ineguale sistema capitalista, sono tra le cause principali dell’inquietante fenomeno dei suicidi di giovani e giovanissimi che interessano la nostra terra. A conferma di ciò basta ricordare le parole molto forti pronunciate più di un anno fa dal vescovo di Ales – Terralba, padre Roberto Carboni: “Ogni morte per suicidio merita silenzio rispettoso, vicinanza ai familiari, ma anche una riflessione. Diventa ancor più urgente quando si tratta di giovani, a volte adolescenti, che si penserebbe sostenuti dai loro educatori, dalle famiglie, dalla comunità sociale e dalla comunità cristiana”. Le parole del vescovo vengono confermate in maniera drammatica dai numeri che riguardano il fenomeno suicidi in Sardegna: 20,4 suicidi per centomila abitanti fra gli uomini e 4,5 fra le donne.

Quella sarda è una situazione anomala rispetto al Mezzogiorno dove in generale i casi di suicidio sono molto più bassi rispetto al resto d’Italia (4 – 5 casi per centomila abitanti). Anche la percentuale delle persone depresse in Sardegna è molto alta, si calcola che addirittura il 13 per cento dell’intera popolazione sarda ne viene colpita durante il corso della vita. Ancora illuminanti, e coerenti con la tesi sostenuta in questo articolo, ci sembrano le parole del vescovo Carboni: “Ciò che accade nel cuore di una persona che tenta o realizza il suicidio è realtà complessa e misteriosa. Quello che è certo è che queste idee trovano terreno fertile nel disagio, nella depressione, a sua volta originata ad esempio dalla mancanza di lavoro, dai problemi sociali, dall’ angustia esistenziale”. Dunque non è necessario essere schierati politicamente a sinistra per comprendere che la depressione, nella maggior parte dei casi, è la conseguenza di un sistema economico che tutela esclusivamente i potenti, devastando economicamente e psicologicamente la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

Concludo questo testo tornando a Fisher che decise di suicidarsi il 13 gennaio del 2017, poco dopo la pubblicazione del suo ultimo libro The Weird and the eerie, quasi a volerci, con questo e con i suoi altri scritti, indicarci la via nonostante egli non ce la facesse più a vivere in un mondo tanto ingiusto: “La depressione collettiva è il risultato del progetto di re-subordinazione messo in opera dalla classe dirigente contemporanea. Per qualche tempo, abbiamo accettato l’idea che non eravamo il tipo di persone che possono muoversi, agire. Non per una mancanza di volontà, ma perché la ricostruzione della coscienza di classe è un processo assai arduo, e la soluzione non può essere preconfezionata. Ma, a dispetto di ciò che la nostra depressione collettiva ci indica, si può fare. Inventare nuove forme di coinvolgimento politico, facendo rivivere istituzioni che sono diventate decadenti, convertendo la disaffezione individuale in rabbia politicizzata: tutto questo può accadere. E quando accade, chi lo sa che cosa può succedere?”

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