Casteddu de Susu e i suoi flashmob

16 Ottobre 2018
[Alessandro Mongili]

Abitare in Castello significa avere un mestiere aggiuntivo. Il luogo è magico, ma l’impegno è grave. A piedi, devi essere forte per risalire le varie artziadas per raggiungere porte e avantzadas, cioè gli ingressi del quartiere. In macchina, devi trovarti uno straccio di posto dove parcheggiare. I pochi parcheggi riservati ai residenti sono infatti costantemente occupati da non residenti, e in generale insufficienti. Lo ZTL è eccentrico, tarato su non si capisce bene quali esigenze. Non credo che in giro esista un altro ZTL da mezzanotte alle 9 del mattino. Aumenta la gentrification e la scenarizzazione del quartiere, nel senso che la residenza è condizionata dalla speculazione e che il turismo sta acquisendo una tendenza a usare Castello come scenario disneyano.

L’accessibilità è il problema principale del quartiere. La chiusura della via Mazzini ha determinato l’impossibilità di uscire dal quartiere in modo normale, l’intasamento della minuscola Via dei Genovesi e la sospensione del servizio della linea 7 del CTM all’interno del quartiere. Dunque questa misura poco accorta e forse ideologica ha reso gli abitanti ancora più dipendenti dall’uso delle macchine. Vi è anche il problema dell’endemico malfunzionamento dei tre ascensori. Che gli ascensori debbano essere gli strumenti principali di supporto alla mobilità pedonale è discutibile, tuttavia dal punto di vista funzionale hanno rappresentato per anni una buona soluzione, e ora se ne sente la mancanza. Se non si vuole o non si deve usare la macchina, un’alternativa deve pur essere stata predisposta.

Un altro problema è l’accesso ai servizi, a qualsiasi servizio. Nessuno è presente nel quartiere, tranne due negozi di alimentari e una farmacia che cercano con generosità di supplire a tutte le carenze. L’espulsione dei residenti è un vecchio processo, iniziato tanti anni fa, e talvolta vissuto come forma di promozione sociale nel passato. Così non è mai stato, ovviamente, e oggi non lo è sicuramente. Si tratta di un’espulsione che peraltro può essere utile alla speculazione.

In queste pratiche di espulsione si innestano le politiche della giunta Zedda. Sprezzante, estranea e ostile alle esigenze dei residenti, nonostante il supporto elettorale che gli è stato offerto dalla maggioranza dei residenti stessi, la giunta Zedda ha promosso ogni tipo di intervento cosmetico, inutile o dannoso per il quartiere. Niente di risolutivo e strategico, molto di ricerca del consenso superficiale. Icona della politica zeddiana in Castello è stata la cosiddetta pedonalizzazione di Piazza Palazzo, uno degli spazi urbani più rappresentativi della storia sarda. Ovviamente, la subalternità self-colonized di Zedda e dei suoi amici inferisce in questa mancanza di sensibilità.

In breve, fra le fanfare della stampa amica, Piazza Palazzo è stata da alcuni anni pedonalizzata a metà (nella parte bassa). Chi non ama la pedonalizzazione, chi non è favorevole alle piste ciclabili oggi? Tutti, anche noi, ma qui si tratta solo di photo opportunity! Nella parte alta della piazza, i parcheggi sono rimasti. Gli spazi per le macchine sono fuori norma, troppo piccoli per le macchine di oggi, e una quantità spropositata di posti è stata ceduta alla prefettura che occupa Palazzo Viceregio. Il resto della piazza, quella pedonalizzata, è stata banalmente chiusa e abbandonata, resa vuoto urbano e occupata dai cani, tant’è che la piazza si potrebbe rinominare Piazza Pittbull. È mancato cioè un piano complessivo, un’idea generale, di politica urbana degna di questo nome. È mancata la politica, ed è mancato anche il buon senso per uno dei luoghi più importanti per la storia sarda moderna! Castello è così simbolo perfetto della periferizzazione del centro di Cagliari.

Ma Castello reagisce. Cominciando dalle piccole cose, dal murrùngiu, dal frastimu, però anche dal fare la spesa nei due negozietti, dal condividere piccole azioni di denuncia e di protesta, dalla discussione nell’unica piazza, sa pratzita, intitolata a un re sabaudo. Soprattutto, dalla resistenza quotidiana di residenti che, dopo aver combattuto anni contro gli uffici comunali all’edilizia privata e le loro kafkiane procedure, sono resistenti. Se uno ha combattuto anni con certi improbabili funzionari comunali, non si spaventerà certo per gli altrettanto improbabili assessori zeddiani e le loro politiche-impolitiche. In generale, sul piano sociale, Castello è sempre stata composita.

Come è noto, i suoi abitanti, piscia-arrenconis o piscia-tinteris che siano, ìs de nosu o hipster di recentissima acquisizione, compongono uno dei mosaici sociali e linguistici più assurdi e vari della Sardegna, da secoli. Quel che resta di questa varietà socio-abitativa, fatta di splendidi appartamenti affrescati, di terzi piani oggi minimal e di sòtanus, di eredi dei membri dello Stamento Militare, di intellettuali e di sottoproletari, di impiegati dell’Università e della Prefettura, oggi si mischia con proprietari di b&b, i loro clienti (dal norvegese al portoghese al sassarese, come spettro etnico), i proprietari e i lavoratori di locali, bar e ristoranti, soprattutto nella parte accanto al Bastione di Santa Croce, e con torme di visitatori e di turisti di ogni profilo. Anche da questo magnifico brassage proviene forse questa resistenza all’ottusità dei politici, insieme alla difficoltà di tradurla in azione politica organizzata.

In altre realtà, un Comitato di quartiere sarebbe probabilmente nato prima e sarebbe diventato subito più aggressivo. In Castello non è stato facile, anche perché moltissimi residenti sono stati sostenitori ed elettori di Zedda, e alcuni lo sono ancora. O per la varietà dei suoi abitanti. Tuttavia, da un anno la situazione è diventata insostenibile, e sulla scorta di un primo flashmob organizzato nel gennaio 2018, si è ricostituito un Comitato Casteddu de Susu. Su piscioni stracu fece molto più dell’appartenenza zeddiana e della mandronia dei blasés, e una piccola minoranza attiva ad alta percentuale di creatività – e creatività femminile in particolare – ha cominciato a mobilitarsi con i flashmob e con una serie di discussioni a porre le basi di un gruppo di quartiere e a porsi degli obiettivi. Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città scrisse alcune pagine memorabili sul fatto che i quartieri morissero se caratterizzati da una sola funzione, per esempio la scenarizzazione turistica e la loro trasformazione in luoghi in cui si vada a fare solo casino.

Il Comitato Casteddu de Susu vuole esattamente il contrario, cioè che il quartiere sia accessibile, accolga turisti e visitatori ma sia “vivo di botteghe, servizi, scuole e servizi ricettivi”. Per questo io, insieme a altri residenti, ci siamo avvicinati al Comitato, ci siamo di nero vestiti, anche a tzìpula, e in una bella mattina di sabato abbiamo protestato contro il degrado, contro l’incuria, contro l’ignoranza di una classe politica allo sbando.

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