Ciao caro Giulio… ’buono da mangiare, buono da pensare’

16 Gennaio 2017
Marcello Madau
Mi fa rabbia la scomparsa di Giulio. Non la sopporto. Dopo la crisi e lo strazio di ieri, sto appena riuscendo a metabolizzarla. Ti rendi conto che la vita procede e ti lascia, uno dietro l’altro, i segni di quello che fai (a volte appena si intuiscono, o forse neppure), di quello che succede ed è stato, le cicatrici mai veramente secche del dolore. Corpo e anima (se è lecita questa divisione) diventano un campo di battaglia, pieno di strade, alberi, scenari, buche e, come scriveva Dino Buzzati, gobbe nel giardino.

Oggi provo a darne qualche cenno perché traccia qualcosa che non solo mi è caro, magari a qualcuno serve saperlo . Uno dei tanti racconti possibili per via della sua intensa attività di scambio con le persone e i luoghi, alcuni già apparsi; forse “buono da mangiare, buono da pensare”. E anche perché, egoisticamente, forse scriverne mi aiuterà ad elaborare un dolore ancora acuto, tagliente come il rasoio affilato del Kairòs.
A livello di scambio culturale il rapporto con Giulio ha per me segnato strade, sorrisi, scherzi, scenari e gobbe (per due compagni comunisti, se credono e interpretano il senso di questa parola, si tratta anche, oltre alla produzione culturale in senso stretto, di complicità, ammiccamenti, sogno, voglia ribelle che si ribadisce, si programma, si consola e a volte si dispera nello scorrere sempre diverso).

Lo conobbi dai suoi testi, dagli articoli nel ‘BRADS’, la rivista generata a seguito della scossa data dalla scuola antropologica cagliaritana di Alberto Maria Cirese. I suoi scritti mi interessavano, mi colpiva molto la grande dimensione del sapere scientifico e antropologico (mentre sentivo meno, ma dipende solo da me, quella della scrittura letteraria, pur notevole). Finché io e Marco Ligas lo coinvolgemmo una decina d’anni fa alla scrittura sul ‘manifesto sardo’. Fu il mio primo contatto diretto con lui. Con Marco ci stupivamo della sua velocità di scrittura. Aveva sempre pronti articoli davvero istruttivi, che andavano – perfetti per il taglio burdo che avevamo scelto per il manifesto sardo, a ritmo quindicinale – oltre l’attualità.

C’era in lui una assai rara attenzione e sensibilità al rapporto, sul quale ci scambiammo un dialogo intenso, fra archeologia e (demo)antropologia per impegno e battaglie a favore di cultura, popolo sardo, autodeterminazione democratica, identità. La sua scuola demoantropologica si era innervata della presenza di un’archeologa colta, attenta e rossa come Tatiana Cossu.
Lo trovai perciò anche da archeologo, in battaglie comuni: penso alla sensibilità contro le scempiaggini atlantidee, alla promozione e firma della petizione contro la divisione delle statue di Mont’e Prama in più musei, alla comunità di vedute contro falsi e mezzi falsi sia archeologici sia demoantropologici. Dopo anni seppi di una sua segnalazione (a me ignota, direi come conviene) perché io fossi inserito nel team di esperti del PPR soriano. Non fu evidentemente accolta, certo per la mia poca adeguatezza al ruolo, e magari anche per la mia assenza di rapporti politici utili per tali contesti. Venni però coinvolto in un convegno che doveva discutere e stabilire la fattibilità del Museo dell’Identità, uno dei quattro ‘poli’ museali della Regione Sarda negli indirizzi di una decina di anni fa, ai tempi dell’assessore regionale Elisa Pilia, i cui atti furono pubblicati (Giulio Angioni, Francesco Bachis, Benedetto Caltagirone, Tatiana Cossu (edd.), Sardegna, seminario sull’identità, Cagliari 2007). Una discussione bella, variegata, non troppo formale, importante, nella quale Giulio guardava con pieno coinvolgimento al ruolo dell’archeologia. Assieme a Tatiana provai a delineare nuovi ragionamenti critici sul tema archeologia/identità. Forse fu ‘anche’ grazie a questa discussione che non si fece il Museo dell’Identità, ipostatizzazione assai insidiosa se in qualche sala espositiva…..
Mi colpivano anche la sua attenzione e la voglia di lavoro comune, nonostante (per mia fortuna) non appartenessi ad enclaves universitarie e ministeriali. O forse, in realtà per questo. Anch’esso costituiva un tratto accademicamente raro, come la sua apertura – conseguente e non casuale – alle battaglie che da archeologi facevamo da decenni per il riconoscimento della nostra professione e di quelle dei beni culturali (tra le quali il demoantropologo) poi vinta con la legge 110/2014 e l’inserimento delle professioni culturali nell’art. 9bis della legga 42/2004 (Il Codice dei beni culturali e del paesaggio).
Stamane Pino Ladu, dei Mamuthones e Issohadores dell’Associazione Atzeni, ha postato sulla sua bacheca due paginette di un’introduzione di Giulio al libro che curai con gli amici di Mamoiada ormai tre anni fa: un lavoro che ci riempì di passione e cuore. Anche a livello di tachicardie, perché costretto ad essere scritto e pubblicato in maniera iperveloce (due mesi per non perdere un improvviso, fortunato finanziamento regionale per le spese di stampa delle millecinquecento copie fuori commercio): ma nonostante gli avessi trasmesso, divorato dalla febbre e dall’ansia della scadenza, bozze digitali in lettura incasinatissime e a tamburo battente, Giulio ci onorò di una sua presentazione, inviata in tempi supersonici nelle more di stampa, con pennellate vivide ed emozionanti su un tema certamente a lui care. Gli sono debitore per quelle parole attente, di rispetto e riconoscimento del nostro lavoro.
Ma non gli perdono di essersene andato; sto sibilando in modo un po’ inutile e sconclusionato: perché proprio quest’anno? proprio adesso che è così forte la necessità di lavorare sulla cultura sarda, sull’identità, di rinnovare battaglie e competenze.
C’è poco da girarci intorno. La sua perdita è pesantissima. Bilanciamola leggendo quanto ha prodotto, che ci farà bene.
Però questo scritto, invece di elaborare il dolore, me lo ha fatto crescere ed è bene che lo interrompa ora.

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