Discontinuità

16 Gennaio 2019

Foto Roberto Pili

[Massimo Dadea]

Discontinuità è l’imperativo categorico della prossima campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale. Sopratutto per chi voglia cambiare la realtà politica, economica, culturale, sociale ed istituzionale della Sardegna. Parlare di discontinuità non può essere, però, un semplice slogan dove possano mimetizzarsi vecchi e nuovi trasformismi, piccole e grandi furbizie. La discontinuità, per essere credibile, deve sostanziarsi di contenuti. La salute e l’ambiente, ad esempio, possono essere un primo banco di prova. Che fosse necessario mettere mano ad una profonda ristrutturazione dell’organizzazione sanitaria è innegabile. La domanda da porsi è: la cosiddetta “riforma” elaborata dal governo regionale si è rivelata all’altezza dei bisogni di salute dei cittadini? A sentire il coro di critiche e di contestazioni che sono venute da amministratori comunali, operatori sanitari, associazioni dei malati, sindacati medici, ANCI, Consiglio delle Autonomie, sembrerebbe proprio di no. Si è trattato di una elaborazione frutto di una concezione economicistica, meglio ragionieristica, finalizzata alla mera riduzione della spesa sanitaria. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: uno scadimento della qualità dell’assistenza. Un’organizzazione sanitaria tanto costosa quanto inefficiente. Una spesa sanitaria sempre più fuori controllo, una spesa farmaceutica tra le più alte in Italia, liste d’attesa lunghe di mesi. Un sistema ospedaliero che, fatta eccezione per alcune eccellenze di alta specializzazione (vedi i trapianti), presenta molte criticità. Accessi in Pronto Soccorso inappropriati, tassi di ospedalizzazione elevati a causa dei ricoveri ingiustificati, impossibilità per i presidi ospedalieri a svolgere la loro funzione primaria – la diagnosi e la terapia più fine e sofisticata – perché appesantiti dalla routine e dalla mancanza di adeguati servizi territoriali. Non si è ancora capito, ma forse fa comodo non capirlo, che il nodo cruciale era ed è il territorio. Una scelta incentrata su una scala di priorità che risponde ad un mero criterio propagandistico: prima l’ATS(ASL unica) poi la rete ospedaliera, quindi l’emergenza-urgenza e, forse, per ultimi i servizi territoriali. Cioè, l’esatto contrario di quello che logica, buonsenso, scienza e coscienza, avrebbero dettato. Discontinuità in questo caso significa invertire quella scala di priorità e mettere al centro il malato, la persona, i bisogni di salute dei cittadini. Ambiente. In questi giorni, il Presidente di ISDE (Medici per l’ambiente) Sardegna ha denunciato che “un sardo su tre vive in un luogo contaminato”. La nostra isola, al di là delle immagini patinate, è un luogo dove le donne e gli uomini, che vivono nelle vicinanze delle aree inquinate, muoiono di più a causa dell’alta incidenza delle patologie tumorali. Dove i bambini che nascono in quei luoghi contaminati hanno maggiori possibilità di morire a causa delle condizioni morbose perinatali e i neonati presentano delle allarmanti modificazioni del DNA. La Sardegna, tra i tanti tristi primati ha anche quello della più alta prevalenza di patologie autoimmuni, dal Diabete, alla Sclerosi multipla. Patologie autoimmuni di cui è ampiamente documentata la correlazione con l’inquinamento dell’ambiente. La verità è che in tutti questi anni si è preferito nascondere la testa sotto la sabbia, ignorare le denunce dello studio epidemiologico SENTIERI, dei Medici per l’ambiente(ISDE), del Gruppo d’Intervento Giuridico. Si è preferito girare la faccia dall’altra parte di fronte a vicende quali la Fluorsid a Macchiareddu, l’EON a Porto Torres, l’Euroallumina a Portovesme, la SARAS a Sarroch, l’amianto a Ottana. Il governo regionale, le istituzioni tutte, si sono comportate come quelle cattive massaie che invece di fare pulizia preferiscono nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Non solo, si sono fatti promotori di una politica ambientale vecchia, antistorica, costosa e dannosa, finanziando l’inceneritore di Tossilo, promuovendo la centrale a carbone di Portovesme e il relativo ampliamento del bacino dei “fanghi rossi”, le centrali a biomasse. Una politica energetica che continua a privilegiare i combustibili fossili, come testimonia la scelta del metano. Cosa altro deve succedere perché qualcuno si accorga del disastro ambientale su cui sta seduta la Sardegna? Perché si abbia piena consapevolezza che una parte importante della popolazione sarda è esposta a miscele di inquinanti, composte da sostanze tossiche, cancerogene, epigenotossiche, come le diossine e i metalli pesanti. Discontinuità, in questo caso, significa rigettare la politica ambientale ed energetica portata avanti sino ad oggi, puntare sulle bonifiche dei siti contaminati, rendere concretamente operativo il registro regionale dei tumori e delle malformazioni neonatali, il protocollo diagnostico terapeutico per i malati di sclerosi multipla, avviare una indagine epidemiologica ed ambientale che prenda in esame l’intero territorio regionale, da Sarroch a La Maddalena. Significa operare concretamente per la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, per un corretto rapporto tra l’uomo e la natura, per la riduzione dei gas serra, per mettere al bando l’utilizzo dei combustibili fossili, per cancellare modelli di sviluppo incentrati sulla rapina e il consumo del territorio, per superare l’odioso ricatto che contrappone diritto alla salute e ad un ambiente integro e diritto al lavoro.

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