Fabbrica di bombe Rwm. Salvaguardare il lavoro, non l’azienda

4 Luglio 2019
[red]

La lettera aperta con richiesta di incontro urgente inviata da Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita, portavoce del Comitato Riconversione RWM al Presidente della Regione Sardegna, all’Assessore all’Industria, all’Assessore al Lavoro e ai Sindaci, alle Giunte, ai Consigli Comunali di Iglesias, Domusnovas, Villamassargia e Musei e alle organizzazioni sindacali.

A seguito della mozione parlamentare che, in applicazione delle leggi vigenti – in primis la L.185/90 – e dei trattati internazionali, impegna il governo a sospendere l’esportazione di armamenti (bombe e missili) destinati all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, il Comitato Riconversione Rwm (vedi allegato), chiede di essere ascoltato in merito alla possibilità di salvaguardare l’occupazione dei lavoratori della stessa Rwm senza che si debba perciò rinunciare a perpetuare la vocazione pacifica, accogliente e solidale della nostra terra e dei suoi cittadini e senza che la nostra reputazione nel mondo venga intaccata, con grave danno di immagine nel contesto globale.

Gli scriventi ritengono che rincorrere semplicemente l’obiettivo di preservare lo status quo occupazionale, senza uno sguardo lungo sulle fragilità strutturali che la produzione degli armamenti comporta, in particolar modo quando è svolta da una società il cui gruppo (Rheinmetall Defence) ha già predisposto, in vari paesi del mondo, altre fabbriche analoghe a quella sarda, pronte a sostituirne la produzione, e, soprattutto, senza considerare gli enormi problemi etici che certe produzioni implicano, potrebbe essere dannoso per molti aspetti e, in primo luogo, per gli stessi lavoratori della fabbrica e per il tessuto socio-economico della Sardegna.

Autorevoli studi (cfr. Raul Caruso, “Chiamata alle armi, i veri costi della spesa militare in Italia”) sottolineano come la presenza di fabbriche di armi blocchi in realtà l’economia di un territorio in quanto non reinveste in esso, generando sviluppo. Ricordiamo che Rheinmetall non fa in Germania ciò che fa in Sardegna!

Salvaguardare il lavoro, dunque, non l’azienda, è la prospettiva lungimirante. Chiedersi chi vogliamo essere nel Mediterraneo e nel mondo, verificare che ciò che dà apparente guadagno non “sottragga valore”. (prof. Vittorio Pelligra, Corso di laurea in Economia, Università di Cagliari)

Per questo motivo, il Comitato è impegnato, fin dalla sua nascita, in rete con numerosissime associazioni e organizzazioni nazionali e internazionali, a stimolare e promuovere la ricerca di soluzioni alternative alla produzione di bombe e ha raccolto, intorno all’obiettivo della riconversione della Rwm, l’adesione di esperti accademici (docenti dei corsi di laurea in Economia e in Ingegneria), e di altri professionisti del mondo imprenditoriale, sindacale, ambientale, disponibili a collaborare con le istituzioni.

Prima o poi la mozione parlamentare, e l’applicazione integrale delle norme vigenti e dei trattati internazionali ratificati dall’Italia, avranno effetti importanti sul fatturato della Rwm, che al momento è determinato in maniera rilevante da esportazioni verso l’Arabia Saudita, e per l’azienda, sarà facile decidere di delocalizzare la produzione senza preoccuparsi del futuro delle risorse umane, costituite, per la maggior parte da interinali facilmente “scaricabili”, assunti probabilmente per far fronte alla imponente commessa saudita.

Il problema etico che deriva, per le istituzioni coinvolte, dal sapere di concorrere a sostenere l’economia di un territorio, alimentando la devastazione di un altro territorio, seppure a migliaia di chilometri di distanza, è del tutto evidente ma non è nemmeno l’unico aspetto morale che ci deve preoccupare.

Assistiamo infatti ad un’accentuarsi della fragilità e del degrado del tessuto sociale dell’area interessata, altrimenti noto per la sua solidità, nonostante l’altissimo tasso di disoccupazione.

Continuiamo a percepire il radicarsi di una cultura della sottomissione dei sardi a chiunque offra qualunque tipo di lavoro, come se non fossimo un popolo fiero e capace di alternative, se opportunamente sostenuto da una politica efficace e da leggi regionali adeguate, anche in tema di riconversione.

Sappiamo inoltre di famiglie sconvolte dal problema di coscienza di mantenere i propri figli alimentando di fatto guerre che uccidono altri bambini in qualche parte del mondo, assistiamo alla difficoltà di parlare di pace ai bambini ed ai ragazzi, a scuola o al catechismo, sapendo che i loro genitori sono coinvolti, loro malgrado, nelle stesse situazioni che dovrebbero essere stigmatizzate, veniamo a conoscenza di padri e madri che, pur di non dire ai loro figli che lavoro fanno, inventano pietose bugie.

Ci colpiscono, soprattutto sui social network, gli sfoghi di cittadini che esprimono minacce, più o meno velate, verso quanti ritengono responsabili di mettere a rischio il lavoro nella fabbrica. Esternazioni che, attualmente, rimangono confinate nell’ambito del web ma che, non governate, senza una corretta politica di informazione mirata a far comprendere che nessuno può far chiudere una fabbrica se le condizioni normative e politiche ne consentono l’attività, potrebbero certamente degenerare.

E’ urgente perciò affrontare la questione in maniera globale e plurisprospettica, senza aspettare che essa si aggravi ulteriormente, magari a causa di ulteriori investimenti a favore delle produzioni belliche, e assumere fino in fondo il ruolo di indirizzo economico-sociale a cui la politica non può sottrarsi, dirigendo lo sviluppo del territorio, con un coraggioso colpo di timone, verso destinazioni veramente rispettose dell’ambiente naturale e del capitale umano che la nostra terra ancora ci offre, in buona parte, incontaminato e fecondo.

Così come, nel 2001/2002, la “polveriera” mineraria di Domusnovas venne convertita al bellico con interventi pubblici, “per non perdere 30 posti di lavoro” (Nuova Sardegna, 2001), con la rassicurazione che avrebbe lavorato per la difesa (termine dietro cui si è nascosta un’attività che niente ha a che fare con questa), crediamo sia giunto il momento che lo Stato intervenga, anche e non solo attraverso le istituzioni regionali e comunali, in forma straordinaria ed ordinaria, a garantire lavoro, dignità, pace e vero benessere per il sulcis-iglesiente e per la Sardegna intera.

Nell’attesa di una convocazione, che riteniamo urgente e necessaria, confermiamo la nostra più ampia disponibilità a collaborare con tutte le istituzioni e con le rappresentanze sindacali al fine di costruire insieme un presente ed un futuro migliore per tutti e cogliamo l’occasione per porgere distinti saluti.

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