Giganti in mostra

1 Luglio 2012

Giulio Angioni

A distanza di trentotto anni dal loro rinvenimento nelle campagne del Sinis nel 1974, le statue di Monti Prama tornano alla ribalta dei media e riattirano in modo nuovo, giustamente, largo interesse. A volte sembra ancora che il sensazionalismo abbia un po’ troppo la meglio sull’archeologia accademica, sempre così impacciata nel fare divulgazione seria. Nei decenni trascorsi, le lungaggini dello studio e del restauro hanno fatto prevalere nei discorsi mediatici il complesso del complotto, cioè il tema (facile, ingenuo e subalterno) delle colpe di un qualche nemico delle grandezze storiche e preistoriche della Sardegna, di un qualcuno che avrebbe occultato tutto, per trent’anni.
Ma tutti intanto sappiamo qualcosa della statuaria di Monti Prama. Giovanni Lilliu ne fece subito divulgazione nella stampa, e l’immagine di un “guerriero” di Monti Prama è in copertina del suo ‘La civiltà nuragica’, del 1982, dove si fa il punto che allora si poteva fare intorno a quegli inaspettati e straordinari reperti.
Per anni le due statue meglio conservate sono state esposte nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Oggi anche solo da curiosi ne sappiamo abbastanza da ritenere che tutto sui cosiddetti “guerrieri giganti” di pietra del Sinis è controverso, a cominciare dal dibattito in corso fra gli studiosi sull’inquadramento cronologico delle statue, con un divario notevole che muta molto il quadro di riferimento, ora legato al mondo fenicio, ora al mondo nuragico. Ovviamente il patriottismo sardo tende a essere rialzista e a sbandierare un qualche primato.
Oggi che le ragioni del complottismo antisardo sono in grande misura cadute, mentre il tema urgente è quello della collocazione espositiva di tutto il complesso statuario, mi pare utile riflettere sulla popolarità di quella concezione cospiratoria antisarda che accusa così spesso di occultamento e di sottovalutazione sia la ricerca storica sia la tutela dei beni culturali.
Non succede solo da noi, dove c’è gran bisogno di maggiori finanziamenti e di più personale esperto nella ricerca e nella tutela dei beni culturali, dove c’è molto da cambiare e da migliorare nel funzionamento degli organismi di ricerca e di tutela, dove operano anche dei poco capaci in posti importanti, e dove è pure vero che si sono affermati comportamenti di ricerca e di socializzazione dei dati quanto meno carenti e poco efficaci.
Per non dire di quanto spesso risulta dannosa la concorrenza tra addetti ai lavori, per esempio tra soprintendenze e università, che continuano appunto a dare spazio nell’opinione pubblica al complottismo antisardo, tanto che si è divulgata la leggenda nera delle Soprintendenze e dell’archeologia accademica come una congrega di occultatori della grande storia e degli ancor più grandi documenti della preistoria e della protostoria della Sardegna. Per non dire della storia, dove pure è ricorrente l’accusa contro una storiografia asservita a interessi antisardi che si anniderebbero proprio nelle Università e nelle Soprintendenze archeologiche.
Il sacrosanto desiderio di conoscere e valorizzare il proprio passato produce nel bene e nel male politici e amministratori locali che spingono allo scavo e al restauro in nome di più o meno realistici progetti di sfruttamento turistico. E siccome non sempre dallo scavo viene fuori il reperto sensazionale, molti amministratori locali si sentono vittima anch’essi di una congiura ai danni del territorio e dell’orgoglio locale.
A volte ci si lascia andare ad una dietrologia rancorosa che spiega questa supposta cospirazione con lo scopo di tenere i sardi nell’ignoranza e nello scarso orgoglio del proprio passato.
Eppure non solo la sorpresa delle statue di Monti Prama, ma, nonostante i tombaroli, gli scarsi finanziamenti, gli scavi mal condotti e i dati di ricerca poco socializzati da parte degli specialisti, ci sarà sempre tanto nel sottosuolo della Sardegna per dare adito a ogni possibile immaginario, da Atlantide all’ufologia. Ma soprattutto resterà anche tanto di visibile nei nostri paesaggi, per restare impressionati da una preistoria monumentale così presente ed emergente.
Il passaggio dalle paure di complotto antisardo alla decisione della migliore collocazione di quanto oggi è la cosiddetta statuaria di Monti Prama: mi pare che, tra l’altro, sia una buona occasione per imparare a non perdere tempo ed energie nella ricerca del nemico della preistoria e della storia sarde.
Specialmente quando il nemico si individui nei sardi stessi, cosi spesso auto-accusati di essere rinunciatari e servi di chi man mano ha avuto e ha interesse a tenerli umili e dimessi davanti alle glorie altrui, e vergognosi del proprio passato occultato o reso misero.
Credo che sarebbe meglio invece sfruttare anche le indignazioni e i risentimenti per individuare problemi irrisolti e comportamenti inadeguati, a cominciare dalle croniche carenze italiche e sarde negli investimenti per la ricerca, ancora più gravi oggi con le sgangherate riforme scolastiche e universitarie e altri guai, questi sì in combutta anche contro le ricerche sul nostro passato e contro il nostro orgoglio di sardi così spesso beffati dalla storia.

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