Il marchio del bandito di Annino Mele. Una storia da riconsiderare

16 Settembre 2019

Foto Daniela Zedda

[Claudia Zuncheddu]

Presentare il libro di Annino Mele non è solo un piacere personale. E’ un dovere morale e una responsabilità politica nell’interpretare, attraverso la storia tormentata dell’ex latitante, l’accanimento della giustizia italiana nei confronti del nostro popolo di pastori.

Il Marchio del bandito non è mai stato di moda nella criminalità italiana. I rapinatori sono rapinatori, i rapitori sono rapitori, i ladri sono ladri. Il “bandito” deve essere sardo e pastore. Se il bandito non esiste, va costruito. La società pastorale sarda è da sempre una palestra privilegiata per gli esercizi di repressione della giustizia italiana.

La storia dolorosa di Annino Mele nasce dall’ingiustizia e dalla discriminazione individuale e di tutta una comunità. Al di là dei reati commessi e di quelli attribuiti, Il Marchio del bandito, un percorso di vita scritto dall’ex latitante senza filtri e condizionamenti, apre il dibattito sui rapporti di stampo coloniale tra Stato e Sardegna. Il disagio del dopoguerra, la scuola, la chiesa, i carabinieri, non danno scampo a un bimbo di 4 anni su cui costruire il destino, quello di “bandito sardo”.

La diffidenza di Annino nei confronti del sistema giudiziario italiano trova radici nel 1955 con la strage di San Cosimo di cui suo padre fu accusato, incarcerato e liberato dopo alcuni anni in quanto innocente.

L’ex latitante, con Il Marchio del bandito, ripropone il dibattito su un tema sempre attuale, quello dello scontro tra i codici della società agropastorale sarda e quelli imposti nel corso della storia dalle culture dominanti, dai Savoia al fascismo, alla repubblica italiana. Codici a noi estranei che hanno determinato e sancito stravolgimenti economici e sociali che sono alla base del malessere delle nostre comunità.

Il fenomeno del cosiddetto banditismo è in gran parte una forma di ribellione ai codici dei colonizzatori. Un fenomeno che nello scorso secolo ha al centro la ribellione del singolo. La società agropastorale sarda nel 900 non ha infatti generato una ribellione collettiva, tranne casi sporadici come la rivolta di Pratobello. Una comunità che si ribella poiché defraudata del suo diritto all’uso civico delle terre collettive, che tout cour lo Stato destina a poligono di artiglieria.

Nel 900, a differenza del secolo precedente che ha visto fenomeni di ribellione delle collettività dopo la Legge delle chiudende, hanno prevalso forme di ribellione individuale, di cui Annino Mele è un’espressione.

La lotta al banditismo di fatto si è rivelata come la criminalizzazione dell’intero mondo pastorale. Essa mirava alla distruzione della società sarda, al suo dominio e al suo controllo attraverso metodi violenti, dall’incendio dei boschi per stanare i “banditi pelliti”, alla deportazione di intere comunità pastorali, all’arma finale dell’industrializzazione, di cui il caso Ottana ne è un esempio, senza disdegnare l’uso massiccio dei Tribunali e della mera repressione poliziesca.

Sul fronte culturale, la scuola e la chiesa con le sue ambiguità, sono state le armi di distruzione della cultura autoctona.

Il fenomeno del banditismo in Sardegna è stato usato dal sistema oltre che per giustificare la pesante repressione, per deragliare l’attenzione popolare dalle razzie delle nostre risorse e dall’occupazione militare e industriale in corso nei nostri territori. Questi sono fenomeni tipici delle dominazioni coloniali e che i loro codici, naturalmente, non contemplano come crimini.

L’immagine di Annino Mele merita di essere riletta, fuori dalle aule dei Tribunali da noi sardi. Senza entrare in merito ai compiti della giustizia, che a mio parere, Annino non sempre ha voluto combattere, consapevole che i rapporti di forza tra le sue verità e quelle di chi il “bandito Mele l’ha costruito” non sarebbero mai stati a suo favore.

La condanna spropositata all’ergastolo per Annino Mele e gli incontri anche politici nei 35 anni di detenzione, fanno sì che si forgi nell’ex latitante una coscienza politica di fatto identitaria, con la consapevolezza che per noi sardi i conflitti con lo Stato italiano esistono ed è solo nostro compito mediarli e trovare soluzioni. Se non lo facciamo noi, nessuno lo farà per noi.

C’è un tempo per tutto, anche per un ex-pastore sardo condannato all’ergastolo, per raccontare la verità, dopo aver saldato alla giustizia italiana tutti i conti, il dovuto e il non dovuto.

Annino Mele, oggi in libertà condizionata, chiede che la sua storia venga “riconsiderata” e liberata dall’infame Marchio del Bandito. Siamo in tanti a credere che questo sia un atto dovuto.

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