Indipendentismo e identità

16 Gennaio 2018
[Egidio Addis]

Pubblichiamo una riflessione di un nostro lettore, Egidio Addis sulla relazione tra autodeterminazione e uguaglianza.

Incontro spesso persone che in Sardegna vogliono recuperare nel loro quotidiano aspetti sempre più marcati del loro sentimento di appartenenza etnica e culturale. Mi sento legato a loro senza altre differenze, se non una profonda solidarietà e comunanza di esperienza di vita. Sono cambiati gli stimoli del mondo attuale ho pensato. Ed è per questo che forse si allarga sempre più la voglia di conoscere e proporre le nostre aspirazioni di indipendentismo politico e culturale rispetto al disfacimento dei valori odierni. C’è una voglia di “incitamento ad agire” e superare tutte le “finzioni” odierne.

Pensare che lo Stato moderno è nato dalle differenze ma anche dai consensi reciproci. Avvicinare in questa difficile situazione la realtà sociale per compiere un percorso solidale è una enorme fatica, cosi come spiegare quale è il migliore percorso oggi. Mi convinco che noi sardi siamo portatori di differenze evidenti che attengono alla nostra specificità storica e linguistica che vive nelle nostre comunità popolari. Quando parlo la mia lingua nei luoghi dove sono nato mi sento appagato dalla differenza di sentire suoni, accenti e espressioni che appartengono alle mie radici. E alla mia anima.

Credo che il sogno indipendentista è presente in molti sardi, e non sia strumentale e funzionale alla lotta politica ma è un bisogno molto sentito nei sentimenti popolari. Perciò dissento da chi lo emargina con diffidenza e pregiudizio. Voglio perciò resistere agli impulsi della “modernità liquida” che sta trasformando la condizione umana e il suo futuro.

La stessa fragilità dell’identità sarda non può essere salvata da altri se non dalla nostra coerenza concreta e comune su ogni campo. Con l’esperienza catalana sono emerse in Europa molte contraddizioni, dove si sono sommate osservazioni di profilo politico e riflessioni sul rendere compatibili in democrazia le specificità regionali. Ciò ha spinto anche noi sardi a considerazioni nuove. È attualissima la grave responsabilità della classe dirigente sarda che non è stata in grado di collocare la nostra realtà economica e sociale dentro un risultato positivo e di avergli indicato un percorso certo, come è accaduto invece in Trentino Alto Adige.

Perciò è imperdonabile anche l’azione elettorale trasformistica di chi sotto molte bandiere vuole ancora riproporre la propaganda di invenzioni dei leader invece che la verifica dei fatti. È aperto un dibattito appunto sul come collocare l’opzione indipendentista e di autodeterminazione nei confronti dell’Italia e della UE. Sbagliano quegli schieramenti elettorali che pensano di brandire questo tema come se fossimo a ridosso del Palazzo d’Inverno.

Una parte importante di sardi propone non solo il superamento dei caratteri economici e finanziari della crisi ma quelli politici, nei confronti dell’Italia e della UE; ossia la fuoruscita dai trattati e dalla moneta straniera Euro, per il recupero pieno della nostra sovranità costituzionale. Perciò se non si cambia, le condizioni attuali non permettono la liberazione dal neoliberismo selvaggio che questa Europa ci impone.

E lo fa per far prevalere gli interessi dei grandi gruppi della speculazione finanziaria internazionale, che in virtù di questi meccanismi di sottomissione ai loro profitti hanno rimosso l’agibilità democratica delle Istituzioni italiane a danno del lavoro e delle protezioni sociali. Oggi parlamento e governo debbono sempre essere autorizzati dalla UE. Perciò’ per noi sardi l’opzione oggi è liberazione dai vincoli UE e dalla sua moneta, per intraprendere la via costituzionale dello sviluppo democratico, nel rispetto dei bisogni del popolo sardo. Senza essere sudditi di nessun tiranno del mercato e di chi lo eleva al primato in questo tempo. Non vogliamo appartenere al “pensiero unico del neoliberismo e del libero mercato senza alcuna regola”.

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