La bufala vola

1 Aprile 2013
Alfonso Stiglitz
Le bufale, intese come fantasie mediatiche, hanno sempre un mercato vivace a differenza degli omonimi bovini; colpiscono la fantasia, riaccendono gli animi, ci riempiono di orgoglio per il nostro passato di giganti in un mare di lilipuziani, mascherando il gramo presente di una Sardegna alla deriva in una distesa d’acqua sempre più grande.
Il clamore mediatico di questi giorni, riservato dal nostro maggiore quotidiano a una “scultura” raffigurante uno scarabeo nella costa del Sinis, notizia vecchia – riadattata a nuova da fantasiosi autori di strabilianti libri – fa il pari con la rubrica settimanale di fanta-archeologia di un piccolo quotidiano cagliaritano.
Le coste del Sinis, si sa invogliano alla fantasia, l’anno scorso abbiamo avuto la “scoperta” di un sommergibile dell’ultima guerra, notizia giunta a livello nazionale, rivelatosi un semplice blocco di roccia (senza alcuna vergogna dei giornalisti autori dello scoop), sostituito poi da forzieri “probabilmente” colmi di dobloni d’oro, rivelatisi dei semplici corpi-morti in cemento, gettati in acqua per ancorare le barche. L’elenco potrebbe continuare a lungo, come ci ricorda un intelligente compagno, Mario Cubeddu, che nell’ultimo numero di questa rivista elenca le fantasiose maschere carnevalesche, sempre più improbabili o le gesta di un navigatore intemerato, Cristolu Columbu, alias di Cristoforo Colombo, immancabilmente discendente dagli Arborea. “E’ un’isola in cui si crede alle favole” dice Mario a ragione, e sono spesso e volentieri favole che vengono da fuori, che cadono sugli indigeni portate da alfabetizzatori del volgo. Per questo risulta sorprendente e contradittoria l’esaltazione che lui fa della più colossale costruzione mass mediatica degli ultimi anni, quella di un inesistente maremoto che distrugge nella nostra isola la più grande civiltà del mediterraneo, lasciandoci poveri relitti. Una ricostruzione basata su dati palesemente errati, e in alcuni casi del tutto falsi o inventati (il fango che copre i nuraghi) che però, come tutti i libri su Atlantide, sbanca il botteghino. E affascina gli intellettuali e fior di studiosi; il tema avrebbe trovato carta su cui far grattare il pennino al nostro Gramsci che a questo fenomeno, da lui battezzato lorianesimo – caratteristica tipica dell’intellettuale italiano (e aggiungerei sardo) – dedicò molte riflessioni. L’attuale fascinazione dell’intellettuale verso la fanta-archeologia, unita alla totale ignoranza della materia sono le caratteristiche di questa forma attuale di lorianesimo, amplificata dal web, strumento che sta trasformando la mentalità comune, abbattendo positivamente le barriere disciplinari, ma contemporaneamente minando le competenze, quasi che non sia necessario padroneggiare una materia per discuterne e nel quale “la disciplina scientifica, la serietà e l’esattezza nella ricerca, lo spirito critico sono dileggiati e scherniti (scriveva Gramsci nel 1918). Vittorio Castellani, Luciano Canfora, Andrea Carandini e Jean Bingen, citati da Mario Cubeddu, autorevoli studiosi nelle loro materie, ma totalmente digiuni dell’archeologia e della storia sarda e indifferenti ad essa, ne sono esempi lampanti, esperti in tutto e in niente, esponenti di quelle scienze vacanziere, che portano con se lo sguardo aristocratico verso i poveri selvaggi da educare, ultimi esempi dei viaggiatori compassionevoli ottocenteschi che ci hanno tramandato la loro meraviglia verso il pittoresco sardo.
Mi colpisce come Mario non veda in queste operazioni un autentico volto colonialista, non molto diverso da quello della Carte d’Arborea, frutto di un autocolonialismo e, per questo, magari più rozzo. E anche allora autorevoli intellettuali e studiosi ci cascarono. Com’è ripetitiva e scontata la storia degli intellettuali. E le bufale volano, mentre ai miei tempi lo facevano gli asini, ormai fuori moda.

PS Una cosa mi ha indignato nell’articolo di Mario Cubeddu e gliene chiedo conto pubblicamente: l’accostamento tra i critici di Frau e “gli abusi collegati alla speculazione edilizia sul colle di Tuvixeddu”. Sono stato tra i più accesi critici di Frau e ne ho subìto una quantità industriale di insulti e minacce oltre alla pesante censura dei mass media (e di ciò fai finta di non accorgerti), ma sono stato anche uno dei più attivi archeologi nella campagna per la salvaguardia di Tuvixeddu e con me tantissimi altri colleghi: non ti permetto di fare simili accostamenti. Chi ses homini, chistiona.

8 Commenti a “La bufala vola”

  1. Giulio Angioni scrive:

    A credere alle favole, e alle proprie stesse favole, specie se identitarie, non sono solo gli isolani e tanto meno solo i sardi. Ma se qui da noi ci fossero almeno altri due come te, Alfonso, a fare attenta divulgazione su ciò che si sa con cognizione di causa, soprattutto sul nostro passato preistorico, le cose migliorerebbero. E non ci sarebbero forse nemmeno le dolorose sviste come quelle di Mario Cubeddu, che certo pecca solo per l’amore che vince tutto.

  2. Fabrizio Frongia scrive:

    Caro prof. Angioni,
    la posizione espressa da Mario Cubeddu (che intanto ringrazio per aver letto il mio libro) credo sia sintomatica di un certo modo di intendere l’identità, molto comune anche tra gli intellettuali, non solo in Sardegna, che potrebbe rientrare nella casistica del “right or wrong my country”, e lei insegna quanti pericoli si annidino dietro questa convinzione. Se è per la patria, ben venga anche Frau, e le sue fantasticherie, almeno servirà a dare visibilità alle nostre “perdas beccias”, mentre chi si oppone è da annoverarsi, nel migliore dei casi, tra coloro che poco hanno a cuore i bisogni di conoscenza storica degli isolani, nel peggiore (ma qui certo non mi riferisco a Cubeddu), tra i nemici giurati del popolo sardo; fino al paradosso di accusare di negligenza o di oscurantismo, come nella vicenda dei “giganti” di Mont’e Prama, le uniche persone che, pur tra mille difficoltà, si sono occupate del loro recupero e studio. E’ certo condivisibile il suo invito a sostenere e affiancare nella loro encomiabile opera di divulgazione studiosi del calibro di Alfonso Stiglitz, Marcello Madau e Alessandro Usai, ma se non si abbandonano alcune prospettive, come quella del “purché si parli di Sardegna”, e alcuni modi obsoleti di produrre identità, temo non si ottengano altro che insulti e incomprensioni. E nel frattempo le bufale volano, ben sostenute dal sensazionalismo mediatico (si è aggiunta anche la BBC?), in misura direttamente proporzionale alla loro stazza…

  3. Mario Cubeddu scrive:

    Scusate il ritardo, il periodo pasquale e le attenzioni dovute a cari amici ospiti mi hanno impedito di leggere l’articolo di Alfonso e i commenti. Che un po’, lo devo dire, mi spiazzano e allo stesso tempo non mi meravigliano. Comincio dalla chiamata in causa per aver associato i critici di Frau a Tuvixeddu. Ho citato Santoni e soltanto lui, perchè in quei giorni si parlava del suo processo. Mi pare che nel mio articolo non ci sia niente del genere. Curiosamente nella settimana prima di Pasqua ho incontrato per strada Sergio Frau, che non mi pare uscito tanto bene dalle acque di Atlantide. A me è simpatico, mi piace la sua passione. Dopo aver letto il suo libro gli ho fatto notare che alcune affermazioni che riprendeva dal La Marmora avevano come fonte le Carte di Arborea. Lui ha continuato imperterrito per la sua strada, cercando le tracce dello tsunami e una perduta Atlantide. Ecco, questo è il punto principale: io non sono un sostenitore della tesi di Sergio Frau, di cui sarebbe stato facile, immagino, trovare delle conferme. Che invece non ci sono, non c’è un nuraghe che trabocca di conchiglie e cavallucci marini. Non mi sembrava il caso di prenderlo di mira, il libro di Frongia dice tutto quello che c’è da dire. Mi interessa molto invece capire il bisogno che hanno i sardi di una storia diversa. Una prospettiva che, però, non è nel passato, casomai nel futuro. Di fronte ad un presente di morte per la Sardegna, abbiamo bisogno di credere in un domani diverso.

  4. Alfonso Stiglitz scrive:

    Caro Mario
    Anche a me “Mi interessa molto invece capire il bisogno che hanno i sardi di una storia diversa. Una prospettiva che, però, non è nel passato, casomai nel futuro”. Il problema è che la storia diversa non è quella delle invenzioni (Tzunami, Shardana megagalattici, fantasiose scritture ecc.) che ci dipingono una storia consolatoria. Purtroppo questa letteratura sta facendo passare l’idea che non sia necessaria competenza, filologia, accuratezza, correttezza metodologica, in sostanza grande fatica. Nel mio intervento ho voluto anche esprimere la mia indignazione (potrei dire incazzatura) per l’accostamento oppositori di Frau/abusi a Tuvixeddu. Un accostamento – che non c’entrava niente con la tua argomentazione – spesso usato da Frau & Co. L’arrabbiatura derivava proprio dal fatto che l’avessi fatta tu; finchè sono le insinuazioni di Frau non me ne frega niente ma quando vengono da persone che stimo, allora mi incazzo e ne chiedo conto, da lì l’espressione “chi sesi homini faedda”, che non è un insulto ma una richiesta di scuse a muso duro. Tu scrivi che non pensavi minimamente a un accostamento del genere, ti credo.
    Per cui vorrei che ci chiarissimo su questo per la stima che ho di te e per la voglia di continuare a dialogare, anche polemizzando ma con rispetto reciproco.

  5. Mario Cubeddu scrive:

    Caro Alfonso, su una cosa possiamo essere tutti d’accordo. Almeno oggi, perchè non sempre è stato così. Stiamo parlando di un popolo, quello sardo, del passato e del futuro. Provo a pensare a quelli che si sono posti il problema: Bellieni e Lussu, Gramsci, Carta Raspi, Renzo Laconi, Simon Mossa, Umberto Cardia, Giovanni Lilliu e altri che ora non ricordo.A Luigi Pintor, per dire, gliene importava poco. Eppure i sardi che hanno operato fuori della Sardegna sono stati grandi ( oltre Pintor, Nanni Loi a Roma, Prunas a Napoli, leggete “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese, Franco Loi a Milano). Ragionando del popola sardo come tale, non di un’appendice di altri popoli. Questo secolo segnerà forse la fine dei sardi, il preludio della loro estinzione. Sergio Atzeni si era inventato la favola meravigliosa di un popolo che danza. Sull’orlo del precipizio. Ringrazio te per le belle parole, ringrazio Marco Ligas per l’equilibrio morale e intellettuale (degno del Manifesto e della sua storia) con cui guida questo luogo di incontro e discussione.

  6. Giulio Angioni scrive:

    Caro Frongia, credo che anche quei pregiudizi pericolosi diminuirebbero, insieme con il giornalismo disinformato, con una buona divulgazione scientifica, fatta soprattutto da buoni specialisti, attenti ai bisgni diffusi di conoscenza, che altrimenti sono soddisfatti malamente da improvvisatori, imbonitori ed esaltati. Mi auguro che tu continui a farlo.

  7. Fabrizio Frongia scrive:

    Caro professore,
    il suo ottimismo è contagioso, e mi pare che, nonostante tutto, in questi ultimi anni si siano fatti alcuni passi avanti: sono in tanti oggi a convergere sulla necessità di una divulgazione più efficace, attenta anche alle potenzialità offerte dai nuovi media, internet su tutti. Occorre potenziarla. Credo sia altrettanto opportuno affiancare a questa attività l’elaborazione di nuovi modelli identitari.
    Leggo molto volentieri lo scambio di opinioni tra Alfonso Stiglitz e Mario Cubeddu, e sono anche io d’accordo sul bisogno di una storia diversa per i sardi, che, certo, è per il futuro, senza dimenticare che l’identità si costruisce attraverso il passato, rispondendo sempre e comunque ai bisogni del presente. Dobbiamo decidere di chi vogliamo essere padri, prima di cercare di capire di chi siamo stati figli. Anche su questo occorre riflettere. Ma l’attardarsi su concetti vecchi di due secoli, come quello di “popolo”, tanto abusato e spesso malinteso, sognando continuità inalterate, resistenze varie, primati etnici e monolinguismi di herderiana memoria, non giovano certo al dibattito. Queste “maglie” identitarie sono ormai troppo strette per poter accogliere le sempre nuove acquisizioni delle discipline storico-archeologiche, che ci parlano di una storia decisamente più complessa, fatta di incontri, contatti e commistioni, che, volenti o nolenti, ci fanno quello che siamo, come lei e Stiglitz da tempo insegnate, spesso inascoltati. Un caro saluto a tutti voi.

  8. Marinella Lorinczi scrive:

    Leggo nell’articolo: “autorevoli studiosi nelle loro materie, ma totalmente digiuni dell’archeologia e della storia sarda e indifferenti ad essa …”
    Qualche giorno prima, discutendo in un blog di chi dovrebbe guidare/promuovere il processo di revitalizzazione del sardo – sempre che la popolazione si faccia coinvolgere – rimarcavo un fenomeno analogo in ambito linguistico: “Studiosi [linguisti] che della Sardegna sanno poco o nulla e che comunque sono indifferenti, psicologicamente ed epistemicamente, alle vicende sociolinguistiche sarde, vengono invitati ufficialmente a diffondere il ‘verbo’ standardizzante od altro …”. Concordo con l’etichettatura di colonizzazione culturale vacanziera in terre esotiche.

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