La Diada de Catalunya e la sfida per l’autodeterminazione

16 Settembre 2018
[Carlo Manca e Eliana Catte]

A Barcellona, una bandiera nera affianca spesso le innumerevoli estelades nelle due versioni della bandiera indipendentista catalana, simbolo della sfida per la libertà messa in piedi nell’ultimo decennio dal suo popolo.

È il simbolo della protettrice della città, Santa Eulalia, – spiegano i compagni che ospitano la delegazione di Caminera Noa -, ma anche una bandiera di guerra usata da coloro i quali, nei giorni immediatamente precedenti all’11 settembre del 1714, hanno giurato di non arrendersi, combattendo fino all’ultimo uomo, alle truppe borboniche di Felipe V che assediavano la città.
Quei morti sono sepolti nel Fossar de les Moreres, un luogo che è solo apparentemente una piazza nel cuore della capitale catalana: in realtà, è un grande cimitero nel quale brucia ancora una fiamma perpetua in ricordo dei martiri. Fin dalla prima mattina dell’11 settembre tutti i treni, i bus, le strade che conducono alla capitale iniziano a intasarsi fino alla congestione. Millecinquecento bus privati si aggiungono all’efficiente rete di trasporti catalana.

Nei giorni antecedenti, persino i negozietti intorno alla Sagrada Familia espongono estelades e la maglietta rosa in tessuto tecnico realizzata per l’occasione dall’Omnium Cultural, una delle due associazioni protagoniste assolute del Procés indipendentista. L’organizzazione è colossale, e comprende cinquecentomila iscritti alle reti ufficiali degli organizzatori della manifestazione messa in piedi dall’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), dalla Òmnium Cultural e dall’Associazione Municipi per l’Indipendenza (AMI). I catalani residenti sono sei milioni, e alla Diada partecipano circa 2 milioni di persone, con un livello di mobilitazione popolare che nessun movimento, ad oggi, può sperare di raggiungere facilmente.

I treni, i bus, le autostrade e le strade di Barcellona si colorano di un rosa tendente all’arancio – colore scelto per la Diada 2018 – e gli iscritti alle associazioni, che raggiungono da soli il mezzo milione, si riversano nell’enorme asse urbano rappresentato dalla Avinguda Diagonal, la quale taglia trasversalmente Barcellona per circa 13 chilometri, riempiendola completamente. Per avere una reale percezione delle dimensioni della mobilitazione, è importante capire che gli organizzatori, da soli, hanno stampato e distribuito 450mila magliette dedicate alla Diada 2018, ed altrettante persone sono state coinvolte nell’organizzazione: tutti loro sanno precisamente dove e quando andare per fare in modo che l’intera Diagonal si colori di manifestanti e che, in un preciso momento, un’enorme onda festosa di grida, bandiere al vento, rulli di tamburi e melodie di dolçaina attraversi più e più volte questo immenso fiume umano.

Se non lo si vede con i propri occhi, è solo possibile immaginare il livello organizzativo e di profonda implicazione sociale che si registrano dietro un evento di questo genere. Nei giorni precedenti, i delegati e gli attivisti di Caminera Noa, unica organizzazione sarda presente alla Diada, hanno svolto diverse attività e si sono fatti coinvolgere dal tessuto organizzativo della resistenza catalana. A Llinars, piccolo paese di appena poche migliaia di abitanti, un gruppo di attivisti locali della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), insieme a quelli dell’ANC, hanno occupato un ponte autostradale situato appena all’uscita del paese.

I militanti hanno appeso, da ambo i lati del cavalcavia, striscioni lunghissimi per la liberazione dei prigionieri politici, in modo tale che tutti i veicoli potessero scorgerli facilmente, riempendolo inoltre di fiocchi gialli, simbolo della richiesta di liberare tutti i prigionieri politici e di permettere il ritorno agli esiliati, e facendo sventolare le bandiere indipendentiste catalane e delle altre nazioni senza Stato dentro e fuori dall’Unione Europea. Tale iniziativa, chiamata “Ponts per la llibertat”, non era affatto un evento isolato, bensì era coordinata in contemporanea su tutti i cavalcavia delle autostrade in Catalunya.  Non siamo riusciti a capire esattamente di quanti ponti si trattasse, ma solo nella zona di Llinars se ne sono contati undici presidiati e si stima che, in tutto il Paese, fossero migliaia. Ma l’aspetto più incredibile è sicuramente legato alla reazione dei veicoli, dalle auto ai bus, dai rimorchi alle moto.

A parte pochi indifferenti e alcune volgari reazioni di disapprovazione comprensive di gestacci ed insulti da parte degli spagnolisti, ovvero gli spagnoli unionisti, la stragrande maggioranza delle vetture rispondeva con lunghi colpi ritmici di clacson ed azionando gli abbaglianti, salutando e, spesso, persino sventolando bandiere e fazzoletti gialli fuori dagli abitacoli. Il giorno dopo, in tutti i paesi, i Comitati locali di difesa della Repubblica (CDR), hanno organizzato una marcia per l’indipendenza e la liberazione dei prigionieri politici.

Anche questo non è un caso isolato, ma una potente manifestazione ramificata in tutto il territorio nazionale. I partecipanti sono stati duecento, cifra notevole se consideriamo il fatto di stare parlando di un piccolo paesino di appena poche migliaia di abitanti, e non di una delle roccaforti storiche dell’indipendentismo catalano: «fino a pochi anni fa non era così» – ci spiega Jordi Babiano Torrens, storico indipendentista del Partit Socialista d’Alliberament Nacional dels Països Catalans (PSAN), la cui attività politica è oggi congelata e i cui militanti lavorano nella CUP, nella ANC e nei CDR.

«Fino a pochi anni fa, quando volevamo organizzare qualcosa in paese», – continua Jordi -, «eravamo io e pochi altri, e pochi vuol dire davvero pochi: eravamo quattro o cinque con uno striscione e ci mancava anche il fotografo. Finalmente abbiamo alzato la testa, e chi dice che dopo il referendum abbiamo perso, non ha capito nulla, perché noi abbiamo vinto, abbiamo votato, abbiamo dimostrato al mondo che vogliamo guadagnare l’indipendenza e abbiamo rivelato il vero volto oppressivo della Spagna». Il giro ufficiale della delegazione è iniziato il 9 settembre. Dopo l’arrivo in notturna a Sabadell, noi delegati abbiamo visitato la festa in cui era concentrata la sinistra indipendentista assieme ai compagni di Arran, l’organizzazione giovanile della sinistra indipendentista nata dalla confluenza delle organizzazioni giovanili Maulets e Coordinadora d’Assemblees de Joves de l’Esquerra Independentista (CAJEI).

Il rapporto con Arran è iniziato quando una delegazione di giovani di Caminera Noa ha partecipato all’incontro internazionale del 20 maggio scorso nell’ambito del Collision Fest a Roma, insieme ad altre realtà giovanili Italiane ed Internazionali. Il 10 settembre abbiamo assistito, sempre a Sabadell, ad una conferenza in cui sono intevenuti due giornalisti catalani, Jusus Rodriguez e Arturo Puente, che hanno coinvolto la platea con due brillanti discorsi circa la comunicazione giornalistica nei giornali e nei telegiornali catalani, legata altresì alla percezione socio-culturale del referendum per l’indipendenza dello scorso 1 ottobre 2017.

La giornata del suddetto referendum è entrata nell’immaginario collettivo come emblema di una esperienza di liberazione nazionale e di trasformazione individuale ma, allo stesso tempo, è stata anche la dimostrazione di quanto la Spagna sia ossessionata dal voler reprimere ogni tentativo di autodeterminazione di un popolo dimostratosi sostanzialmente pacifico (perfino negli slogan prima e dopo il referendum) e maturo per l’esercizio della democrazia, sviluppato attraverso un’idea diffusa di indipendenza “vellutata”, progressivamente ottenuta con la mediazione o per mezzo di una dichiarazione unilaterale.

Fra i temi più ricorrenti nei giornali spagnoli, abbiamo appreso la comparsa dell’accusa ai media catalani di faziosità e di disinteresse verso la retorica unionista sebbene, nella maggior parte dei media spagnoli, appaiano invece quasi solo processi in contumacia all’indipendentismo catalano e la pretestuosa preoccupazione per le finanze spese dalla società catalana con riferimento ai denari pubblici della Generalitat, alle stime catastrofiste sui costi collettivi o alle spese private legate all’organizzazione di eventi pubblici filo-indipendentisti.

Sempre nella giornata del 10 settembre siamo stati invitati a Cardedeu, paese del Vallès, in cui il Sì al referendum del 1° ottobre 2017 ha raggiunto il 91%: qui i compagni di Arran avevano organizzato una festa con interventi internazionali, tra i quali si è annoverato il nostro. Siamo stati chiamati a parlare brevemente, davanti ad una platea di un centinaio di persone, del tema legato alle forze di occupazione, con un chiaro riferimento alla nostra esperienza di sardi oppressi dall’occupazione militare italiana e atlantista.

A seguire, siamo stati coinvolti in una fiaccolata notturna dai tratti suggestivi, durante la quale comparivano le figure dei giganti, folkloriche catalane, ed un’enorme riproduzione di cinghiale, contornato da bengala, che si muoveva a ritmo di tamburi e dolçaines. La manifestazione si è conclusa con slogan inneggianti all’indipendenza ed alla liberazione dei prigionieri politici, con balli e cori di canti tradizionali. L’11 settembre abbiamo invece preso parte alla Diada, entrando finalmente nel vivo della festa, seguendo l’orario prestabilito indicato da Omnium Cultural e dagli altri organizzatori.

Attorno alle ore 18.30, con il volgere al termine della festa nazionale catalana, ci siamo invece recati in piazza Urquinaona per partecipare al raduno della sinistra indipendentista, che includeva tutte le componenti della CUP, e abbiamo sfilato in corteo fino al Mercat del Born, luogo in cui sono iniziati gli interventi politici dal palco da parte dei diversi soggetti della sinistra indipendentista catalana: tra questi, sono compresi i collettivi femministi e antirazzisti, i Comitati di difesa della Repubblica ed i Comitati di solidarietà ai prigionieri politici. La serata si è conclusa con un momento di svago, culminato in un enorme concerto organizzato dall’Omnium Cultural nella piazza dell’Arc de Triomf.

Il 12 settembre, incontrando nuovamente i compagni di Arran di Sabadell, abbiamo potuto discutere sull’effettiva riuscita del referendum del 1° ottobre 2017. Abbiamo dunque colto l’occasione per raccogliere alcune testimonianze giunte dalle personalità della suddetta organizzazione, le quali hanno partecipato ufficialmente ed attivamente affinché fosse garantita la buona riuscita del referendum.

Infatti questo si è potuto svolgere grazie alla partecipazione dei cittadini di ogni età, che hanno permesso materialmente la riuscita delle votazioni attraverso il trasporto in clandestinità delle urne elettorali e l’occupazione dei luoghi sede dei seggi; inoltre, è da annoverare lo strategico supporto del personale scolastico, il quale ha fisicamente permesso l’occupazione delle scuole designate come seggio elettorale, e dei singoli lavoratori simpatizzanti che hanno garantito l’approvvigionamento di acqua e cibo per gli occupanti.

Le schede elettorali erano fornite dai seggi ma, allo stesso tempo, potevano essere legalmente stampate dai singoli votanti iscritti ad una piattaforma che garantiva loro l’accesso al voto; lo stratagemma tecnico è derivato dal fatto, già previsto, che lo Stato spagnolo sequestrasse enormi quantità di materiale elettorale nei giorni precedenti alle elezioni.

Pur essendo consapevoli della censura, da parte dei media europei e di quelli italiani in particolare, calata sulla eco dell’immenso evento che ha portato una folla oceanica a riversarsi su Barcellona, siamo tornati in Sardegna con una consapevolezza sempre più forte: nonostante la feroce repressione esercitata dai nostalgici franchisti, perpetrata nel silenzio complice dell’Unione Europea e dei media loro asserviti, il popolo catalano continua la sua lotta per aprire una breccia di resistenza che abbracci le cause di tutte le nazioni senza Stato.

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