La follia di un manicomio

30 Aprile 2012

Camicia di forza

Roberto Loddo

Con il convegno “Un volto Un Nome” parte anche in Sardegna la campagna nazionale che rivendica il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e un percorso individualizzato di rientro dei cittadini sardi vicino ai propri affetti, attraverso la restituzione dell’identità, della storia e della cittadinanza. Spesso il mondo del giornalismo e della politica utilizza l’immagine del medioevo per descrivere l’orrore della contenzione e della segregazione negli Opg. In effetti nell’immaginario collettivo il medioevo è considerato come il periodo più buio, di decadenza, violenza e degrado culturale. Eppure nell’età medioevale i matti erano accettati e inclusi all’interno delle comunità. Con il declino del medioevo, i folli cominciano ad essere esclusi. Si inizia a separare coloro che vengono marchiati come “insensati” da tutti gli altri cittadini “sensati e savi” che compongono una nuova società, moderna, che accetta al proprio interno solo chi può produrre e consumare, o come scrive Foucault, “chi produce, obbedisce e comanda”. Ed è da questo momento che si costruisce la criminalizzazione della follia e la repressione del manicomio. Purtroppo la storia è ricca di episodi terrificanti, come quegli uomini e quelle donne rinchiuse nella nave dei folli, ancorata nel Bacino di San Marco nel 1700, o come l’Isola di San Servolo, nel 1901, che nascondeva migliaia di persone legate mani e piedi.

Oggi, in Italia esistono ancora luoghi in cui internare e segregare la follia, dove le persone vengono sistematicamente spogliate dei diritti costituzionali e restano prigioniere di un vecchio sistema giuridico che le dichiara pericolose per la società. Nonostante il grande movimento di rottura e di civiltà culminato con l’entrata in vigore della legge 180, e nonostante venga sancito che la sofferenza mentale è una questione che riguarda tutta la società che interpreta e qualifica chi viene percepito come diverso. E da qui che nasce la nostra urgenza di chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari e migliorare la vita di 1300 persone internate negli ultimi residui manicomiali.
In molti si sono chiesti come mai quando con la legge 180 furono aboliti i manicomi, non fu possibile abolire gli Opg. Ma nonostante la legge non intervenne, ci fu comunque l’avvio di un modo differente di guardare la sofferenza mentale, nel mondo della psichiatria e nel mondo della giustizia. In particolare in quei territori che avevano avviato processi di deistituzionalizzazione, si cominciò ad intervenire con la magistratura perché le persone sofferenti mentali che avevano commesso un reato rimanessero nel proprio territorio a curarsi e non venissero imprigionati negli Opg. Infatti, ci sono regioni che non hanno nemmeno un cittadino internato.

Naturalmente non stiamo parlando della Sardegna. Regione che ha 33 cittadini internati negli Opg della penisola. Dispiace che l’assessore regionale alla salute Simona De Francisci non abbia ritenuto utile prendere parte ai lavori del convegno. E’ singolare che l’assessore abbia convocato una conferenza stampa, lo stesso giorno e durante lo stesso orario nel convegno, in cui ha dichiarato che sono già state individuate due strutture, una a Cagliari e una in Ogliastra in cui “mettere” i nostri cittadini internati. Eppure diverse organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” hanno chiesto, da mesi, l’apertura di un tavolo di confronto con la regione, a cui partecipino anche i direttori dei dipartimenti di salute mentale. Un tavolo, (sollecitato inutilmente) che analizzi ogni singola situazione e proponga percorsi individualizzati di reinserimento sociale per chi ha scontato la misura di sicurezza e percorsi riabilitativi per coloro che necessitano di misure più restrittive. E invece, fino ad oggi, su questo tavolo c’è il silenzio. Ed è il silenzio lo scandalo più grave che fa da cornice alla sofferenza negli Opg. Il silenzio della regione è accompagnato dal silenzio degli organi di informazione. Non è forse una notizia l’assenza di un indirizzo politico regionale per la presa in carico dei cittadini internati negli Opg? Non è una notizia l’ipotesi di costruzione di mini manicomi in Sardegna?

Stop Opg, si augura che con l’apertura della campagna “Un Volto, Un Nome” si chiarisca definitivamente il significato e il senso della legge sul superamento degli Opg. Si augura che si finisca al più presto di demonizzare questa legge immaginando mostri assassini in libertà. Soprattutto, si augura, che si finisca di santificare ed esaltare la legge approvata. Perché non corrisponde alla realtà affermare che gli Opg sono aboliti. L’applicazione di questa legge, con la chiusura dei vecchi Opg prevede anche l’apertura di nuove strutture speciali.
Strutture di cura e di custodia dove attuare la misura di sicurezza, probabilmente a gestione privata. Di fatto mini Opg mascherati da strutture terapeutiche, un po più decorose e più rispettose della dignità e dei diritti umani, magari con l’aria condizionata e le pareti colorate. Ma non basta cambiare vestito agli Opg. E’ necessario abolire l’istituto giuridico che mantiene in piedi queste strutture. E’ necessario modificare le modalità di internamento delle persone a partire dagli articoli 88 e 89 del codice penale, altrimenti non cambierà niente e verrà ancora perpetrato l’abuso della proroga della misura di sicurezza con il falso concetto di pericolosità sociale (mai dimostrato scientificamente) e l’incapacità totale di intendere e di volere.
Le Aziende sanitarie locali e i Dipartimenti di salute mentale devono essere messi in condizione di organizzare soluzioni alternative all’internamento e alla presa in carico dei cittadini ancora imprigionati. La crudeltà e le torture a cui sono stati sottoposti i nostri cittadini sardi deve cessare definitivamente.
Non possiamo accontentarci di una riduzione del danno.

2 Commenti a “La follia di un manicomio”

  1. Chiara Pilo scrive:

    lavoro in una comunità terapeutica psichiatrica ad altissima intensità, questi aggettivi : altissima e intensità dovrebbero esprimere sicurezza di integrazione futura per i degenti o dovrebbero assicurare la protezione per i residenti al di fuori della comunità? Nel marzo 2013 gli opg verranno chiusi e i ns conterranei verranno ad abitare le ns comunità. Sono seriamente preoccupata per loro. La preoccuopazione deriva dal fatto che non vedo interesse da parte delle asl di competenza in questo periodo di tagli a programmare e istituire dei protocolli di comportamento da parte di chi deve ospitare chi esce da questi ospedali. Nella nostra comunità da alcuni anni vengono ospitate persone che provengono dagli opg, ma dopo aver finito il periodo di riabilitazione nella ns casa, non si vede futuro. Le asl non devono solo trovare la soluzione, le assistenti sociali brancolano nel buio, le famiglie sono assenti, i comuni di provenienza sono solo contenti quando riescono a dare la residenza altrove. Foucault aveva ragione, le eterotopie esistono e sono non-luoghi che vengono pensati dalla società per includere gli esclusi. Luoghi di temporanea residenza che a seconda delle culture si ripropongono continuamente con nomi diversi.
    Chiara Pilo

  2. Roberto Loddo scrive:

    Ciao Chiara,
    Sono preoccupato anche io. L’interesse delle Asl e dei Dsm per la presa in carico dovrebbe essere un percorso obbligato. Spetta al mondo della politica determinare delle scelte che vadano verso questa direzione, ed evitare che si alimentino business poco trasparenti o peggio ancora nuovi manicomi. Eppure non è impossibile. Se si destinassero i finanziamenti previsti dalla legge 9 ai Dipartimenti di Salute Mentale per l’attuazione dei progetti terapeutico riabilitativi individuali.

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