La Regione pachiderma

16 novembre 2018

Coda di elefante, zoo di Krefeld, Gemania (Roland Weihrauch/AFP)

[Massimo Dadea]

Sembra sia trascorso un secolo ed invece sono passati appena pochi anni. C’è stato un tempo in cui la Politica pensava, ed agiva, in grande, ed è stata capace di elaborare un Progetto, frutto di un’Idea precisa di Sardegna. Un tempo in cui la Politica ha provato a mettere in atto il più deciso e determinato tentativo di modificare in profondità la realtà politica, economica, culturale ed istituzionale dell’isola.

Un tempo in cui il governo regionale, figlio di quella Politica,  aveva iniziato a “picconare” quel modello di regione che è venuto affermandosi nei primi settant’anni di Autonomia, che per un verso scimmiottava, ieri come oggi, l’assetto ministeriale e per l’altro si comportava ed agiva, ieri come oggi, come una sorta di “Comune in grande”. Una riforma della Regione incardinata nella più ampia riforma istituzionale che poggiava le fondamenta sulla legge Statutaria, sulla riscrittura dello Statuto, sulla nuova legge di organizzazione. Un processo riformatore che, nonostante gli ostacoli e le resistenze frapposte dalle forze della conservazione, ma anche i limiti e le insufficienze di chi era chiamato ad attuarlo, aveva consentito di raggiungere alcuni risultati importanti. Innanzi tutto, una significativa semplificazione istituzionale: la cancellazione delle ventuno Comunità montane (ventuno presidenti, duecento assessori, oltre cinquecento consiglieri); la riforma degli enti strumentali aveva cassato venti enti inutili e cinquanta consigli di amministrazione; i Consorzi industriali furono ridotti da sedici a otto.

Un modello di Regione “leggera” che, attraverso la legge sul “federalismo interno”, si spogliava delle funzioni amministrative per trasferirle, insieme al personale e alle risorse, al sistema delle autonomie locali, mantenendo per sé le funzioni di programmazione e di controllo. Per attuare questo processo si rendevano necessarie politiche del personale coraggiose ed innovative: una incisiva dieta dimagrante dell’organico, più spazio alla retribuzione di risultato, quella più direttamente legata all’efficienza e alla meritocrazia. Per la prima volta furono banditi concorsi pubblici per l’assunzione dei dirigenti. Nel contempo si era provveduto alla riduzione delle posizioni dirigenziali e il rapporto tra dipendenti e dirigenti aveva raggiunto i parametri delle regioni più virtuose.

La politica degli esodi incentivati aveva consentito la riduzione della dotazione organica di quasi mille unità con una sensibile riduzione della spesa del personale. Infine, si era prodotto un profondo ricambio generazionale con l’assunzione per concorso pubblico di quasi quattrocento giovani laureati ed altrettanti agenti del Corpo forestale. Da quel tempo sono cambiate tante cose, non sempre in meglio, diverse giunte regionali si sono avvicendate e la politica ha perso la lettera maiuscola. Oggi è difficile scorgere nell’azione della Giunta e del Consiglio regionale un’Idea precisa di Sardegna, un Progetto. Il provvedimento approvato nei giorni scorsi dall’Assemblea, con il parere contrario della Giunta, che promuove i 5800 lavoratori dell’Agenzia Forestas (forestali) a dipendenti regionali, ne è la plastica dimostrazione. Una scelta dalla chiara impronta elettoralistica, il cui costo è stato quantificato, con un eccesso di ottimismo, in 9,3 milioni di euro iniziali, ma che a regime costerà almeno tre volte tanto.

Un pugno nello stomaco a tutti quei precari che da anni aspettano una stabilizzazione. Altro che Regione snella, “leggera” appunto, il risultato è un pachiderma burocratico che appesantirà ulteriormente la macchina regionale, rendendola ancora più lenta e farraginosa. La Sardegna insegue ormai, per numero di dipendenti, regioni  non certo virtuose quali la Sicilia e la Calabria. Una piccola annotazione finale. La legge è stata  approvata quasi all’unanimità, hanno votato contro solo due consiglieri del PD, a testimonianza che non solo la politica si è fatta piccola, piccola, ma anche della profondità del processo di omologazione che oramai accomuna  il Partito Democratico alle altre forze politiche, di centro e di destra.

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