La storia del movimento delle donne in Palestina (Prima parte: 1884-1949)

16 Febbraio 2018
[Valentina Brau]

Pubblichiamo una mini rubrica di Valentina Brau sulla storia del movimento delle donne palestinesi. Lo facciamo anche perché sempre meno organi di informazione si occupano di ciò che accade in Palestina, del ruolo importante delle donne, sopratutto alla luce della vergognosa detenzione di Ahed Tamimi (Red).

Il 19 dicembre 2017 la diciassettenne palestinese Ahed Tamimi è stata portata davanti al tribunale israeliano con 12 capi d’imputazione. Rischia di essere condannata a 12 anni di prigione. Il motivo scatenante è di aver urlato contro i soldati israeliani e averne schiaffeggiato uno, visto che il cugino si ritrovava sanguinante davanti a lei per esser stato sparato alla testa con un proiettile ricoperto di gomma. In questi giorni in cui Ahed si trova rinchiusa in prigione mentre aspetta il giudizio definitivo, la femminista pakistana Shenila Khoja-Moolji si domanda quanto il mondo sia interessato alle donne palestinesi, e accusa lo stesso movimento femminista internazionale e i leaders politici occidentali di silenzio e passività.

Ci sembra doveroso quindi andare a studiare le tappe fondamentali della storia del movimento delle donne in Palestina, rivendicando le conquiste più importanti di una parte della popolazione invisibilizzata dai media negli ultimi decenni. La storia delle donne palestinesi si mescola con la storia del movimento nazionalista e anticolonialista e con quella dei conflitti del paese nell’ultimo secolo, anche se mantenuta nell’ombra dai principali canali di informazione a cui è possibile avere accesso. La donna araba spesso incarna in sé una vera e propria intersezione tra la questione di genere e il conflitto in atto nella propria terra nativa, e si vede con frequenza sottomessa al primato della storia nazionale rispetto all’importanza delle sue condizioni sociali e politiche.

Nella storia del nazionalismo palestinese e della sua lotta contro l’imperialismo occidentale la donna assunse un ruolo centrale, affiancando la lotta per i suoi diritti allo sviluppo di una forte coscienza nazionale, ai diritti delle popolazioni rurali, a quelli dei lavoratori, all’incremento dell’educazione e della cultura nel paese. In questi articoli esporrò il pensiero e gli studi di Mar Gijón Mendigutía (Historia del movimiento de mujeres en Palestina), Julie Peteet (Gender in Crisis: Women and the Palestinian Resistance Movement) e Magaly Thill* (Mujeres, Nacionalismo e Islamismo en Palestina. Elementos para una lectura feminista de los conflictos en Oriente Próximo), con la divisione della storia del Movimento delle Donne in Palestina in tre fasi: la prima dal 1884 al 1949, col l’origine del movimento, la sua evoluzione e la disgregazione; la seconda dal 1950 al 1989 con la rinascita e il tramonto; la terza dal 1990 ai giorni nostri con i mutamenti e la trasformazione in ONG di quello che furono i Comitati delle Donne.

Nel territorio della Palestina storica, sempre vittima di differenti tipi di colonizzazione (quella ottomana dal 1516, il mandato britannico del 1917, e il progetto coloniale sionista che dura fino ai nostri giorni), la coscienza di una società civile unita nasce negli anni ’20 e ’30 del XX secolo, in concomitanza con il sempre maggiore interesse per le questioni sociopolitiche e culturali del paese. Emergono infatti in questo periodo le unioni dei lavoratori, i partiti politici, i movimenti e le organizzazioni delle donne. In questa prima fase di sviluppo di una coscienza civile, il ruolo delle donne si manifesta già centrale, visto l’enorme lavoro delle loro associazioni nel promuovere l’educazione sia nelle aree urbane che soprattutto in quelle rurali, spesso in condizione di svantaggio.

Ancora prima della formazione di una coscienza nazionale però, le donne palestinesi si trovavano in un ampio movimento arabo chiamato «risveglio delle donne» (al-Nahda al nisaiyya), di enorme rilevanza nel contesto di una pacifica convivenza delle popolazioni arabe. In generale, tra il 1900 e il 1948 nacquero in Palestina numerosissimi gruppi di donne, solitamente unite da ideali di solidarietà, carità ed impegno sociale, che dimostrarono la capacità di pacifica convivenza tra differenti religioni. Nel Consiglio Nazionale Palestinese del 1988, infatti, il poeta Mahmoud Darwish ribadiva il rispetto per il multisecolare patrimonio spirituale e civile palestinese di tolleranza e convivenza religiosa (recentemente poi lo storico marocchino Abdellah Boussoufa ha recuperato nel suo libro El islam y lo común universal, quelli che lui considera i valori essenziali della cultura islamica nelle sue origini, moderata e lontana dall’immagine esclusivamente associata alla violenza che se ne da oggi, evidenziando i principi di coesistenza e tolleranza della diversità, quindi il pluralismo ideologico e religioso proprio delle società a maggioranza islamica).

Musulmane e cristiane si univano per lavorare insieme, soprattutto per la diffusione del sistema educativo nel paese, e simultaneamente acquisivano la coscienza della propria “identità di genere” e si impegnavano per convincere il maggior numero di donne a cercare un lavoro per raggiungere l’autonomia, così come si impegnavano a persuadere le famiglie a concedere loro la libertà di poter lavorare, contribuendo così all’economia familiare e allo sviluppo della loro individualità indipendente. Il lavoro sociale così facendo si affiancava alla nascita di un impegno politico: le donne attivamente si allontanavano dalle condizioni di marginalità e costruivano il loro spazio nello scenario politico nascente. Una conferma di questo aspetto è la celebrazione nel 1929 del Primo Congresso Palestinese delle Donne Arabe, punto di svolta nel movimento e inizio ufficiale dell’attivismo politicamente organizzato, dichiaratamente contro l’imperialismo inglese e la Dichiarazione di Balfour del 1917.

Una delle tappe storiche fondamentali è la creazione nel 1929 dell’Associazione delle Donne Arabe. I suoi obiettivi furono la crescita della posizione delle donne attraverso lo sviluppo educativo ed economico, la solida intenzione ad accedere alle istituzioni nazionali, e il suo essere dichiaratamente secolare. L’associazione si caratterizzò poi per essere punto di inizio di un pensiero femminista nel paese.

Mar Gijón Mendigutía ci ricorda che il decennio degli anni ’30 rappresenta un periodo di movimento senza precedenti nella storia delle donne e del popolo palestinese. In particolare, l’assassinio del leader Izz al-Din al-Qassam è considerato il preludio alla grande rivolta araba del 1936-39. La partecipazione attiva delle donne di campagna e di città nella rivolta si rivelò senza precedenti: si impegnarono infatti nel lavoro di propaganda e nel boycott dei prodotti occidentali; organizzando scioperi, aiutando i feriti e le famiglie così come i prigionieri; nel trasporto di munizioni, nell’occultamento dei combattenti e nella partecipazione attiva ai combattimenti. Davanti alla violenza e alle uccisioni di massa da parte degli inglesi, le donne risposero affrontandoli direttamente e opponendo resistenza.

Negli anni ’40 il movimento delle donne si fece più coeso e organizzato, e nel Congresso delle Donne Arabe del 1944 si trattarono temi inerenti al femminismo come: l’indagine dei diritti politici e civili delle donne; la preoccupazione per i servizi educativi, letterari, sociali ed economici ad esse rivolti; la difesa del suffragio delle donne; l’uguaglianza salariale. Malgrado le differenti credenze politiche, le donne riuscirono a mantenere l’unità tra di loro. L’enorme appoggio del Movimento alla Difesa Nazionale però, relegò nell’ombra la lotta femminista, manifestando così l’attitudine al sacrificio delle donne rispetto alla questione dello stato palestinese.

A causa della decisione delle Nazioni Unite nel 1947 di dividere la Palestina in due stati, uno arabo e l’altro ebreo, e alle conseguenti lotte tra le milizie nemiche, l’Unione delle Donne si mantenne attiva nei lavori di volontariato, nella gestione del denaro raccolto per gli aiuti, per le cure mediche dei combattenti. Divisero la città di Gerusalemme in sei aree di lavoro e stabilirono un comitato speciale. Davanti al peggioramento della situazione l’Unione delle Donne inviò telegrammi di protesta contro il terrorismo ebreo al Governo britannico, che poi come sappiamo decise di abbandonare definitivamente la Palestina. In seguito alla nascita dello stato di Israele del 1948, l’ambiente generale del territorio palestinese era praticamente tutto militare. Oltre alle donne morte come combattenti nelle battaglie del 1947-48 che ancora oggi sono ricordate, è necessario rivendicare il caso dell’attivista Hind al-Husseini, che raccolse 55 orfani dalle strade di Gerusalemme e li trasferì in quello che sarebbe diventato l’orfanotrofio Dar al Tifl al-Arabi (Casa del bambino arabo), attivo ancora oggi. Ci fu poi Sara Hanun che insieme ad altre donne fondò l’ospedale al-Yihad.

Tra il 1947 e il 1949 le forze sioniste espulsero dalla regione fino a 800,000 persone del milione e mezzo totale che viveva nella Palestina storica. Il Movimento delle Donne, come il resto della Palestina, si vide frazionato e disperso. La Nakba segnò un futuro di tragedia e sofferenza per un popolo che, nonostante le varie problematiche sociali date dalle organizzazioni familiari tradizionali e dall’ingerenza religiosa, stava seminando le basi per uno stato democratico avanzato, basato sull’uguaglianza dei diritti.

[*Magaly Thill (Mujeres, Nacionalismo e Islamismo en Palestina)].

Siamo insieme in questa notte,
e domani ti spezzerà
la durezza della vita.
Ti allontaneranno da me, mare,
e sarà impossibile vederti un’altra volta.
Ignorerò per sempre la tua rotta,
le direzioni che prenderai,
il misterioso destino
che i tuoi passi avranno attraversato.
Ti allontanerai, ed il ladro di tutto ciò che c’è di bello e prezioso in una vita
ci ruberà la felicità
e ci vuoterà le mani.
Fadwa Tuqan (1917-2003)

 

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