Natale 2018. Il sacro e il profano. Appunti di viaggio.

3 Gennaio 2019
[Marinella Lőrinczi]

Le prime due volte i nostri intenti di visitare il sacrario militare si Asiago erano falliti. Abitando in Sardegna, Asiago non è dietro l’angolo di casa. Ma questa visita era una tappa obbligata di una lunga serie di attività che un gruppo tenace e saldo di Iglesias, che fa capo all’Associazione Mineraria Sarda, sta realizzando con successo durante questi ultimi quattro anni di commemorazione della Grande Guerra. A questi amici sono legata da tempo, da quando ho incominciato a tradurre cartoline scritte o ricevute da prigionieri austro-ungarici del campo dell’Asinara.

Entrambe le volte i fallimenti sono stati però compensati da esperienze nuove. Il sacrario di Asiago fu costruito a poco più di mille metri sul colle di Leiten (da pronunciare Laiten), a breve distanza dal centro della città. Le cose essenziali da sapere su di esso possono essere riassunte in poche date e in grandi numeri. Ma per il lettore sardo è obbligatorio iniziare da un nome e da un titolo: Emilio Lussu, naturalmente, autore del romanzo memorialistico Un anno sull’Altipiano [di Asiago], 1936-1937, che mi auguro sia stato letto o riletto in questi ultimi anni commemorativi da tutti gli studenti e da tutte le studentesse della Sardegna.

Ma questo nome e questo titolo molto noti qui, come pure in tutta Italia, ci devono spingere a rendere merito anche ad altre letterature, europee e non europee, maggiori e minori. La Grande Guerra è stata una guerra mondiale, perché ha avuto come protagonisti in primo luogo le grandi potenze imperiali e coloniali. Si deve perciò allargare la prospettiva e diventare consapevoli dell’esistenza di una straordinaria ed inattesa quantità di opere (diari, memorie, romanzi, racconti, poesie ed altro, senza dimenticare i milioni di scambi epistolari e la pubblicistica coeva), scaturite dalle esperienze individuali e collettive devastanti di questa guerra, vissute e raccontate da chi ne è uscito vivo, più o meno integro, e sano di mente. Guillaume Apollinaire, uno dei tanti potenziali narratori, è morto, in contemporanea con la fine della guerra, quasi sotto gli occhi di Giuseppe Ungaretti.

Due nomi importanti della letteratura europea di cui soltanto il secondo ci ha potuto trasmettere i segni della propria desolazione e dolore. Dagli elenchi reperibili in rete* mancheranno molte opere degne di diffusione internazionale, giapponesi ad esempio, o australiane, o turche, oppure georgiane (caucasiche).

Queste ultime, se esistessero, dovrebbero essere assai interessanti e istruttive se si pensa ad esempio alla costituzione e al ruolo, tra il 1914-1918, della inconsueta legione tedesca georgiana e più in generale alla collocazione dei Georgiani in una posizione di confine e di scontro tra gli imperi dell’epoca: molti Georgiani erano arruolati nell’esercito zarista ed erano finiti concentrati, come prigionieri, nei campi tedesco-austriaci. Avevo rivolto una domanda in tal senso ad un docente universitario di Tbilisi, scandinavista di mestiere, ma non mi è arrivata nessuna risposta.

Ma torniamo alle poche date e ai molti numeri che condensano la storia del sacrario militare di Asiago. In quest’imponente costruzione a forma di quadruplice arco trionfale, che esibisce gli stilemi caratteristici dell’architettura monumentale dell’epoca, sono stati depositati negli anni ’30 le salme di decine di migliaia di soldati ed ufficiali italiani periti nella Grande Guerra, cui si sono aggiunti, negli anni ’60, quasi altrettanti caduti austro-ungarici; sono, complessivamente, oltre cinquantaquattro mila e più di trenta mila non hanno nome.

La prima volta che ci siamo andati erano quasi le 17, ora di chiusura del sacrario, e abbiamo ascoltato, coll’intera città, gli squilli di tromba del Silenzio, che risuonano regolarmente in quel momento. Ci abbiamo riprovato parecchi mesi più tardi, nell’ottobre di quest’anno, dopo le terribili tempeste di vento e pioggia che hanno falciato i boschi e distrutto le strade di montagna del dell’area veneto-atesina. Il sacrario era inaccessibile, questa volta, a causa della caduta sulla scalinata monumentale di parecchi alberi che i militari stavano rimuovendo. Pur essendo in pieno giorno la città era muta e deserta per la mancanza di corrente elettrica che sarebbe durata più di 24 ore.

La terza volta, qualche settimana fa, abbiamo visto anche i monconi di tronchi tagliati di recente. All’ingresso della cripta che si trova nel basamento dell’arco, un insegnante o una guida giovane spiegava alla scolaresca, davanti ad una cartina della regione, i fatti di guerra del maggio-giugno del 1916, i dettagli tecnici e i catastrofici risultati dell’offensiva austro-ungarica: Asiago fu rasa al suolo e i caduti di entrambe le parti erano stati oltre duecento mila. E’ probabile che non sapesse che nella stessa prima metà di quell’anno all’Asinara si stava cercando di gestire al meglio il campo degli oltre ventimila prigionieri austro-ungarici ridotti a pelle e ossa e gravemente malati, di coloro che erano sopravvissuti alla mortale marcia invernale transbalcanica, nell’inverno del 1915-1916, spinti verso le coste albanesi dell’Adriatico dall’esercito serbo in ritirata.

L’insegnante aveva iniziato raccomandando ai ragazzi e alle ragazze un comportamento adeguato al luogo. Al sacrario si giunge lungo una salita la cui seconda parte è una scalinata monumentale delimitata da due grossi parapetti di pietra. Queste due parti sono divise da un tratto di strada bianca carrozzabile che circonda l’intero monumento. In basso, vicino al cancello d’ingresso si può leggere

indicazione che viene ripetuta anche più in alto, su un targa abbastanza arrugginita che non ci fa una bella figura. Alcuni degli studenti e delle studentesse non hanno completato la visita della cripta – all’interno faceva molto freddo, questo è vero -, sono usciti prima degli altri e si sono seduti sulle panchine più vicine, oltre la gradinata e oltre la strada, le ragazze da una parte, i ragazzi dall’altra. Ero uscita anch’io dalla parte posteriore della cripta e avevo fatto il giro del sacrario. In attesa dei miei compagni che cercavano di scoprire lapidi con nomi di militari sardi, mi sono seduta sul parapetto in fondo, di fronte ai ragazzi. Ci separava la strada. Sulla quale è apparsa ad un certo punto una macchina targata E.I. che faceva la ronda intorno al monumento, con dentro due militari, di cui uno mi ha detto con tono cortese “Scusi, signora, ma si deve alzare.” Avevo, per conto mio, già qualche dubbio sulla correttezza della mia posizione. Ho perciò attraversato subito la strada e ho continuato ad aspettare in piedi, non lontano dai ragazzi e dalle ragazze.

Tra queste ce n’era una, minuta e scatenata e con le labbra rifatte, in abbigliamento standard generazionale, che dava letteralmente spettacolo. Si dimenava, saliva sulla panchina, spingeva via le altre, si tirava dietro un’amica come fosse un pupazzo per fare insieme selfies su selfies, il più delle volte non ne era contenta, o di se stessa o dell’altra (“Che faccia di merda!”), strillava perché qualcuna le avrebbe tirato i capelli lunghi e alquanto rigidi (“I miei capelli, porca troia!”) mettendo forse in pericolo le extensions. I “..zz.” sprizzavano da tutte le parti come scintille pirotecniche natalizie. Le altre e gli altri la lasciavano fare, alquanto apatici. La pattuglia era lontana. Dopo circa un quarto d’ora vengono raggiunti dagli altri compagni e dagli insegnanti, si incamminano in giù verso il pullman parcheggiato davanti all’ingresso alla zona sacra, e in quel momento uno degli adulti, dalla barba grigia, si volta e dice “Fate qualche foto, mi raccomando”.

L’atmosfera natalizia l’abbiamo vissuta intensamente a Bolzano (Bozen), al mercatino. Sembrava di stare nel paese dove scorre latte e miele. Indescrivibile la quantità di prodotti esposti: abbigliamento di lana, cento tipi di formaggi, mieli speziati, dolci, addobbi natalizi, artigianato di lana, pelle e legno. Abbiamo pranzato là, al calore di una stufa per esterni. Raccomando il succo di mela caldo, magari con della cannella, meglio se succo e polpa. Per non parlare dello strudel tiepido, con o senza panna montata.

Le bancarelle traboccavano di confezioni di speck, tra cui primeggiava lo speck imperiale, Kaiserspeck, lo speck più magro, che di lardo (Speck) non deve avere nemmeno una strisciolina. Mi fermo davanti ad una piramide di speck, messo in vendita da un signore barbuto, e dico, quasi senza accorgermene: Keiserfleisch, carne imperiale. Il signore si illumina nel volto, come se gli avessero acceso un faro davanti, sorride e risponde, in tedesco, “Ma lei parla tedesco!”. Comincio a balbettare qualcosa per significare che qualche parola la sapevo dire e lui allora mi chiede di dove sono. La mia risposta mi stupisce di nuovo: “Di Bucarest e della Sardegna.” La grande conversazione finisce più o meno qui, con qualche saluto e augurio, e proseguendo la visita mi sono domandata perché avevo risposto come prima cosa “Bucarest”.

Pensandoci bene era semplice, sebbene non immediatamente evidente. Ancor prima di sapere dell’Alto Adige, dei suoi problemi politici e linguistici, e sopratutto non sapendo ancora nemmeno una parola di tedesco, avevo imparato attraverso il romeno dell’esistenza del pregiato salume affumicato caizărflaiş. Invece in ungherese il nome tedesco era stato tradotto alla lettera, ma non lo scrivo per non esagerare con gli esotismi linguistici, perché so che le lettere doppie e gli accenti grafici creano panico. Ma sì … scriviamolo lo stesso, anche in ungherese: császárhús (imperial-carne). In romeno la pronuncia, in ungherese il significato. Piccolo grumo di sapere applicato molti decenni più tardi, con successo, in un’altra parte d’Europa.

E’ straordinario rendersi conto di come una parola o un suono pronunciati bene generino simpatia. Dico suono, perché dopo aver chiuso col mercatino siamo andati alla ricerca del museo dove è ora custodito Ötzi, la famosa e contesa mummia del monte Similaun, e chiedendo di Ötzi con la Ö, le informazioni dei passanti arrivavano con la massima naturalezza. Il museo di Ötzi è molto ben organizzato anche per un pubblico giovane. Come pure la mostra documentale che si trova nel basamento del problematico e contestato monumento ad arco (sempre ad arco romano!) della Vittoria, eretto nel 1926-1928, data che non necessita di specifici commenti; la sua storia, le accese ma comprensibili polemiche e i risultati dei dibattiti sono ottimamente riassunti e vale la pena di leggerli.

Qualche giorno dopo abbiamo pranzato in un birrificio-ristorante-pizzeria di Fortezza (Franzensfeste), all’AH Braeu, ma purtroppo non abbiamo visitato il celebre forte austriaco che dà il nome alla località. Stavamo seduti al calduccio vicino a due enormi caldaie di rame lucido, dove sobbolliva qualcosa di borbottante. Tutto saporito e tranquillo e normale e allegro finché non siamo usciti dal locale, avviandoci, dopo le foto di rito, verso il parcheggio.

Camminiamo lungo una potente trave di cemento armato grigio che sosteneva la strada, sul quale era inciso un testo. I miei compagni leggono ad alta voce la prima riga che era all’altezza degli occhi e passano oltre. Io mi fermo e sento quasi una scossa per la violenza dei versi, poiché, letto nella sua interezza, il testo era una poesia che sul momento ho pure compreso male. Quando qualche ora più tardi ne avrei saputo di più, mi sono resa conto che anche altri e chissà quanti ne erano rimasti irritati, ma per ragioni diverse dalle mie.

Infatti, se osservate meglio, si vede che il testo è stato imbrattato di nero e poi ripulito ma le lettere sono rimaste di un coloro più scuro. Come nella celebre poesia di Bertolt Brecht del 1934, La scritta invincibile (Die unbesiegbare Inschrift). A forza di cancellare in tutti i modi viva Lenin!, scritto a matita sulla parete di un carcere da un soldato socialista, l’esclamazione diventa sempre più visibile fino a diventare indelebile: “E ora levate il muro! Disse il soldato.” E ora levate la trave …

Nonostante lo shock, e proprio per questo, l’avevo fotografata, per sapere qualcosa sull’autore. Per me è stata una scoperta, che cercherò di riassumere. Norbert Conrad Kaser, altoatesino o sudtirolese, italiano di lingua tedesca, è morto nel 1978 all’età di 31 anni. Postumi sono usciti i tre volumi di versi, e ora è considerato uno dei più significativi poeti di lingua tedesca del secondo dopoguerra (v. https://riviste.unimi.it/index.php/ACME/article/view/10522, 2018).

Nonconformista, dissacrante, violentemente polemico nei confronti nei conterranei dalle vedute ristrette e campanilistico-nazionalistiche, non ha tuttavia mai pensato di abbandonare la sua terra, dove risuonavano i campanacci nei pascoli di alta montagna come pure le risse d’osteria nelle vallate, dove sbuffava il vento e i terroni venivano disprezzati da chi era peggio di loro, dove con tutta la fierezza localistica “nessuno sa cantare lo jodel”.

Non usava la punteggiatura e nemmeno le maiuscole per i nomi (persino quelli propri, come anche il suo che scriveva sempre con le minuscole) e faceva meno dei due puntini su certe lettere vocaliche come ä, ö, ü, che sostituiva con ae, oe, ue. Ma non rinunciò alla ß (Eszett o esse dura) e usava & per la congiunzione “e”. Il linguaggio è complesso e denso, con giochi di parole e allusioni. Nelle foto, quasi sempre, lo vediamo in compagnia del bicchiere e della sigaretta, che sono state le cause della sua scomparsa prematura e tragica.

alto adige alto fragile alto adige alto fragile

terra del viaggio reiseland

terra di passaggio durchgangsland

terra di nessuno niemandsland

ah ah patria squalo ha ha hai heimatland

n.c.kaser

* https://newrepublic.com/article/118470/reading-guide-novels-about-world-war-one

https://en.wikipedia.org/wiki/World_War_I_in_literature

https://de.wikipedia.org/wiki/Liste_literarischer_Werke_zum_Ersten_Weltkrieg

https://fr.wikipedia.org/wiki/Premi%C3%A8re_Guerre_mondiale_en_litt%C3%A9rature

http://news.leonardo.it/prima-guerra-mondiale-100-anni-la-grande-guerra-nella-letteratura/

First World War Poetry Digital Archive: http://www.oucs.ox.ac.uk/ww1lit/

https://themoscowtimes.com/articles/eastern-front-also-produced-great-wwi-prose-38036

http://www.barkaonline.hu/kritika/4144-i-vilaghaborus-irodalmunkrol (ungherese)

https://ro.wikipedia.org/wiki/Categorie:Literatură_românească_despre_Primul_Război_Mondial (romeno)

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