Clima di serena preoccupazione

15 Aprile 2012

Valeria Piasentà

Così il sindaco di Varese, Fontana, ha definito lo stato della Lega dopo lo scandalo. Per l’occasione i NoTav in rappresentanza di tutto quel nord che da anni subisce le prepotenze leghiste, hanno coniato un nuovo slogan «Predoni a casa vostra». Martedì 10 si è sceneggiata a Bergamo una manifestazione di ‘orgoglio leghista’, al rito di purificazione i giovani lombardi, quelli che non volevano Bossi ‘il trota’ in lista alle regionali, sono arrivati con le scope e lo striscione «Fare pulizia nel pollaio».
Nei giorni a seguire sono partite le epurazioni, un rito tribale perfettamente in linea con un partito gestito come una sgangherata bottega di famiglia. Corruzione e familismo amorale sono sistemici alla classe dirigente italiana, non solo politica e non solo leghista, ma dietro questa vicenda è lecito sospettare l’intervento di una mano amica. Perché Maroni è riuscito a detronizzare il capo e fratello di tante battaglie col quale nel 1984 ha fondato la Lega Lombarda, senza aspettare le amministrative col plebiscito al suo amico Tosi, ora lanciato anche verso la presidenza della Liga veneta.
La trappola è scattata prima del previsto: la preda è Bossi con tutti i suoi famigli, il bracconiere è Maroni. Oggi si cacciano i capri espiatori di un sistema corrotto, eppure certe vicende interne alla Lega erano conosciute, e da tempo. A partire dal contratto fra Bossi e Berlusconi firmato davanti a un notaio milanese nel 2000 con un esborso di denaro dal secondo che ha costretto alla fedeltà politica il primo, malgrado i malumori della base sempre più indignata da compromessi inaccettabili nonché dagli atteggiamenti pubblici e privati di Berlusconi. Era sotto gli occhi di tutti la negazione di un fatto evidente: che la ‘ndrangheta ha infiltrato la società ‘padana’, le aziende e le amministrazioni, fino al sospetto di riciclaggio per gli investimenti leghisti a Cipro e in Tanzania; quando Saviano lo denunciò nel 2010 si tirò gli strali del partito e di Maroni. Erano sotto gli occhi di tutti le scorribande dei figlioli su auto di lusso con multe a carico del partito, nei locali alla moda accompagnati dalla miss padania di turno. Le fulminanti carriere scolastiche poi politiche di Renzo in Italia, e di Riccardo (figlio del primo matrimonio) che insieme al fratello di Umberto, Franco (in virtù delle sue competenze di elettrauto in Fagnano Olona?), sono stati designati assistenti degli europarlamentari Speroni e Salvini alla UE. Carriere costruite a tavolino e condite da scandali come le diffamazioni contro i concorrenti orchestrate dall’assessore regionale Monica Rizzi, che nel suo curriculum millanta titoli di studio e professionali mai conseguiti.
E la carriera della moglie di Bossi, pensionata a 39 anni, con la sua scuola Bosina finanziata da fondi pubblici diretti e altri indiretti, fino alla richiesta di un milione di euro ‘in nero’. E’ un rapporto strano quello dei leghisti con l’istituzione scolastica: la statale viene demolita politicamente ed economicamente ogni volta che la Lega è al governo, e così come vanno a curarsi negli ospedali svizzeri si diplomano e laureano in scuole private svizzere, in caso contrario la scuola se la fanno in famiglia o si comprano i titoli di studio. Solo l’acritica base leghista non ha creduto a Gianfranco Miglio, ideologo della Lega cui ha regalato il progetto di federalismo e tante invenzioni pescate nel fantasy medioevale.
Nel 1994 lasciò il partito: «Bossi insegue solo la sua fortuna personale», dichiarò ciò che stava succedendo dieci anni prima della malattia di Bossi ora utilizzata per giustificarne gli atti e congelare l’uomo in una icona da esporre sulla bancarella del bric-à-brac leghista. Oggi si scopre che proprio dal ’94 – anno della fondazione di Fi, del secondo matrimonio di Bossi e della sua prima volta al governo con Berlusconi – il senatùr inizia a comprare terreni e case che nel ’98 entreranno in un fondo patrimoniale riparato e costituito con la moglie. Allora non lo ascoltarono ma dopo la morte anche Miglio è diventato un simbolo nell’olimpo leghista cui erigere busti o intitolare scuole, come il plesso di Adro. Ora Bossi è presidente di un partito in grave crisi d’identità, proprio la Lega che su un concetto pseudoidentitario ha fondato la sua fortuna; e in grave crisi politica coi sondaggi intorno al 6,5%, a un passo dalle amministrative importante test tanto per Maroni e il suo gruppo sempre più coeso, quanto per l’esistenza del partito stesso.
La resa dei conti è iniziata: l’ex tesoriere e sottosegretario del governo Berlusconi, Belsito, dopo aver rilevato operazioni occulte dal predecessore Balocchi compresi i contatti col le mafie, è sostituito da Stefani, già indagato per bancarotta fraudolenta per gli investimenti leghisti in Croazia poi nelle vicende di Credieuronord e del quotidiano Indipendente, e ora indicato da Bossi come ‘colui che farà pulizia’. Hanno espulso dal partito la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, che medita di abbandonare la politica, ma non ‘il trota’, che ha solo abbandonato la carica in consiglio regionale, e non si sono occupati dei tangentisti: gli ultimi indagati per mazzette sui grandi appalti a Lega e Pdl in Lombardia sono i leghisti Boni e Ghezzi.
In Liguria si chiedono le dimissioni del segretario Bruzzone mentre la magistratura indaga dirigenti in diverse regioni oltre all’ex ministro Calderoli. Dopo la manifestazione liberatoria di Bergamo e il federale con le sue epurazioni, i leghisti si sentono sollevati avendo portato il male fuori dal loro gruppo virtuoso, fino a dichiarare fiduciosi «Abbiamo deberlusconizzato la Lega chiedendo il congresso, grazie a noi il cerchio magico adesso non esiste più» (Davide Caparini). Cadranno ancora molte teste e il Piemonte è in disgrazia. Da alcuni mesi la lotta interna alla Lega si è polarizzata fra lombardi e veneti, il Piemonte già escluso ora lo è anche dalla dirigenza che traghetterà il partito verso il congresso. Cota, rieletto con plebiscito alla presidenza della Lega Piemont, è un delfino del senatùr di provata fedeltà. Ha definito Renzo ‘il trota’ «un talento politico» e criticato come ‘una stupidaggine’ la fondazione della corrente dei Barbari sognanti; oggi dichiara «Nel nostro movimento c’è stata qualche divisione di troppo. Solo uniti possiamo ripulirci dal fango che ci viene gettato addosso». Quindi ha replicato le parole di Bossi facendo un altro passo falso proprio mentre il PdL chiede un rimpasto di giunta in Regione, e i suoi amici ‘storici’, i novaresi Giordano e Cortese nonché Buonanno, da tempo si sono schierati coi maroniani.
Ma la crisi politica della Lega ne rappresenta una più profonda. La domanda è se e quando riusciremo a liberarci di certi personaggi che da ogni partito hanno la presunzione di rappresentarci, mentre spesso è l’interesse personale o famigliare a muovere i loro reali interessi, ci provano Popolo viola e Articolo 21 col presidio Fora de ball! (clicca per l’allegato).

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