Notti Padane: Il poeta è un fingitore

16 Marzo 2013
Valeria Piasentà
finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente
(F. Pessoa)
Chi meglio di Pessoa (poeta dall’Io molteplice, una sola moltitudine) può raccontarci gli infiniti travestimenti di un’anima infelice, costretta al trasformismo compulsivo per affermarsi? L’ultima campagna elettorale ha portato alla ribalta una serie di personaggi che paiono affetti da un vero o simulato disturbo narcisistico della personalità, politici funamboli della parola e contraffattori del reale, legittimati nelle esternazioni contraddittorie per convenzione sociale: per questi, quanto si dice in campagna elettorale non vale ‘davvero’. Non corrisponde alla realtà dei fatti ne’ al programma di partito. Una convenzione accettata universalmente mette sullo stesso piano comunicativo chi spara la panzana da chi finge di accoglierla; così cade l’assioma classico del linguaggio politico, del convincere razionalmente e persuadere emotivamente resta solo la seconda affermazione. Quel che conta per alcuni aspiranti politici – ora, a una svolta della storia – è apparire. Poi si vota, con risultati talvolta incomprensibili razionalmente ma molto meno se consideriamo l’elevata capacità manipolatoria del narcisista e mentitore camaleontico. Nonché il presunto desiderio inconscio della massa di fondersi nel leader, che arriva a dire e a fare ciò che ognuno di noi solitario e timido non direbbe o non farebbe mai (vedi Le Bon in Psicologia delle folle), compresi insulti e minace.  Forse solo così si comprendono gli autolesionisti, come quel 26% di operai che hanno votato PdL contro i propri interessi personali e di classe.
Il linguaggio della politica è la somma di diversi livelli linguistici, in questa ultima campagna elettorale soprattutto ha vinto la commistione semantica e più di quel che dici è importante come lo dici e come ti presenti per dirlo. Così l’aspirante si adegua e prima di tutto costruisce il suo personaggio sommando una serie di segni, forme e colori riconoscibili. Renzi e Bersani sono sobri, si presentano in camicia bianca con le maniche arrotolate, la mise del papà quando cambia una lampadina. Renzi parla in modo piano e comprensibile (‘parla come mangia’, piace anche per questo), così come Bersani pare abbastanza sincero anche nel linguaggio non verbale. Ma chi ha scelto per Bersani certe figure retoriche diventate slogan  a effetto, ripetute per rafforzare il legame fiduciario come «Smacchiamo il giaguaro», arrivate pari pari dal copione di un comico?
Definire ‘tecnico’ un governo è ingannevole, la tecnica non è mai neutra ne’ disgiunta dall’idea, inoltre contiene una intenzione sediziosa tanto che il filosofo Galimberti ne individua la pericolosità: «Il pericolo maggiore della tecnica, che vedo come terrificante, è probabilmente anche la fine della democrazia», e Guido Carli: «Un governo di soli tecnici o è una trovata qualunquistica o è un atto sovversivo». La campagna elettorale di Monti si è caratterizzata per la contraddittorietà degli enunciati, tanto da una intervista all’altra quanto e soprattutto rispetto all’attività politica del suo governo cosiddetto ’tecnico’ (vedi Imu); per un linguaggio elitario pieno di neologismi, ironia sottile e termini anglofoni, dal tono basso e monocorde come i suoi impeccabili abiti grigi e i movimenti misurati e lenti (lo ha votato il 15% dei liberi professionisti). L’incoerenza argomentativa rappresenta psicologicamente la schizofrenia della sua posizione pubblica in conflitto di interessi, a un tempo: capo del governo in carica; senatore, non eletto dal popolo ma nominato a vita dal Presidente della Repubblica; capo di un cartello elettorale di centrodestra con grandi aspettative e risultati deludenti malgrado l’assunzione dello spin doctor di Obama, chiamato a curarne la strategia elettorale. Axelrod non pare aver fatto un buon lavoro, o forse è stato ascoltato solo nell’esortazione ad aggredire l’avversario, da Monti identificato nella CGIL e in Vendola come difensori dei diritti dei lavoratori.  Di certo Vendola ne ha pagato lo scotto in termini di consensi, ma anche perché lui è un poeta puro, di quelli che del linguaggio poetico han fatto una bandiera fino a rendersi incomprensibile all’elettore storico.
Il panorama politico sembra sempre più agito da un gruppo di eccentrici, come stupirsi dei giudizi inclementi dei commentatori esteri quando si sovrappone il linguaggio della politica a quello del teatro, della finzione rappresentativa. Nel teatro medievale solo al giullare, al folle – per citare Foucault: un  irresponsabile custode di verità – è consentito dire qualsiasi cosa compreso criticare il potere, per gli altri c’erano carcere o patibolo. La stranezza dell’oggi sta nel sovvertimento dei ruoli: con gli uomini di potere negli improbabili panni del  folle. E il folle si traveste per raccontare le sue verità, per irridere clawnescamente  una realtà talvolta incomprensibile. Cerone, barba finta, abito multicolore, eccentricità di eloquio e costruzione della storia personale, una storia mitica. Lo spesso strato di cerone esibito da Berlusconi in ogni occasione consente non solo di nascondere le rughe ma anche i rossori, segnale incontrollabile di sentimenti sinceri e di menzogna che mal si adatterebbero alla sua retorica diretta, alla costruzione del discorso con parole semplici ripetute all’inizio della frase successiva, per imprimerle con la ripetizione (lo ha votato il 43% delle casalinghe).
Che dire poi dei piemontesi, nell’immaginario collettivo persone sobrie e misurate, invece popolo poliedrico con punte di eccentricità nei leghisti Borghezio e Buonanno (di cui tanto abbiamo scritto) come nei consiglieri regionali  del M5s che, coi fondi depositati alla Banca Etica per il Restitution day, si sono comprati «caschetti bianchi e maschere Nbc, ovvero quelle antigas e lacrimogeni: strumenti fondamentali per l’attività di un consigliere regionale. Almeno quanto un tosaerba». (Lo Spiffero 22 2 2013). Il Piemonte partorisce personaggi come Giannino che, parallelamente all’oratoria e al look multicolori e proteiformi carichi di orpelli quanto un generale di Enrico Baj, si è inventato una vita costellata di falsi titoli di studio come onorificenze all’arte di esistere. E dell’astigiano Crosetto, pure lui non eletto e pure lui inventore di titoli di studio. Nella autobiografia Uno, Arturo, centomila, il torinese Brachetti si racconta. Ma anche per un eccelso attore trasformista di mestiere e forse persino fonte di ispirazione, certa politica italiana contiene una contraddizione di fondo: «Poi c’è la politica, che non è il nostro forte. Noi italiani siamo di cultura un po’ anarchica, siamo tutti un po’ “ladri”, un po’ menefreghisti. Meritiamo chi ci rappresenta. Siamo un popolo di commedianti, di clown e di politici che fanno benissimo i clown, tanto che nei talk show stranieri le ultime notizie su Berlusconi sono raccontate come fossero delle barzellette».

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