Perché le nostre città sono escludenti

1 dicembre 2018
[Gianfranca Fois]

L’aria della città rende liberi si diceva nel medioevo. E infatti se un servo della gleba riusciva ad entrare in città non si trovava più a dipendere dal signore cui sino a quel momento era legato in stato di semischiavitù. Le città moderne nascono quindi all’insegna della libertà e dell’accoglienza.

Ormai però la situazione è completamente cambiata. Le città, soprattutto quelle del così detto mondo occidentale, sono divenute sempre più escludenti e inospitali. Non c’è molta differenza fra i vari paesi nell’ideazione di sistemi che rendano ad esempio l’arredo urbano respingente e scomodo. Panchine intervallate da sponde metalliche per impedire che le persone possano sdraiarsi, perfino panchine in “discesa” perché risultino troppo scomode per sedersi e riposarsi o scambiare due chiacchiere con chi sta vicino.

In altri casi le panchine vengono eliminate, si taglia quindi alla radice qualsiasi tipo di aggregazione spontanea. Così come tutti gli ostacoli messi per scoraggiare i ragazzini dall’uso degli skateboard. Queste e altri deterrenti usati per evitare che gli abitanti, compresi i bambini, delle città possano impiegare il tempo libero come preferiscono e spingerli a occupare invece spazi privati come locali, bar ecc. anziché spazi pubblici.

È un tentativo iniziato da tempo e che ha spinto Dan Lockton a parlare di architettura di controllo, sia perché questi elementi sono strumenti di controllo soprattutto delle persone più deboli e svantaggiate, sia perché le varie funzioni di controllo che prima svolgeva lo Stato attraverso i suoi rappresentanti ora vengono svolte da strumenti digitali o architettonici. Pensiamo alla città di Londra dove difficilmente si vede un agente di polizia ma se ad esempio parcheggi in sosta vietata o entri in una zona che prevede una tassa di passaggio, come è capitato a noi, ti arriva velocemente la multa, grazie alle migliaia di telecamere che controllano la città.

Da quando ha cominciato a essere presente in Italia un certo numero di migranti diversi comuni, in genere amministrati dalla destra ma ahimè non solo, hanno ideato vari escamotages per rendere loro impossibile, o almeno difficile, la vita. Si va dalla eliminazione delle fontanelle nelle vie e nelle piazze, se vuoi bere vai al bar, al divieto di sedersi nelle scalinate delle chiese o all’impossibilità di utilizzare le panchine. Insomma, gli elementi architettonici e di arredo di una città, come si vede, non sono frutto di scelte squisitamente tecniche o estetiche ma soprattutto politiche ed economiche.

A questi aspetti delle nostre città e a tanti altri che possiamo notare con uno sguardo più consapevole altri se ne aggiungono, ancora più importanti e respingenti, e che possono stimolare indifferenza, paura o odio nei confronti di chi è più debole. Proprio in questi giorni si è tenuto un interessante convegno organizzato da ASCE Sardegna dal titolo “La città escludente, l’abitare difficile: tra prassi di esclusione e prospettive di rivendicazione”. Il convegno affronta proprio questi problemi e in primo luogo i campi Rom nell’hinterland di Cagliari e il carcere minorile di Quartucciu, la costruzione dell’esclusione, nelle parole anche di una giovane protagonista rom.

Ma l’aspetto per me più inquietante e importante offerto nel corso del convegno è stata la rappresentazione, in particolar modo visiva, di come varie città europee e americane hanno organizzato la separazione di gran parte dei migranti dal contatto con gli abitanti originari. “Si può allontanare un ragazzo da Rosengard, ha detto il calciatore Z. Ibrahimovic ricordando la sua infanzia, ma non si può togliere Rosengard dal ragazzo”. Rosengard il quartiere ghetto alla periferia della città svedese di Malmo dove vengono portati migranti che provengono dall’Europa dell’Est e da altri paesi dell’Africa e dell’Asia.

Rosengrad è solo un esempio dei tanti quartieri ghetto sorti alle periferie delle grandi città europee e americane dove vengono dirottati appunto i migranti, spesso richiamati per svolgere lavori che i residenti non vogliono più praticare. Sono quartieri poveri, con situazioni di disagio, abbandono e spesso spaccio o altre attività illecite in cui non si vive insieme agli altri ma a fianco, possibilmente, ma non sempre, a una certa distanza. Il fatto che talvolta questi quartieri siano in mezzo al verde e apparentemente dignitosi non cambia la realtà dell’esclusione, della emarginazione.

Sono scelte che stanno cominciando a essere messe in discussione arrivando, in alcuni casi, alla distruzione di questi quartieri. Sono scelte che hanno messo in discussione la vita sociale e politica delle città, le banlieu parigine ad esempio sono spesso state teatri di rivolta da parte soprattutto delle giovani generazioni, perché l’emarginazione fisica si ripercuote anche a scuola e nel mondo del lavoro.

Sono necessarie quindi, se non si vuol finire al centro di una instabilità perpetua che nessuna legge può arrestare, politiche di riorganizzazione del territorio urbano finalizzate al delinearsi di città accoglienti ed inclusive attraverso gli aspetti architettonici e le scelte di insediamento, visti in un’ottica di apertura e di relazioni in modo che le città ritrovino la ricchezza di culture, comunità, identità in una coesistenza di libertà per quanti da ogni parte del mondo decidano di risiedervi.

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