Sergio Atzeni e la storia sarda

16 Novembre 2012
Mario Cubeddu
C’è una cosa di Sergio Atzeni che mi sembra incredibile: il presunto trauma esistenziale prodotto dalla mancata vittoria al concorso RAI. Sarebbe stato questo a scavargli la terra sotto i piedi, a deciderlo a mollare il lavoro all’ENEL e a lasciare la Sardegna. Ma davvero erano queste le ambizioni di Atzeni? E poi magari candidarsi alle regionali e diventare un Ignazio Artizzu di sinistra? Il romanzo dell’addio sembrerebbe avvalorare questa tesi. Ma in realtà l’enfasi su quest’episodio serve all’autore per sistemare la narrazione di una crisi intellettuale, personale, politica. Le logiche lottizzatrici ormai dominanti anche nel PCI impedirono a Sergio Atzeni di vincere il concorso? Oggi diciamo: meno male!
“Non leggo più i giornali, tranne ogni tanto “il manifesto”. Sono disoccupato, ho altro da pensare.” I personaggi del romanzo di Sergio Atzeni  Il quinto passo è l’addio possono esserne lettori saltuari o accaniti, ma frequentano comunque “il manifesto”. La battuta precedente è pronunciata dal protagonista Ruggero Gunale. Della sua collega di lavoro Sonia, intervenuta in un dialogo  con un’osservazione intelligente, si dice per qualificarla  che è “lettrice accanita de “il manifesto”. L’osservazione non porta in entrambi i casi ad altri sviluppi, sta quindi a testimoniare semplicemente una simpatia, una stima dell’autore per il giornale. Dopo la militanza nel Partito Comunista, Sergio Atzeni, figlio di un leader operaio che fu anche consigliere regionale, conosce il distacco del “cane sciolto” alla fine degli anni Ottanta, ma mantiene un legame stretto con gli ideali della giovinezza riconoscendosi nel giornale fondato da Luigi Pintor.
La fama di Sergio Atzeni cresce continuamente in Sardegna e presso il pubblico italiano in generale. E’ una celebrità rapida, fondata su una stima del mondo intellettuale che ha garantito anche un sostegno istituzionale. Sergio Atzeni è stato lo scrittore dell’era di Renato Soru. Non si spiega diversamente il fatto che a poco più di un decennio dalla morte già diverse scuole sono state intitolate al suo nome. Fatto comunque sorprendente, visti i modi e i tempi del riconoscimento pubblico agli artisti sardi. Non siamo del tutto sicuri che a questo corrisponda una conoscenza capillarmente diffusa della sua opera. Anche un film deludente come quello che Salvatore Mereu ha tratto da Bellas mariposas, con il successo di pubblico che sta riscuotendo, ha il merito comunque di farlo conoscere a persone che non hanno mai letto una riga del romanziere morto tragicamente nel settembre del 1995. E’ il secondo film ispirato ad un’opera di Atzeni dopo Il figlio di Bakunin, diretto nel 1997 da Gianfranco Cabiddu. Il primo omaggio dell’opinione intellettuale sarda, ben rappresentata dagli autori cinematografici, è andato quindi all’opera che contiene l’omaggio all’eroe operaio e rivoluzionario. Il secondo va al maestro dell’invenzione fantastica, magica sotto l’apparente veste realistica, alla novità assoluta del tema affrontato e allo sperimentalismo linguistico.
Rimane sottovalutato invece un aspetto fondamentale della sua opera, quello che si richiama esplicitamente alla storia sarda, alla cultura, alle tradizioni, all’identità della Sardegna. Solo le opere di un Atzeni “sardista”, precursore in un certo senso delle tendenze più avanzate dell’indipendentismo quale oggi viene sentito e pensato dalle giovani generazioni sarde. Recensendo un articolo di Giovanni Lilliu, Atzeni parla di riflessioni sui caratteri distintivi della nostra etnia, del nostro essere sardi> “(questo rovello continuo delle nostre coscienze) nei romanzi e poesie, nei progetti e utopie di rinascimento isolano” in cui si sente pienamente coinvolto. Si riferisce a ciò che il grande archeologo ha insegnato a lui e a tutti i sardi. Siamo nel 1993, due anni prima della morte. Ma l’interesse di Atzeni per le cose sarde è fortissimo sin dall’inizio della sua attività di giornalista e scrittore. Una passione e un interesse non esclusivi, certo. Atzeni mostra un trasporto altrettanto vivo per la poesia e la letteratura italiana e straniera, per il teatro e soprattutto per la musica. Da uomo della sua generazione ama il rock, quanto il jazz o la musica classica, e questa passione è fondante per la sua pratica letteraria. Si tende a mettere sempre in evidenza l‘apertura di Atzeni, il suo richiamo all’identità plurale di chi vive in Sardegna, come fosse scontata la prevalenza del contrario, della chiusura ottusa, tra gli uomini di cultura di simpatie autonomiste o indipendentiste. Non si sottolinea invece abbastanza quanto sin dall’inizio la sua opera sia basata sulla meditazione della vicenda storica del popolo sardo. Di conseguenza rimangono sullo sfondo, quasi opere incomprese, quelle in cui Atzeni ha cambiato tono, alzando la voce verso il grande canto epico: l’Apologo del giudice bandito e Passavamo sulla terra leggeri. Intendiamoci, si tratta dell’unica forma di epopea consentita dai tempi moderni, quella che nega se stessa rappresentando un eroe che sopravvive dando la caccia ai topi e si corrompe continuamente con l’osservazione critica, la beffa, lo scarto linguistico verso il sardo. Nel romanzo Il quinto passo è l’addio l’interesse per la storia è rivelato a pieno attraverso il racconto grottesco del furto del quanto volume della Storia  di Giuseppe Manno. Costante Malu, antagonista fortunato di Ruggero Gunale, lui si vincitore del concorso RAI, sorveglia con ansia crescente l’amico “caino”, che inzacchera il tappeto della madre, minaccia di bruciarlo con le sigarette e soprattutto legge con avidità i dorsi  con i titoli dorati della preziosa collezione di libri sardi del padre rilegati in pelle.  Erano gli anni irripetibili in cui rubare un libro non veniva considerato un delitto ma liberazione di un prigioniero, precarie ragioni generavano inedite abilità e anche lo scaffale più sorvegliato vedeva sparire il libro quasi per magia.  Prima di lasciare la Sardegna Ruggero venderà il Manno per un panino.

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