Sincope

16 Marzo 2013
Gianni Loy
A volte, il silenzio pesa più di mille parole. Può esser persino più potente delle parole, sia perché contiene una straordinaria capacità di sintesi,  sia  perché può evocare tante di quelle parole, e con tante sfumature, che neppure un lungo discorso potrebbe.
Il silenzio può essere anche solo una parola: Comenti istasa? “Naraus beni po’ coidai”.  Così era avvezza a rispondere mia madre,  in su celu siat, Quel silenzio lasciava all’interlocutore il dubbio su tutto ciò che una persona interrogata sul suo intimo, come stai?, avrebbe potuto rivelare.  Confessare come stiamo, come stiamo veramente, è cosa complessa, difficile da intendere per gli altri e persino per noi stessi. Se dovessero chiedermi cosa pensi di quanto accade oggi in politica, Stato, Regione, Comune, avrei seria difficoltà persino ad immaginare una risposta. Meglio un monosillabo, un rinvio, ancor meglio il silenzio.
Ma se la gente lo sa che sai suonare, e la gente lo sa: suonare ti tocca.
E quando vedi che in presenza di un vero e proprio disastroso disastro compagni ancora credono, ed operano, e spendono  i talenti che hanno ricevuto alla ricerca di un mondo migliore, di una vita più degna, della giustizia, della solidarietà, non puoi tirarti da parte.
Ed allora il silenzio non può essere una via di fuga. Detto in altri termini:  se Marco ti propone di contribuire al dibattito di questa testata con una riflessione su quanto avviene nel sistema bancario e dintorni, soprattutto in quello a noi più vicino, non puoi rispondergli di no.
Cioè se sia cosa buona e giusta che un ex senatore del Partito democratico venga nominato presidente della Fondazione Banco di Sardegna.
Nei giorni scorsi autorevoli esponenti del mondo intellettuale sono intervenuti per scongiurare tale evento. Non ripeto le argomentazioni, in sintesi: inopportunità. Con un rafforzativo: assoluta inopportunità. Qualcuno ha anche sollevato questioni di legittimità, se cioè sia consentito un passaggio così rapido dalla politica alla banca, senza neppure riprendersi dal fiatone. Ma non è questa la questione più importante. La domanda che mi son posto, che mi pongo, è se una scelta del genere sia saggia. Proprio quando un certo modo di fare politica è stato appena travolto da orde di barbari che hanno marciato su Roma per occupare una buona parte degli scranni delle sedi del potere legislativo. E che promettono di una lotta senza quartiere, e senza possibilità di dialogo con una, vecchia, classe politica incapace di rinnovarsi.
Mi fa persino tenerezza vedere amici e compagni, come mia cugina Annamaria, sulle piazze, su facebook ed altrove, arrabattarsi per difendere spazi di democrazia, per sperare che una certa sinistra, il Patito democratico, riescano a muovere la barra  del timone nella direzione giusta, e capire quale vento spira, nel mare che era nostro, per offrire a quel vento superficie di vele che, sapientemente orientata, consenta di riprendere la navigazione.
In questa dinamica, la semplice notizia che un ex senatore, ancora ansimante per il lungo faticoso impegno politico,  sia in procinto di montare in groppa ad un cavallo che dovrebbe essere totalmente estraneo alla politica, spazientisce persino l’infaticabile Eolo,  produce calma piatta, rende inutili le vele. Tutto dejà vu.
Servono spiegazioni? Servono commenti? O basta una sintetica esclamazione che non di rado compariva nel modo di esprimersi di Rossana Rossanda: ahinoi!.
Ed erano altri termini.
Tuttavia, per assolvere l’impegno assunto con Marco, occorreva approfondire. Le suggestioni e le considerazioni di Francesco Pigliaru, di Guido Melis, di Parisi, financo l’appello di Fassina, rappresentano una preoccupante preoccupazione  per gli esiti di una scelta scellerata.
Da subito, tuttavia, ancor prima della richiesta di Marco, ho incominciato ad avvertire la curiosità, si, proprio la curiosità, di conoscere le giustificazioni della scelta di un  partito così pesantemente chiamato in causa. Chiamato in causa non dalle evanescenti e strumentali battute di qualche esponente Pdl, ma  dalla sua stessa pancia, cioè dagli “esponenti” che hanno pubblicamente protestato, come da tanti di quei militanti come mia cugina..
Ed invece: silenzio. Dai dirigenti del partito nessuna risposa alle critiche, precise e contundenti, che provenivano, diciamo così, dalla base. Mi sembrava quasi impossibile che di fronte ad una evenienza così rilevante, che evocava altre recenti vicende bancarie che, secondo i molti, avrebbero contribuito, se non determinato, un rovinoso scivolone proprio alla vigilia delle ultime elezioni.
Ed è in quel momento che ho incominciato a riflettere sulle capacità espressive del silenzio. Un silenzio pesante, eloquente, circa il futuro che possiamo aspettarci. Un silenzio che carico di presunzione, un silenzio carico di arroganza, un silenzio gravido di possibili, ulteriori conseguenze.
Ma com’è possibile che di fronte alla verosimile scelta di una nomina bancaria, o parabancaria, che ha creato pubblico e pesante imbarazzo nell’opinione pubblica e, soprattutto, nell’area di riferimento e nella militanza dello stesso partito, il partito non parli?
Un silenzio che mi sembrava surreale. Incominciavo a pensare che avrei dovuto consegnare il pezzo senza tener conto delle ragioni dell’altra parte.
Poi finalmente un barlume, un intervista del segretario Lai alla Nuova Sardegna, entra nel merito, cioè esce dal merito della questione, lasciandoci esterrefatti: “il pd non è coinvolto nelle designazioni”. Afferma Lai: “Sono convinto che i rappresentanti selezionati dalle imprese tramite le Camere di commercio, dal sistema della conoscenza tramite le Università e dal sistema degli Enti locali perché rappresentanti più vicini ai cittadini, non saranno subalterni a nessuno nello scegliere chi deve guidarli, nello scegliere in piena autonomia la persona più adatta e autorevole ad interpretare una scelta di campo economica e sociale”.
Roba da non credere. La domanda verteva sull’opportunità della designazione di uno dei più prestigiosi leader isolani del partito alla presidenza di una Fondazione bancaria.
La domanda al Pd non interessa, perché non è assolutamente coinvolto nelle designazioni? Ma cosa ne pensa? Glielo avrà chiesto il giornalista?
I designatori “non saranno subalterni a nessuno!” Ma a questo misterioso signor nessuno che potrebbe influenzarli, cosa passa per la testa? Manda loro un messaggio pro o contro la designazione del personaggio che, da qualche settimana, è sulla bocca di tutti?
Ma è sempre stato così o è da oggi che il Pd sardo è estraneo alle nomine, o alle proposte di nomina in certi ruoli?
Se, all’ultimo momento, non fosse stata pubblicata l’intervista del segretario del PD  sardo, avrei chiuso l’articolo con una riflessione sull’espressività, ahinoi preoccupante, del silenzio, soprattutto quando riguarda un partito importante ed influente nella società sarda.
Ora che ho potuto tener conto dell’opinione del segretario di quel partito, chiudo il pezzo esattamene nello stesso modo.

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