Stagionati e stagionali

1 Ottobre 2013
San Carlo e l'elemosina
Graziano Pintori

Abbronzatissimi, sardizzati a modo loro, Briatore e Donà dalle Rose, stagionati e stagionali come l’estate, discettano di turismo in Sardegna, naturalmente in funzione dei propri interessi maturati sull’isola da tempi assai remoti; il primo volgare come “su poveru arricchiu”, il secondo, discendente dai dogi di Venezia, più riservato ed elegante, all’unisono e in qualsiasi circostanza fanno capire che la Sardegna è a debito nei loro confronti, mai a credito. Sono convinti di aver prodotto solo benessere per l’isola e i suoi abitanti, la medesima convinzione sussiste, purtroppo, anche tra i mercanti di energia che fanno e disfano metanodotti, progettano trivellazioni anche in luoghi in cui si sono consolidate da lungo tempo economie agro -zootecniche di tutto rispetto. Il millantato benessere d’importazione si presenta bruscamente tra lentischi, olivastri e ginepri sotto forma di pale che ruotano spezzettando l’aria, altrimenti sono pannelli fotovoltaici disposti come infiniti tappeti elettronici, che assorbono energia trasformandola in ricchezza per le saccocce dei pirati energetici. Inoltre, è nota la propaganda di far passare l’idea che il benessere dell’isola e dei suoi abitanti sia quello proveniente dal campo turistico-speculativo, quello di elite, ossia, riferendoci ai fatti più recenti, i programmi degli arabi del Qatar. Sono quelli che arrivano da lontano navigando nell’oro, i quali, senza badare a spese, hanno acquistato la Costa Smeralda, o meglio il suo Master Plan, compresi “vecchi ruderi” come gli stazzi galluresi per trasformarli in residenze di lusso. Se poi, questi antichi manufatti della Gallura, sono considerati beni identitari poco importa, non ci sono resistenze per rispettare colori e perimetri esterni; altra musica sono gli interni e gli interventi edilizi sul 20% in più delle cubature esistenti, grazie al servilismo del sardo Cappellacci. Fortunatamente non tutti i sardi, a differenza di molti che a modo loro praticano la “ragion di stato”, sono colpiti dall’”opacamento” delle coscienze, anzi sono numerosi quelli costituitisi in comitati e movimenti di opposizione nei confronti di chi considera la nostra isola terra di conquista; sono tanti i sardi coscienti del fatto che certa economia è imposta, perciò estranea alle reali potenzialità di sviluppo della Sardegna.Queste persone, a ben vedere, interpretano l’antico detto “su nimicu benit dae su mare” in modo corretto, visto che non si lasciano trascinare dal canto incantatore delle sirene d’oltremare. Con tutto il rispetto della cultura dell’ospitalità che distingue l’essere sardi, un richiamo doveroso su questo valore è necessario, considerato che nel tempo si è imbastardito. Esempio emblematico lo riscontriamo nell’atteggiamento di certi corregionali, magari vestiti in costume tradizionale o da finti pastori, che utilizzano il rito dell’accoglienza e dell’ospitalità nei confronti di qualche “istranzu” potente con un atteggiamento remissivo, molte volte animato dalla pelosa prospettiva di ottenere vantaggi personali. Tale atteggiamento, più che consapevole, è abbastanza diffuso anche fra i tanti amministratori locali, i quali, con spudorata disinvoltura, reiteratamente, accolgono e finanziano programmi di sviluppo avulsi dalla realtà sarda. Infatti, questi, puntualmente, si rivelano scatole vuote che aggroppano le conseguenze sui lavoratori e le loro famiglie, sugli imprenditori onesti che nell’indotto programmano e investono. La catastrofica situazione della Sardegna, esempio di un meridione condannato a pagare, con alti indici di disoccupazione e stagnazione economica, gli effetti globali della speculazione finanziaria delle banche, dovrebbe indurre, chi pratica la ragion di stato, cioè chi ricopre ruoli di responsabilità economica, politica, sindacale e sociale, a una sincera e doverosa autocritica. I sardi che hanno ricoperto e ricoprono tuttora certe funzioni dovrebbero rispondere e far capire, visti i risultati economici e sociali, se ne è valsa la pena ridurre questa terra a essere fra le più inquinate, fra le più colpite dalla disoccupazione e dalla pratica dell’emigrazione, dalla dispersione scolastica e dallo spopolamento. Da tali responsabilità, in modo diretto e indiretto, non sono esentati neanche i movimenti identitari, autonomisti, sovranisti, indipendentisti, sardisti che a ogni piè sospinto sventolano la bandiera della specificità sarda, ormai vuota di significato. Bisognerebbe ricreare una continuità territoriale tra la gente di Sardegna, ricompattare un popolo davanti a una nuova idea di sviluppo, in cui l’industria non soffochi più l’agricoltura, la pastorizia e l’idea di un turismo alternativo a chi ha cementificato le coste trasformandole in divertimentifici e dormitori per due mesi l’anno. Credo che il prossimo presidente della regione sarda dovrà misurarsi con questa realtà, con la speranza che non sia il solito Cappellacci di turno che con l’aureola del fattore B. si avvale del supporto degli arabi, dei Moratti e dei pirati energetici, passando tra i vari Briatore e Donà dalle Rose di turno.

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