Una regione, un popolo, una lingua

16 Giugno 2018

La caduta di Babilonia (Arazzo Castello di Angers, fine secolo XIV)

[Marinella Lőrinczi]

Renato Soru è stato tra i promotori di un incontro organizzato il primo giugno sul seguente problema:

La minoranza linguistica sarda è costituita da oltre un milione di cittadini ed è considerata meritevole di tutela dalla normativa nazionale e regionale. Ciononostante la nostra lingua è ancora discriminata nella normativa nazionale rispetto a quanto avviene per altri gruppi minoritari presenti in Italia. Vogliamo e dobbiamo ottenere un riconoscimento nelle varie sedi di governo, ma per fare questo abbiamo bisogno di una legge regionale che finalmente riconosca la Lingua Sarda.

Il punto importante è la frase evidenziata in corsivo. Ancor prima dell’incontro alcuni amici (che parlano il sardo) con cui si è commentato questo testo, facevano notare, tra l’ironico e l’adirato, che dall’espressione “Lingua Sarda” mancava “Comuna”, opportunamente messa in disparte. Ma che il senso era comunque quello. Gli interventi programmati hanno poi dato loro ragione, hanno cioè confermato il senso nemmeno tanto nascosto: ufficializzazione della LSC, passaggio, cioè, dalla fase sperimentale a quella prescrittiva (detto papale papale, obbligatoria).

Il pubblico, abbastanza numeroso e attento, doveva avere un’età media sui sessant’anni. Ciononostante, da ragazzi indisciplinati e agguerriti, ha qualche volta rumoreggiato o ridacchiato, ma è stato prontamente richiamato all’ordine. La riunione, anziché improntata al gentile coinvolgimento e alla persuasione del pubblico, sembrava piuttosto una riunione aziendale in cui la dirigenza, già stanca e con le facce tirate a causa di altre riunioni precedenti, dovesse comunicare ai dipendenti le proprie decisioni. Dei relatori annunciati mancavano tre: D. Corraine, M.A. Mongiu, G. Paulis. Corraine è stato rappresentato da un collega, gli altri due no. Si è parlato in italiano e in sardo, secondo gli usi locali di ciascuno.

Avevo immaginato che in apertura il dott. Soru avrebbe esposto le conclusioni tratte dalla sua esperienza precedente in materia di politica linguistica, per poi proporre anzitutto dei correttivi. Mi sto riferendo naturalmente a ciò che è successo dopo l’aprile del 2006, quando la RAS ha adottato la Limba Sarda Comuna (LSC), sperimentalmente, per la redazione di documenti ufficiali in uscita (http://it.wikipedia.org/wiki/Limba_Sarda_Comuna). Questo è avvenuto, quindi, durante il governatorato del dott. Soru (2004-2008). Il movimento per l’emancipazione e la valorizzazione della lingua sarda, da sempre piuttosto elitario, ha ricevuto allora un grande impulso per merito principale e incontestato del governatore. Ma le attività della RAS per la diffusione della LSC si sono protratte anche dopo le sue dimissioni, e secondo una parte della gente comune esse sono state fallimentari e costose, oltre che gestite con malagrazia e una certa dose di arroganza, per non dire degli episodi di violenza verbale persino verso chi non poteva più replicare (http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/12958, 19 gennaio 2017).

Invece l’altro giorno quest’esperienza è stata ricordata in una maniera più che vaga, dal momento che ci sono altre urgenze che esigono un vessillo linguistico insular-locale: come molti hanno o avranno compreso, si tratta di urgenze prevalentemente elettorali. Quando dal palco si prospettavano interventi più incisivi nella scuola a favore del sardo come lingua e come veicolo di insegnamento, si sarebbe dovuto tracciare preliminarmente un quadro della situazione attuale della scuola e di un certo suo contesto sociale, preoccupanti, come sappiamo: l’abbandono scolastico, tra le altre cose, ha valori elevati in Sardegna (http://www.sardiniapost.it/cronaca/scuola-allarme-dispersione-un-terzo-dei-sardi-lascia-la-scuola-del-diploma/, gennaio 2018); allo spopolamento di certe zone centrali dell’isola si assiste quasi in diretta. L’indebolimento demografico, economico, culturale indebolisce inevitabilmente anche la posizione della o delle lingue locali, portandole allo stadio di estinzione.

Un’altra osservazione generale a margine dell’incontro potrebbe essere che si è parlato soltanto di sardo e mai delle altre lingue ancor più minoritarie (algherese, tabarchino, gallurese, sassarese). Già nel progetto di legge regionale TESTO UNIFICATO 36-167-228. Lingua sarda (marzo del 2018 e varianti precedenti) si distingue stranamente (e in un modo alquanto offensivo per parte dei cittadini della Sardegna) tra “lingua delle minoranze storiche” (sardo nelle sue varietà e catalano algherese) e “varietà linguistiche alloglotte” (gallurese, sassarese, tabarchino). Sembrerebbe che le ultime siano meno storiche o non affatto storiche e solo ‘importate’, il che se in parte è vero lo è anche per l’algherese, che è invece definito “storico”. Se nella Costituzione della Repubblica Italiana (https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf), all’articolo 6, si dichiara semplicemente che “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, il completamento è lasciato ad altri eventuali documenti che definiscano (quando ci riescano) che cos’è una “minoranza linguistica”, che cos’è “minoranza” e che cos’è, soprattutto, “lingua”. Invece certi altri testi giuridici, chissà perché, utilizzano una terminologia linguistica inappropriata o opaca.

Così, ad esempio, nell’ordinanza della Corte Costituzionale n. 165/2016 in materia di “Elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia” (https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2016&numero=165): si riprende, da un documento dell’Avvocatura generale dello Stato, il parere secondo cui, relativamente alla Sardegna, “mancherebbe la stessa individuazione di una lingua sarda unificata, risultando la stessa articolata in più dialetti dotati di significativa identità propria” (corsivo mio). Insomma – avrebbe raccontato in privato uno degli avvocati – se si attraversa la Sardegna da Sassari fino a Cagliari, si sente di tutto (ma – domanda ingenua – il suo italiano nessuno lo capiva?). Rimarcherebbero, i magistrati, l’assenza di uno standard pansardo come dato che non abiliterebbe i cittadini della Sardegna all’esercizio di certi diritti elettorali, perché essi parlano [quando parlano] dialetti diversi? Ma ancor prima, l’estensione della Sardegna coinciderebbe coll’estensione del sardo? Da dove proviene l’espressione “lingua sarda unificata”, che qui in Sardegna si applica al primo tentativo di standardizzazione, del 2001 (http://it.wikipedia.org/wiki/ Limba_Sarda_Unificada). Forse volevano scrivere lingua sarda unica. Cosa significa “dialetti dotati di significativa identità propria”? Costituirebbero un ostacolo a qualsiasi eventuale standardizzazione? Si ritorna comunque al punto di prima: sono assenti i parlanti appartenenti alle altre minoranze isolane, come sono assenti i Sardi prevalentemente italofoni, la cui competenza del sardo o di altre varietà linguistiche è molto variabile.

Infatti, qualcuno in apertura al convegno dell’altro giorno ha di nuovo citato quella magica percentuale 68,4% del campione interrogato durante l’indagine sociolinguistica sulle «lingue dei sardi» (coordinata dalla prof.ssa Anna Oppo nel lontano 2006 https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_4_20070510134456.pdf). Il 68,4% degli intervistati aveva dichiarato di conoscere e parlare una varietà locale. Altro 29% aveva dichiarato di capirla solo. Pochissimi erano quelli che sostenevano, per ragioni autobiografiche, di non capire nessun ‘dialetto’. “Conoscere” è comunque un termine vago che comprende il saper capire, o anche parlare, eventualmente leggere, senza indicazione di livello, dal poco al benissimo.

La “conoscenza” è stata, durante l’inchiesta del 2006, autocertificata. Come si sa, ognuno si autorappresenta secondo propri principi, e nemmeno troppo evidenti. Questo è un dato importante che non è stato ricordato, e all’autocertificazione sarebbe dovuta seguire la valutazione qualitativa da parte di terzi, neutrali. Una rilevazione a tappeto o anche a campione delle effettive competenze linguistiche dei Sardi non si è mai realizzata. E dal 2006 sono trascorsi 12 anni … quale sarà la situazione odierna? Sicuramente non sarà migliorata, lo hanno riconosciuto anche i relatori, il sardo si depotenzia sempre di più. E se questa è una grave perdita sociale e culturale, specialisti di altre lingue in decadenza sanno, però, che la standardizzazione può imprimere il colpo finale, poiché non revitalizza ma fossilizza, congela, nel migliore dei casi. I relatori mai hanno adoperato la parola “revitalizzazione” perché vogliono affidarsi alla forza persuasiva e impositiva di una legge che vincoli istituzioni e scuola: immaginano che legge, istituzioni amministrative e scuola obbligherebbero o spingerebbero anche i genitori giovani (che magari parlano soltanto italiano) e le comunità di appartenenza, a usare il sardo (o altro, ma questo lo aggiungo io), a rigarantire la trasmissione intergenerazionale. Si ipotizza non solo un unico standard legale (i campidanesofoni ne vorrebbero due e respingono uno standard di matrice logudorese), ma un uso del sardo al 50% cca del curriculum scolastico per la durata di otto anni – e gli insegnanti dovrebbero barcamenarsi tra varietà locale e standard ufficiale, tra pronuncia locale e ortografia standardizzata. Non si affronta contestualmente la questione fondamentale della formazione di questi insegnanti su un duplice fronte: lingua di insegnamento e disciplina insegnata, con tutte le implicazioni terminologiche e stilistiche del caso.

Quando rileggo i miei appunti, il motivo ricorrente è sempre lo stesso. Per l’uso del sardo in Facebook si è proceduto all’uniformazione (hanno discusso, ad esempio, se mantenere sia m’agradada sia mi praxidi). Personalmente, questo tipo di discussione non mi praxidi. Lo standard esiste già (LSC) ma va ritoccato. E va utilizzato dalle istituzioni centrali, anche se localmente rimane la libertà di scelta. Agli occhi esterni, europei, cioè della UE, e mondiali, non sta bene presentarsi con una lingua frantumata. Alla Regione, una apposita agenzia vigilerebbe sull’uniforme linguistica indossata dai documenti, poiché devono mostrare e dimostrare coerenza, unitarietà e normalità linguistica. Senza standard (sardo) non si può lavorare seriamente, come ad esempio nell’editoria. Domanda: forse per questo hanno ‘normalizzato’ i Mutettus cagliaritani di Raffa Garzia? Di conseguenza, il correttore ortografico dovrà poter riscrivere tutte le varietà in LSC.

Riassumendo: “una regione, un popolo, una lingua”.

1 Commento a “Una regione, un popolo, una lingua”

  1. Marinella Lőrinczi scrive:

    Preciso, per una migliore comprensione, che la frase del titolo che chiude anche l’articolo, sono parole di Renato Soru.

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