Le difficoltà che si oppongono all’unificazione politica dell’Europa

1 Marzo 2019
[Gianfranco Sabattini]

Il progetto di unificazione dei Paesi dell’Europa occidentale ha mobilitato le idealità di gran parte delle persone che, uscite dal dramma vissuto a partire dalla Grande Depressione del 1929 e culminato nello scoppio del secondo conflitto mondiale, hanno pensato di porre rimedio agli egoismi nazionali, dando inizio, coi trattati di Roma del 1957, alla realizzazione dell’idea del progetto di realizzare un’Europa politicamente unita, intesa come fonte di prosperità e di pace per i popoli.

I Trattati sono valsi a coinvolgere nel generale entusiasmo la mia generazione; finiti gli studi presso la Facoltà di economia, all’indomani della firma dei Trattati, e avviato alla carriera universitaria, sono stato motivato ad acquisire idee meno emotive e più solide sulla “desiderabilità” del progetto, privilegiando, com’era ovvio, gli aspetti economici. Fondamentale, ai fini di questo approfondimento, è stata la lettura dei testi di due autori di prestigio mondiale: “L’integrazione economica dell’Europa Occidentale”, dell’economista ungherese, naturalizzato americano, Tibor Scitovsky (pubblicato in lingua inglese nel 1958 e in lingua italiana nel 1961) e “A Theory of Optimum Currency Areas”, di Robert Alexander Mundell (pubblicato su The American Economic Review nel 1961, vol. 51, n. 4, del quale circola una traduzione in lingua italiana, redatta a cura della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli – LUISS).

Dalla lettura del libro di Tibor Scitovsky era possibile apprendere che i vantaggi dell’integrazione, oltre che in termini economici, si presentavano ovvi anche da altri punti di vista, in particolare da quello della necessità, avvertita da tutti i Paesi firmatari dei Trattati di Roma, di realizzare le condizioni istituzionali in grado di assicurare una pace duratura. Accanto ai vantaggi, però, non mancava la denuncia dei possibili ostacoli, di natura “tecnica”, che plausibilmente avrebbero potuto impedire il successo dell’integrazione.

La fede nei vantaggi di natura economica era basata, in parte, sull’argomento della costituzione di un’area di libero scambio e, in parte, su quello degli effetti positivi che ogni singolo Paese aderente al progetto unitario avrebbe potuto attendersi dalla dilatazione dell’area economica nascente dall’integrazione delle economie dei Paesi partecipanti; ciò, nonostante che, proprio su questo punto, venisse rilevato il rischio che i vantaggi attesi dall’integrazione delle singole economie nazionali potessero trasformarsi in svantaggi, se tali economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti.

Malauguratamente, quest’ultima considerazione è prevalsa sull’attesa dei vantaggi di natura liberoscambista, a causa del fatto che il risultato principale della ridistribuzione degli assetti produttivi tra i vari Paesi, che sarebbe dovuto seguire alla liberalizzazione del commercio all’interno dell’area integrata, è stato in telata sostituito dal solo incremento della capacità competitiva che l’integrazione, in misura differente tra i vari Paesi, ha determinato nei confronti dell’esterno.

E’ accaduto infatti che l’integrazione economica di strutture produttive differenti non abbia tardato a rivelare le difficoltà cui i singoli Paesi sono andati incontro nella gestione interna del loro sistema produttivo (in particolare, riguardo all’impiego della forza lavoro); difficoltà, queste, che si sarebbero potute rimuovere, solo se fosse stato possibile adottare una politica fiscale e monetaria comune, implicante la realizzazione, da subito, dell’integrazione delle singole economie nazionali, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico.

Non essendo stata realizzata immediatamente l’integrazione politica, è accaduto che l’aumentata competitività resa possibile dall’integrazione economica abbia promosso la propensione di alcuni Paesi, come ad esempio la Germania, ad orientare la propria struttura produttiva verso le esportazioni, sino a diventare un attore economico globale, il cui sistema produttivo si è vieppiù caratterizzato sulla base di un costante avanzo strutturale della propria bilancia commerciale; il che ha dato origine ai mancati benefici economici attesi da parte dei restanti Paesi aderenti al progetto europeo. Infatti, la persistenza dell’avanzo commerciale del Paese divenuto dominante all’interno dell’area europea (nonché la sua volontà a non porvi rimedio) ha comportato che la ridistribuzione dei vantaggi di natura liberoscambista tra i singoli Paesi fosse “affidata”, in assenza di un’unità politico-istituzionale, agli automatismi monetari previsti dalla teoria dell’ottimalità delle aree valutarie, esposta nella sua forma più completa nel 1961 da Robert Alexander Mundell.

Secondo questa teoria, l’esperienza storica è valsa a consolidare il fatto che gli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi operanti all’interno di un’area di libero scambio, in presenza di una moneta unica, sono destinati a tradursi in una crisi del “sistema dei pagamenti internazionali”, quando la fissità dei tassi di cambio, la rigidità dei salari e quella dei prezzi all’interno dei Paesi liberoscambisti impediscono agli automatismi di mercato di svolgere il loro ruolo riequilibratore nei processi di aggiustamento delle bilance.

Per capire le difficoltà cui sfortunatamente possono andare incontro i Paesi che decidono di organizzarsi in un’area di libero scambio, attraverso l’adozione di un’unica valuta (come nel caso dell’Unione Europea che ha adottato come moneta unica l’euro), vanno tenute presenti le “regole del gioco” cui i singoli Stati devono necessariamente osservare, se vogliono evitare che la crisi del loro sistema dei pagamenti interstatali si trasformi in ostacolo, non solo alla stabilità e alla crescita dei Paesi con bilance in deficit, ma anche, più in generale, a quelle dell’intera area di libero scambio: perché quest’ultima possa configurarsi come ”area valutaria ottimale” occorre che essa sia governata da una Banca Centrale inquadrata all’interno di un’organizzazione politica unitaria. E’ questa la condizione perché la Banca Centrale possa svolgere la cosiddetta funzione di “prestatore di ultima istanza”, per poter provvedere ad allargare o a restringere la circolazione all’interno dell’area valutaria comune, a seconda della posizione della bilancia commerciale di ogni singolo Stato nei confronti degli altri.

In altri termini, l’unità politica dell’area di libero scambio deve poter permettere alla Banca Centrale di ridurre la circolazione all’interno dei Paesi in disavanzo, al fine di diminuire il loro livello generale dei prezzi interni, aumentarne la loro competitività, quindi di aumentare le loro esportazioni; per contro, all’interno dei Paesi con bilancia commerciale in avanzo, la Banca Centrale deve poter immettere nuova moneta, al fine di aumentare il livello generale dei prezzi interni, ridurre la loro competitività, per promuovere una diminuzione delle loro esportazioni. Così, nel tempo, le “regole del gioco” cui nel governo della politica monetaria deve attenersi la Banca Centrale, promuovendo l’operatività degli automatismi di mercato, favoriscono l’aggiustamento delle bilance commerciali di tutti i Paesi integrati all’interno dell’area valutaria comune.

Sino agli anni Ottanta del secolo scorso, sono del tutto mancate nell’agenda dei Paesi europei possibili ipotesi di accordo sulla realizzazione dell’unità politica dell’Europa; solo nel 1986 sono stati avviati i primi passi in questo senso. In quell’anno è stato sottoscritto l’”Atto Unico Europeo”, col quale è stata deliberata la realizzazione del “mercato unico interno”, cioè di uno spazio che, mediante l’eliminazione delle barriere fisiche, tecniche e fiscali, garantisse la libera circolazione di persone, merci e capitali, in modo da prefigurare l’Europa come un solo Stato.

Per la realizzazione di tale obiettivo è stato firmato, nel 1992, il Trattato di Maastricht, col quale, da un lato, è stata costituita una Banca Centrale Europea (BCE) per la gestione della politica monetaria e, dall’altro lato, sono state stabilite le “regole” alle quali la BCE doveva attenersi nel governo delle circolazione della moneta unica (l’euro), da adottarsi entro la fine del millennio.

Tali regole prevedevano che gli squilibri commerciali esistenti all’atto dell’introduzione delle moneta unica fossero eliminati sulla base dell’accettazione della “clausola della convergenza”, in condizioni di stabilità monetaria. In virtù di tale “clausola” i 19 Paesi (tra i quali l’Italia) che hanno deciso di adottare la moneta unica si sono obbligati a rispettare i famosi parametri fissati dal Trattato di Maastricht. Due di questi parametri sono risultati particolarmente restrittivi per la politica monetaria e finanziaria dei singoli Paesi facenti parte del gruppo: uno riguardava il governo del disavanzo corrente della pubblica amministrazione (espresso in termini di rapporto tra il disavanzo pubblico annuale ed il PIL); l’altro, la consistenza del debito pubblico consolidato (espresso in termini di rapporto tra il debito pubblico lordo ed il PIL).

L’Italia, Paese eccedentario rispetto ad entrambi i parametri, avrebbe potuto rispondere agli obblighi senza traumi, se fosse riuscita a crescere a tassi più elevati dei Paesi aderenti all’area dell’euro con debiti pubblici meno eccedentari. La bassa crescita sperimentata nel corso degli anni Novanta ha comportato che l’Italia e gli altri Paesi ad alta esposizione debitoria, potessero rispettare i vincoli imposti dai due parametri, non grazie ad un’espansione della domanda aggregata, ma “attraverso politiche deflattive, che hanno reso oltremodo oneroso e difficile la sostenibilità del rientro dalle due posizioni debitorie eccedentarie.

La risposta delle Istituzioni europee alle difficoltà dell’Italia e degli altri Paesi che versavano nelle sue stesse condizioni è stata che occorresse affrontare il rientro attraverso una politica di riforme; ossia, con politiche di austerità, per rendere meno pesante l’onere sul bilancio pubblico del costo del welfare State, in contrasto con gli obiettivi dei Trattati.

In presenza degli squilibri nelle bilance commerciali dei singoli Stati e mancando un accordo comune che ne favorisse il risanamento per vie diverse da quelle pattuite, il processo di integrazione economica europea e la nascita dell’area valutaria comune hanno giustificato sin dalla firma del Trattato di Maastricht l’avvio in Italia di un dibattito (che si è protratto sino al sopraggiungere della Grande Recessione del 2007/2008, per continuare negli anni successivi), focalizzato sui motivi per cui non hanno potuto funzionare gli automatismi monetari compensativi attesi dall’accettazione della “Clausola di Convergenza” stabilita a Maastricht.

Sulle ragioni della mancata rimozione degli squilibri commerciali si sono affermate due posizioni contrapposte: da un lato la mancata rimozione degli squilibri è stata considerata il risultato delle politiche sociali (in particolare, delle politiche di welfare) di alcuni Stati membri poco “virtuosi”, che avrebbero provocato un effetto negativo a cascata sull’intera area valutaria dell’euro, amplificando le difficoltà determinate dal sopraggiungere della crisi del 2007/2008; dall’altro lato, la crisi degli squilibri delle bilance è stata ricondotta all’ipotesi che alcuni Stati membri siano stati vittime, non tanto del loro atteggiamento poco virtuoso e dell’inadempimento degli obblighi comunitari, quanto dei difetti strutturali presenti nelle istituzioni europee, in particolare, nella Banca Centrale Europea, operante fuori da un contesto politicamente unito.

Si tratta di un dibattito che sta caratterizzando in negativo la vita politica del Paese, perché non si riesce a stabilire se è ragionevole restare fedeli ad un progetto palesemente tradito dagli egoismi dei Pesi forti, oppure, se sia d’obbligo per l’intera classe politica italiana, al di fuori di ogni logica di schieramento, condurre un’azione unitaria per sottrarre le sorti future del Paese da una situazione di costante depressione.

 

 

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